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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Tania

di Marco Bruni
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Pubblicato il 15/11/2020 16:47:15

Tania


La giovane donna si stringeva nelle spalle dentro al pesante cappotto e serrava i pugni dentro ai guanti mentre la gelida piogggia le pungeva il volto fino a farle lacrimare gli occhi, quella notte, seduta da sola, sopra la panchina quella della fermata dell’autobus, poco illuminata da un lampione che diffondeva nell’aria una luce bianca fredda e debole. Come se non bastasse una nebbiolina fitta e insistente saliva nell’aria contribuendo in modo decisivo a rendere surreale tutto quello che i suoi occhi guardavano a cominciare dagli enormi palazzi di periferia avvolti dal silenzio e le poche luci degli appartamenti le sembravano occhi ciechi e muti nella notte e quei semafori con quella luce intermittente a intervalli regolari che vegliavano l’incrocio maledetto. Nessuno poteva descrivere ciò che provasse in quel momento o a cosa pensasse quando all’improvviso due enormi fanali si materializzarono in lontananza e poi poco a poco sempre più vicini, si delineò la sagoma del bus. – Finalmente eccolo – pensò la ragazza sentendosi sicura e alzandosi dalla panchina si fece intravedere dall’autista. Il mezzo si fermò in corrispondenza del segnale di fermata. Con un cigolio di freni prolungato, l’autista azionò il comando tramite un pulsante sistemato sul cruscotto subito sopra la leva del cambio e le grandi porte pneumatiche a soffietto si aprirono con uno sbuffo d’aria. La ragazza salì velocemente togliendosi il cappello inzuppato d’acqua. Subito una ciocca di capelli lunghi e biondi le cadde sopra il viso così ghiaccio che sentiva le guance come fossero di vetro. Con una mano lentamente aprì la borsetta che teneva stretta sotto al braccio e tirò fuori un fazzoletto, si asciugò gli occhi passandolo sul viso che lentamente tornava di un colore roseo, con le mani si aggiustò i capelli riponendo il berretto nella borsa, poi con un sollievo salutò l’autista – ciao Henry come va? – Henry lo conosceva bene, immigrato qualche anno prima in Italia aveva fatto i lavori più umili e disparati ottenendo dei piccoli compensi in cambio. Ma poi una sera mentre Henry spazzava lungo il viale le foglie cadute e toglieva le siringhe dalle aioule che qualche disgraziato usava per bucarsi, l’aveva inavvertitamente urtata con un braccio e voltandosi - mi scusi …. - ma non finì la frase rimanendo per un momento colpito e meravigliato di così tanta bellezza e luminosità che la ragazza profondeva dai suoi occhi. Lei non se ne accorse oppure fece accuratamente finta di niente ma subito aggiunse sorridendo – scusami tu, non guardavo , sai oggi ho avuto una giornata pesante, non vedo l’ora di rientrare a casa a farmi un bel bagno caldo. A proposito io mi chiamo Tania e tu? - - Io mi chiamo Henry – rispose lui e così con una stretta di mano iniziò la loro amicizia. Lei venne a conoscenza dei problemi del ragazzo, che in quel momento lavorava per una ditta che si occupava di lavori socialmente utili, c’era da lavorare molto ma il compenso non era sufficiente nemmeno per arrivare fino alla metà del mese. Così Tania che non sopportava di vedere sfruttare le persone decise di dargli una mano. Henry prese la patente e Tania lo aiutò a farsi assumere dal comune per guidare il bus, certo quella era un’altra vita. L’autista chiuse le portiere e il mezzo con a bordo solo loro due, ripartì svoltando a destra dell’incrocio immettendosi in un lungo vialone costellato ai lati di macchine in sosta mentre Tania si era accomodata dietro al conducente - Le cose vanno bene, ma dimmi lavori anche stanotte? – Disse Hanry alla sua amica. – Mi hanno telefonato dalla redazione, sembrava una cosa importante e così mi sono precipitata. – Il mezzo continuava la sua corsa fra sottopassi svolte e incroci, quando dopo circa mezz’ora giunse finalmente alla fermata numero cinque. Era quella di Tania che dopo avere salutato Henry scese dall’autobus e si diresse con passo spedito verso la sede della redazione presso la quale lavorava. La giovane donna attraversò quasi correndo la porta automatica posta all’ingresso dell’edificio fra mille pensieri che nel frattempo le si erano infittiti nella mente, salì i gradini tutti d’un fiato mentre si toglieva il cappotto gridando ad uno dei colleghi che le veniva incontro tenendo in mano una grossa tazza di caffè – Dov’è il capo? – Doriano le porse la tazza – Tieni – disse – bevi questo caffè, è caldo e a quest’ora non può che farti bene.- Tania ne aveva proprio bisogno e prese la tazza ringraziando il suo collega che intanto aggiungeva – il capo ti aspetta, è nel suo ufficio.