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Un uomo solo

Romanzo

Christopher Isherwood
Adelphi

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 23/09/2011 12:00:00

George è rimasto solo, Jim è morto in un incidente. A chi sopravvive resta la casa vuota, le abitudini un tempo, condivise e ora portate avanti dall’abitudine e una costante malinconia ed un senso di vuoto, nel ricordo del compagno scomparso. Isherwood ci propone una giornata di George, professore universitario, dal risveglio sino al tormentato sonno, che preclude, chissà quando, la morte. Seguendo il protagonista nell’arco di una sua giornata il lettore riesce a ricostruire praticamente tutta la vita del protagonista, i ricordi che emergono, i rimpianti, il piglio con cui affronta le lezioni con gli studenti, che un po’ lo ammirano e un po’ lo trovano balordo. Sarà uno degli studenti a fargli dire una frase che fa da pietra miliare nella narrazione; la frase è inserita in un confronto fra un anziano ed un giovane, dove quest’ultimo si interroga sul passare degli anni e la saggezza che esso porta: “Lascia che ti dica una cosa, Kenny. Non posso parlare per gli altri, ma per quel che mi riguarda nulla mi ha fatto diventare saggio. Certo, siccome alcune cose mi sono già capitate, quando si ripresentano mi dico: ci risiamo. […]” Dunque la vita come una catena di ricordi, piuttosto che una crescita. Ma la cosa importante è che la vita continui, non si può soccombere al peso della memoria, bisogna continuare ad accatastare fatti, nomi, volti, bisogna guardare avanti. Ed è quello che si scopre fare al protagonista, l’amarezza della perdita dell’uomo amato gli dà un passato, ma in fondo perché non continuare a cercare, ci deve pur essere un altro Jim, un’altra via da far imboccare ad una vita che procede verso il tramonto. Come dicevo il romanzo copre l’arco di una intera giornata, e sembra una collezione di istantanee, scattate in rapida successione, più che di pennellate, si tratta di vere e proprie fotografie, nitide, ben definite, che unite l’una all’altra creano un mosaico assai avvincente in cui Isherwood traccia con meticolosa passione i tratti di una vita non più giovane, privata dell’amore da un tragico destino, circondata da amici malmessi e radicata in un tranquillo scorrere, nell’America degli anni ‘40, dove si dovevano ancora salvare le apparenze, ma la tolleranza stava prendendo piede. Molto belli i passaggi in cui George in palestra vive una sorta di sospensione delle differenze di età, invece così tangibile nell’ambiente universitario in cui lavora. Forse Isherwood, da sempre attratto dalle persone di ceto sociale meno elevato, vuole qui dimostrare come l’attività meramente fisica sia un collante maggiore tra le persone che non l’agiata e speculativa vita accademica. Il tema dell’uomo maturo e del giovane domina anche il bellissimo finale, in cui è chiaro quanto la differenza di età sia più un valore che non un elemento di divisione.

Il romanzo è molto bello, scritto con il consueto stile di Isherwood, asciutto e lineare, ma ricco di correnti che si muovono sotto la superficie quasi calma della narrazione. La giornata di George è analizzata passo dopo passo, ma dopo alcune pagine è evidente al lettore che ciò è solo una illusione, è l’animo stesso del protagonista ad evolvere col passare delle ore. Il finale, come dicevo, è molto bello, lascia con un pizzico di dubbio. L’ultimo capoverso è assolutamente straordinario, rende gli istanti quasi tangibili, ricorda un brano musicale che termini in un pianissimo, o ad uno di quei vecchi film col finale in dissolvenza. Dopo l’ultima riga il romanzo continua a riverberare. Una lettura davvero bella ed intensa, ricca di spunti di riflessione, da cui è stato tratto il primo film diretto da Tom Ford nel 2009 e che porta il medesimo titolo del libro.



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(Pubblicata il 09/08/2013 12:00:00 - visite: 2869) »