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Galassia Speranza

di Giuseppe Nutini
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Pubblicato il 11/02/2010 00:57:29

(Anni luce, fatevi mesi !)

I Suoi non erano versi, Signor Bloch,
ma la Speranza la sapeva cantare.
Su queste coste non hanno fatto toc,
troppa natura accerchia, troppo mare.
Ed eccoci nel teppismo culturale
che subiamo da schiavi lusingati
d’avere (si spera) legni esentasse
ville plurime e leggi basse basse.
Allora (si spara), quel Fascismo
non dev’essere stato tanto male!
A distanza d’anni, sessanta andati,
spari diversi, beh, suonano uguale.
Forzati dall’ottimismo governale,
abbiamo risuscitato il Leviatano
che eccelle a coprirci di vergogna:
naviga a svista, senza portolano,
ma per i pochi immuni dal baccano
è un fetore che porta nella fogna.
Signor Bloch, Lei ha scritto, lontano
dalle pire dove bruciò la Sua gente:
”l’importante è imparare a sperare,
la speranza non rinuncia perché
desidera avere successo di per sé
invece che fallire. Vuole uomini che
si gettino nel nuovo che si va formando,
a cui essi stessi appartengono”.
Ed io credo, credo strenuamente
che la speranza non è pari a niente,
è un principio, non un accidente,
la speranza non è un maggiordomo,
è sempre sobria ed è sconvolgente.
La speranza, signor Presidente,
è la Dea discesa in un uomo
salito da equatori ”abbronzati”:
il primo africano d’Occidente
che regna e tutti ci ha collegati.
Al Cairo ha detto che non importa
il nome del proprio Dio: suoi figli
siamo e dobbiamo aprire la porta
a Irene, ultima Dea, che ci scorta
con i suoi più comprensivi consigli
al pelagico ’Noi’ dopo i tragici ’io’.
Pace ha detto, Presidente, non guerra
ed Abbraccio ha detto, non tritolo
sganciato sul seno di Madre Terra
dal Suo misero amico bombarolo.
”Lo sperare allarga gli uomini,
non si sazia mai di sapere cosa
li fa tendere a uno scopo e cosa
all’esterno può essergli alleato”,
ha scritto ancora il Signor Bloch.
Ma gli elmi ammaccati d’Occidente
non vedono che il vento è girato
e neanche Lei, grigio Presidente,
in altri laidi giochi impegnato;
nella Certosa, ascetica poco,
ci rotocalca lo squallido fuoco
che Le prende di godere il mondo,
fino alle foci della Garonna,
da Lei ridotto al tondo abusato
cotto e mangiato di culi di donna
sopra il Suo batacchio venerato.
Io credo che Lei senta il momento
di un bis applaudito del Ventennio:
il popolo teleipnotizzato
dovrà decidere se il Parlamento
potrà tirare un altro decennio
o presto dovrà essere congedato
con rossoneri drappi e Orogatto
come s’usa nella Sua azienda,
che rileverà tutti con contratto:
mille postille e tempo determinato.
E saprà chiudere l’intera faccenda
poggiando il Suo discutibile mento
al di sopra dei poteri dello Stato
e del Mal Paese, da Lei tramutato
in un gregge di capre belanti
e tutte le famiglie, suoi dipendenti,
si specchieranno nello sgomento
di sentirsi dopo anni (ma non tanti)
un’orda collaudata di dementi.
Ma, vede, Le resiste una differenza:
tra Lei sazio e molti che non sono
e non è, creda, pura coincidenza
che non la veda dentro il frastuono
che scroscia dalle Sue televisioni;
ma già spigano internaute visioni
su come rovesciarLa giù dal trono.
La Speranza allarga, diceva Bloch,
dall’altra parte, serve buone carte
sta con i digiuni e veste da cuoco,
è un croupier che fa un altro gioco
dove a vincere sono i perduti
che tante volte sono stati fottuti.
La speranza cancella ogni reato
e cerca con noi il nuovo scopo,
è la divina prescienza del dopo:
disegna per noi un tenue filato,
per i suoi amici sopravvissuti,
mostrandoci dopo quest’inverno
chi è, all’esterno, quell’alleato.

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