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La Partida del Mundo - La partita del Mondo

di Ana Maria Lorenzo (Spagna) - Traduzione di F.C. 

Proposta di Franca Colozzo »

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Pubblicato il 23/03/2026 22:29:50

 

 
 Potrebbe essere un'illustrazione raffigurante il seguente testo "Otros Itroslibros libros aautora EI Convento donde memori piedra 6 Manda atodo ករគ្គិតិិិតត herencia par .. El EIConvento 10 Convento racedia 1 perste ባብ contarse mano จ.โยเ confunden lo gesto crieta bacia บค ue RESPIRA പ7 And naMaria Lorenzo http://www.libresmablaz.com/ 9791529563711 363711 9791329 Ana Maria AnaMariaLorenzo Lorenzo 446"
 
 
 
La Partida del Mundo
 
El mundo comenzó
como un tablero de ajedrez.
No fue un acto de genialidad,
sino de comodidad:
dos colores para no confundirse,
unas cuantas reglas fáciles de recordar
y la sensación tranquilizadora
de que todo estaba bajo control.
Durante siglos, esa ilusión bastó.
 
Los peones fueron los primeros en moverse.
Siempre lo son.
Representaban a la humanidad:
innumerables, vulnerables, convencidos
de que cada paso hacia adelante era una hazaña histórica,
cuando en realidad el tablero los había diseñado
para no tener más opción
que avanzar o desaparecer.
 
 
Algunos soñaban con llegar al otro extremo,
creyendo que la coronación
sería un triunfo personal
y no un accidente estadístico.
Pero soñaban igual,
porque soñar
era lo único que no estaba regulado.
Los caballos irrumpieron después,
con sus movimientos extraños
y aparentemente caprichosos.
Eran las ideas nuevas:
incomprendidas al principio,
celebradas más tarde,
y finalmente apropiadas por todos
como si siempre hubieran estado ahí.
Su salto imprevisible
mantenía viva la sospecha
de que el orden no era tan sólido como parecía.
 
Las torres permanecían inmóviles,
erguidas como certezas antiguas.
Eran los imperios,
convencidos de que la estabilidad
era un derecho natural
y no una tregua temporal
concedida por el caos.
Su rectitud inspiraba respeto,
pero también miedo:
nada es tan frágil
como aquello que se cree indestructible.
 
Los alfiles cruzaban el tablero en diagonales
obstinadas, igual que las creencias humanas.
Nunca avanzaban de forma directa;
siempre sesgadas,
siempre convencidas de ver una verdad
que los demás solo intuían.
Su fe en su propia trayectoria
era tan firme que a veces olvidaban
que el tablero tenía límites.
 
La reina, en cambio,
se movía con una libertad
que rozaba lo inquietante.
Era la ciencia cuando nadie la vigila:
capaz de iluminar el mundo
o de incendiarlo sin querer.
Su poder era tan vasto
que incluso los jugadores la observaban
con una mezcla de admiración y desconfianza.
 
Y el rey… el rey simplemente existía.
Era más símbolo que pieza,
más excusa que protagonista.
Se movía poco,
influía menos y, aun así,
todo giraba en torno a él.
Su fragilidad era el centro de la partida,
aunque nadie se atreviera a decirlo en voz alta.
Así avanzó el juego durante siglos:
guerras que parecían inevitables,
revoluciones que parecían necesarias,
descubrimientos que parecían milagros.
 
Desde arriba, todo tenía un aire de estrategia.
Desde abajo, todo dolía.
Hasta que un peón —uno solo—
cometió el acto más peligroso del tablero: pensó.
No fue un pensamiento brillante ni heroico,
solo una duda.
Miró el tablero,
miró a los jugadores
y comprendió la ironía suprema:
nadie sabía realmente por qué jugaban.
Ni las piezas,
ni los jugadores,
ni siquiera quienes habían inventado las reglas.
Así que avanzó.
No para ganar,
sino para romper la lógica del juego.
Para introducir una grieta en la estructura perfecta.
Y en ese instante,
el tablero dudó.
 
