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La lingua e lo stile del Principe di Machiavelli

Argomento: Letteratura

di Enzo Sardellaro
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Pubblicato il 21/04/2014 15:59:27

Che i nostri classici siano praticamente “incomprensibili” ai più è un dato di fatto incontrovertibile. Non ci soffermeremo ad analizzare il perché di questo ormai consolidato fenomeno, ci limiteremo soltanto a registrarlo e a sottolineare come esso  abbia ormai una tale portata da “convincere” molti studiosi a tradurre alcuni tra i nostri maggiori scrittori in una lingua più accessibile. Tale evento ha interessato recentemente anche  Machiavelli. In  una situazione politica così confusa e contorta come quella italiana, la “riscoperta” di Machiavelli sembra quasi il  segno di una labilità psicologica che va alla ricerca di “rassicurazioni” presso un pensatore che, a suo tempo, si trovò intrigato in un'Italia non meno confusa e pericolante di quella attuale. Al di là della “demonizzazione” che nei tempi andati si è fatto di Machiavelli e soprattutto del suo pensiero politico, non si può certo dire che l'autore del Principe avesse le idee confuse in testa.

 

La “materia” che fa da sfondo al pensiero di Machiavelli  è l'Italia “parcellizzata”, assolutamente incapace di porre un freno alle mire espansionistiche di Francia e Spagna, saldamente installatesi sul nostro territorio. Nelle lotte per il predominio tra queste due potenze dell'età moderna, l'Italia si  trovò in completa balìa dei contendenti. I Prìncipi dell'epoca avevano il loro da fare per sopravvivere tra i due colossi, e tutti, chi più chi meno volenti o nolenti, entrarono nell'orbita spagnola o francese: “ non datur libertas”. Per superare questa “impasse”, l’Italia necessitava, a tutti i costi, di soluzioni radicali, che rompessero definitivamente con il passato: occorreva un “Prìncipe Nuovo”, che desse vita ad uno Stato “in toto” diverso dai precedenti, praticamente imbelli. Ed è a codesto “Prìncipe Nuovo” che Machiavelli si ingegna di consegnare gli strumenti idonei di governo, tenendo ben presente la “realtà effettuale”, ovvero la particolare contingenza storica in cui l’Italia si trovava. Machiavelli pensò di affidare le “chiavi” del nuovo Stato nelle mani di Cesare Borgia, l’unico “Prìncipe” italiano che sembrasse in grado  di instaurare un “nuovo ordine”.

 

Il “Prìncipe Nuovo” doveva anzitutto essere “virtuoso”, nel senso che Machiavelli dava al termine, come a dire “capace di superare ogni ostacolo”, badando poco ai mezzi, né incline a quei “sentimentalismi” che rendono (secondo Machiavelli)  l’animo fiacco e inadatto alle azioni più azzardate e rischiose, e gravide di conseguenze. Soltanto se il “Prìncipe Nuovo” fosse risultato tetragono a tutti i colpi della “fortuna” avrebbe avuto successo. Anzi, la “fortuna” andava piegata e domata ai voleri del “Prìncipe Nuovo”. L’obiettivo di Machiavelli e del suo “Prìncipe” era dunque ambizioso, anche perché il Prìncipe stesso doveva alla fine costruire  un nuovo Stato capace di sopravvivere al suo stesso fondatore, poiché, a tempo debito, egli aveva saputo avviare una nuova “organizzazione” dello Stato, stabilendo nuovi rapporti con i propri sudditi.  Cesare Borgia non riuscì nel suo scopo, perché, secondo Machiavelli, egli non ebbe il tempo materiale di “mettere radici”, le necessarie “barbe e corrispondenzie” (1).

 

Come dicevamo sopra, Machiavelli aveva le idee chiare e sapeva ragionare secondo una logica stringente, che non lasciava spazio ad equivoci. La lingua e lo stile di Machiavelli rispecchiano uno scrittore “diabolicamente raziocinante” in cui i concetti si legano l’uno all’altro secondo una struttura ferrea del periodo. Soltanto che  il periodo era sì ferreo, ma anche estremamente complesso, talmente complesso che oggi la lingua e il periodare  di Machiavelli sono praticamente “incomprensibili”: di qui le “traduzioni” cui si accennava sopra. Giulio Herczeg, che studiò a fondo gli elementi fondanti della prosa di Machiavelli, ci illustrò con esempi a dir poco illuminanti la complessità del periodo di Machiavelli. Dopo aver sottolineato che Machiavelli partì con “frasi di breve estensione” e con “semplicità di stile” nei dispacci scritti nel corso delle sue “Legazioni”, la struttura del periodo diventò sempre più complessa nei “Discorsi”, e, soprattutto, nel “Principe”. Era inevitabile che così fosse: la materia era talmente ingarbugliata che occorreva trattarla con una razionalità “spossante” e senza respiro. Vediamo, sulla scorta di G. Herczeg, com’era costruito uno dei periodi di Machiavelli, “logicamente concepito e diviso in varie parti”. Si tratta di una frase complessa che si riferisce ad un momento piuttosto critico nella vicenda del Valentino, allorché si trattava “spegnere”, o sbaragliare tutti gli avversari “prima” di perdere l’appoggio di suo padre, papa Alessandro VI Borgia, che era gravemente malato e sul punto di morire:

 

“PRIMO TIPO: divisione del periodo in unità di frasi, simmetriche, comincianti con ‘primo’, ‘secondo’, ‘terzo’, ecc.:

‘Di che pensò [scil. Cesare Borgia] assicurarsi in quattro modi:

PRIMO, di spegnere tutti i sangui di quelli signori CHE lui aveva spogliati PER torre al papa quella occasione,

SECONDO, di guadagnarsi tutti e gentili uomini di Roma, COME è detto, PER potere con quelli tenere il papa a freno,

TERZO, ridurre el collegio più suo che poteva,

QUARTO, acquistare tanto imperio AVANTI CHE il papa morisse” (2).

 

Se alla struttura del periodo aggiungiamo il lessico arcaico, abbiamo tutti gli ingredienti per comprendere PERCHE’ Machiavelli deve, giocoforza, essere tradotto.

 

                                           Enzo Sardellaro

 

 

 

 

 

Nota

 

1)      Per un’ampia disamina del pensiero politico di Machiavelli, cfr. Il Principe, con Introduzione di G. Procacci, a c. di S. Bertelli, Milano, 1960.

2)       G. Herczeg, Alcuni tipi di frasi nella prosa di Machiavelli,  in Saggi linguistici e stilistici, Firenze, Olschki, 1972, pp. 222-223.

 

 

 


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