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In merito alla poesia di Giovanna Bemporad

Argomento: Letteratura

di Giovanni Ibello
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Pubblicato il 10/09/2013 16:03:28

Testo tratto dal mio blog personale, le parole di Grace (http://leparoledigrace.wordpress.com/)

 

Nel panorama della poesia italiana contemporanea è originale e degna di attenzione la voce di Giovanna Bemporad, nata a Ferrara nel 1928 e venuta a mancare nei primi giorni dell’anno corrente.

Il poeta è scudiero in un processo di ricerca ondivaga,  s’affanna nelle increspature alchemiche della parola. La Bemporad, però, è forse la sola scrittrice che ha saputo coniugare le necessità stilistiche del tempo nuovo con la sacra eredità del passato. Ha restituito dignità all’endecasillabo nell’epoca del verso libero di “ungarettiana” memoria.

E proprio in tal senso, diceva di lei il poeta Giovanni Raboni: “Con la Bemporad l’endecasillabo ritrova il suo diritto ad esistere nella poesia del novecento, con una pronuncia originale e moderna. È quasi impossibile, nel suo caso, fare distinzioni tra originali e testi derivati. Negli uni e negli altri circolano la stessa ansia di assolutezza formale, la stessa vitrea incandescenza, un’unica rarefatta ossessione”.

Ha speso gran parte della sua esistenza nella traduzione dell’Odissea di Omero che le è valsa il Premio Nazionale per la Traduzione Letteraria nel 1993.

Più volte è stato editato questo lavoro, che l’autrice ha iniziato a comporre in primissima adolescenza, quasi come una vocazione diretta che elude le barriere di un intellettualismo strisciante, giacchè spesso la poesia pare sfociare in un mare di elucubrazioni posticce, alterate da un esistenzialismo di facciata.

L’Odissea, invece, stupisce il lettore per l’armonia e l’equilibrio con cui vengono canalizzate le parole, sapientemente selezionate per rendere attuale l’incedere dei versi e, al contempo, lasciare intatte le vocazioni della versione originale.

https://www.youtube.com/watch?v=MvrrAzyaqX8

Non è stato semplice accordare due stili metrici assai diversi tra loro, anzi, il percorso – per ammissione del poeta stesso – fu tormento.

Ogni verso ha una sua direzione, ogni parola vagliata con ossessiva devozione. L’Odissea della Bemporad tende ad una perfezione lirica, eppure si ha la netta sensazione che resti un prodotto in fieri, poiché va oltre la miserevole vita di un corpo destinato “a morire come un insetto effimero del maggio”.

E così, servendoci di quest’ultimo verso, introduciamo l’altra notevole impresa letteraria dell’autrice ferrarese: gli Esercizi, anche questi più volte rieditati.

Veramente io dovrò dunque morire / come un insetto effimero del maggio, e sentirò nell’aria calda e piena /gelare a poco a poco la mia guancia? Più vera morte è separarsi in pianto/ da amate compagnie, per non tornare,/ e accomiatarsi a forza dalla celia / giovanile e dal riso, mentre indora con tenerezza il paesaggio aprile. /O per me non sarebbe male, quando fosse il mio cuore interamente morto, / smarrirmi in questa dolce alba lunare come s’infrange un’onda nella calma.

 Nei suoi “Esercizi” la Bemporad raccoglie tutta la sua produzione creativa, che merita di essere apprezzata in un contesto diverso, di piena indipendenza rispetto alla gravosa eredità dei classici.

Quanta umiltà nel parlare di “Esercizi”, quasi a dire che la poesia è un percorso di perpetuo dinamismo, che non può “morire” su carta, ma conduce una esistenza parallela – forse autonoma - e finanche lontana da chi le ha dato vita.

Non esiste lirica che non possa essere limata, perfezionata nel tempo: sentire il peso di una virgola, di un punto, una parola… che sposta gli equilibri e fa saltare il banco.

Parlava di morte. La morte ossessionava la sua ricerca, ma non la sovrastava. “Non scrivi mai bene se hai paura di morire”, ci ricorda Corey Stoll nelle vesti di un giovane Hemingway.

E la Bemporad stringeva l’idea della morte quasi in una morsa di affetto carnale. Nella sua poesia la morte fiorisce in un assolo di corelli,  in un richiamo di primavera che sovverte le gerarchie ataviche del pensiero comune.

Non si rifugge l’angoscia, sarebbe oltremodo presuntuoso. La si ghermisce fino ad abbandonarsi al suo mare d’indifferenza, che rende uguali tutti gli uomini.

È forse un gioco / di venti nella polvere di un prato /senza confini, l’ansietà dei vivi… / E al nome della giovinezza io sento / stringersi il cuore come ad una fiamma / che si risolve in cenere.   

Tuttavia, all’angoscia della fine certa si antepone una visione cosmologica al cospetto della quale la paura è un concetto irrisorio.  La bellezza, l’armonia diventa un’ancora di salvezza nel suo canto:

Non domare, implacabile, il mio riso / mentre il fiore del melo incanutisce; non recidermi il filo dei pensieri / d’un tratto, ma da sogni e disinganni lascia che docilmente io mi separi / solo quando alla tua certezza giova sacrificare il nostro dubbio stato; / quando non amerò che il mio dolore tu chiamerai meno importuna al nulla: / io con la fronte smemorata l’orma seguirò del tuo piede, e questo arcano / insondabile azzurro andrà dissolto come il sogno di un’alba.

Forse percepiva l’immortalità delle sue parole. Da “Madrigale”:

“[…] io ripeso le sue dita / rosse all’estremità, petali intinti / di porpora, tracciare sulla sabbia / dei millenni il mio nome all’infinito”.

 

Giovanni Ibello


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