Las reglas temblaron.
Los jugadores se miraron,
incómodos,
como si una verdad antigua hubiera despertado:
que nada es más peligroso
que una pieza pequeña
que empieza a hacerse preguntas grandes.
 
La partida continúa, por supuesto.
Pero ya no es la misma.
Porque ahora el mundo
sabe que incluso en un tablero rígido,
la jugada más temida
es aquella que nadie había previsto.  
Ana Maria Lorenzo España
    

 

*** Traduzione in italiano - Franca Colozzo

       

LA PARTITA DEL MONDO 

 

Il mondo nacque come un disegno a quadri,

una geometria prudente.

Non fu invenzione luminosa,

piuttosto un rimedio al disordine:

due colori bastavano

a trattenere lo smarrimento,

poche norme

per fingere un confine al caos.

E a lungo bastò credere

che ogni cosa avesse misura.

 

Per primi avanzarono i pedoni.

Sempre loro inaugurano il tempo.

Moltitudine senza volto,

fragile respiro d’uomini persuasi

che ogni passo fosse conquista,

ignari che la strada

era già scritta sotto i piedi

e non concedeva ritorno.

Qualcuno sognava l’altra riva,

una metamorfosi promessa,

creduta merito

più che accidente.

Eppure sognavano,

perché il sogno soltanto

sfuggiva alle regole.

 

I cavalli giunsero obliqui,

con salti che parevano errori.

Erano pensieri nuovi,

prima respinti, poi accolti,

infine ricordati

come se fossero sempre stati lì.

Nel loro andare storto

si insinuava il dubbio

che l’ordine visibile

fosse solo una tregua.

 

Le torri restavano ferme,

verticali come dogmi antichi.

Somigliavano agli imperi:

credevano eterna la stabilità,

senza sapere

che era solo una pausa del disastro.

Incutevano rispetto

e un’ombra di paura,

perché nulla vacilla più in fretta

di ciò che si proclama eterno.

 

Gli alfieri tagliavano il campo

seguendo diagonali ostinate,

simili alle convinzioni degli uomini.

Mai diretti,

sempre inclinati verso una verità

che prometteva rivelazioni.

Procedevano sicuri

dimenticando talvolta

che ogni orizzonte

ha un margine invisibile.

 

La regina attraversava lo spazio

con libertà inquieta.

Era sapere puro,

luce capace di rischiarare

o di bruciare senza volerlo.

La sua forza eccedeva il gioco stesso,

e persino chi muoveva le mani

la guardava con cautela,

come si osserva il fuoco.

 

E il re…

il re rimaneva.

Più segno che presenza,

più necessità che volontà.

Avanzava appena,

inermi i suoi passi,

eppure tutto dipendeva

dalla sua sopravvivenza.

Fragile centro del disegno,

verità taciuta.

 

Così continuarono i secoli:

guerre inevitabili,

rivolgimenti necessari,

scoperte accolte come prodigi.

Dall’alto sembrava strategia,

dal basso era soltanto ferita.

 

Finché una pedina,

una soltanto,

compì l’atto più rischioso:

pensò.

Non fu eroismo,

solo una crepa.

Guardò il campo,

guardò le mani che decidevano,

e comprese l’ironia segreta:

nessuno conosceva lo scopo del gioco,

né i pezzi, né i giocatori,

nemmeno chi aveva tracciato le regole.

 

Allora avanzò.

Non per vincere,

ma per incrinare la necessità,

per aprire un varco

nell’ordine perfetto.

E per un istante

la scacchiera esitò,

le leggi vacillarono,

gli sguardi si cercarono incerti,

come davanti a una memoria perduta:

nulla spaventa più

di ciò che interroga.

 

Il gioco continua, certo.

Ma qualcosa è mutato.

Ora il mondo sa

che anche nel disegno più rigido

la mossa decisiva

è quella che nessuno attende.

 

Traduzione di Franca Colozzo  

Poesia di ©Ana Maria Lorenzo (Spagna)

 

 


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