- Tania spalancò la porta dell’ufficio e si trovò davanti al capo. Il suo capo era un’ometto dall’aspetto un po’ dismesso che stava seduto dietro la propria scrivania sopra la quale un’immensità di fogli sparsi a caso davano una sensazione di disagio a chiunque entrasse. Due occhietti neri e acuti la fissavano da dietro due spesse lenti di occhiali comprati a sconto chissà dove, nell’aria c’era un odore denso di tabacco perché non smetteva mai di fumare quella odiosissima pipa, al polso sinistro un enorme orologio d’oro che guardava in continuazione come fosse l’ oracolo, la camicia grinzosa e senza un bottone i capelli spettinati sembrava che avesse preso la scossa o che avesse visto i marziani da vicino. – Beh! – disse Tania entrando nell’ufficio – perché mi ha fatto telefonare con tanta urgenza a quest’ora della notte? Cosa è successo di tanto grave? Forse a un consigliere e venuto il singhiozzo? Oppure la signora del piano di sotto ha una colica? Sai che notizie, il giornale venderà milioni di copie. – Il capo poggiò la mano su uno di quei fogli e guardò Tania con aria preoccupata e stanca. – E’ mezzanotte passata Tania a quest’ora non ho voglia di scherzare – rispose il capo mentre prendeva una lettera dal cassetto della scrivania e mostrandola alla ragazza le disse: “ leggi, questa è la notizia del mese.” Evidentemente il capo già sapeva di cosa si trattava. Tania prese la lettera a lei indirizzata dalla mano che il capo le tendeva la aprì tolse il foglio dalla busta e lo lesse. Era un invito a presenziare ad una conferenza durante la quale sarebbe stato premiato con un prestigioso howard alla carriera un medico ricercatore, il dottor Martino. La ragazza ripiegò accuratamente il foglio e disse – Chi è questo dottor Martino ? – E’ proprio questa la domanda che si fanno tutti, chi è ? Nessuno lo conosce, nessuno lo ha mai visto, niente – rispose il capo. Tania era sempre più incuriosita – ma almeno hai una fotografia ? – aggiunse. – No – rispose il capo sentendosi imbarazzato. Tania intanto si era seduta togliendo una catasta di fogli bianchi di sopra una sedia e lisciandosi i capelli chiese – Come mai tanto interesse per questo dottore sconosciuto ? – Il capo rimase per un attimo in silenzio poi rispose – Al dottor Martino è stata conferita la medaglia d’oro per le sue ricerche sull’ AIDS . L’AIDS è un argomento molto interessante pensò la ragazza perché interessa tutto il mondo. – Bene - aggiunse lei - me ne occuperò personalmente e tirando fuori dalla borsa un quadernetto di appunti che casualmente aveva scritto qualche giorno prima proprio su questa sindrome si mise a leggere . “ L’HIV è una malattia che si può trasmettere sessualmente anche se molti credono che si possa trasmettere con un semplice bacio “– Nel sentire queste parole superficiali della sua giornalista il capo si drizzò sulla sedia e disse – ma capisci ciò che stai leggendo ?- No vero ? o forse a malapena. Invece ti dico bisogna che il lettore lo capisca, una regola basilare del giornalismo è la chiarezza appunto. Tania alzò gli occhi al cielo e vide il soffitto della stanza, per un attimo pensierosa si passò una mano sui capelli – cosa ne pensi del titolo “ l’AIDS sconfitto “ – penso che sarebbe una bugia in quanto il dottor Martino ha indicato con i suoi studi una possibile via e sembra che questa via sia meravigliosa come hanno sentenziato i suoi colleghi – Tania non aveva più dubbi, se la scoperta era approvata con ammirazione anche dai colleghi, questo valeva bene un articolo, questo valeva essere stata contatta con urgenza in piena notte. Il capo prese in mano la cornetta del telefono e compose il numero della stamperia per far fermare le macchine per poter modificare la prima pagina del giornale. La ragazza aspettò in ufficio che un fattorino le portasse dalla stamperia la prima copia del giornale con l’edizione modificata. Il cuore le batteva era emozionata, ma lesse il suo articolo anzi il suo primo articolo apparso in prima pagina, firmato col suo nome a caratteri grandi: la nostra corrispondente esterna, Tania. La ragazza si sentiva più leggera, è bellissimo pensava tutti leggeranno il mio articolo, compreso Henry. Si alzò dalla sedia e si diresse alla finestra. Guardò fuori, la strada era ancora poco rumorosa mentre le stelle si diradavano nel cielo. Il velo della notte piano piano stava sollevandosi per fare posto al sole che pallido appariva all’orizzonte accarezzando l’alba. Pensava che il mondo è strano e al dottor Martino, cercava di immaginare cosa provasse o come si sentisse in quel momento, quando ora non sei nessuno e l’attimo dopo tutto il mondo reclama il tuo nome. Tania pensava alla sua infanzia e a sua madre che l’aspettava a casa e ancora non sapeva che sua figlia aveva il nome in prima pagina e dell’articolo sul dottor Martino. Che uomo questo dottore diceva tra se Tania, nessuno era riuscito prima, uno si presenta con questa malattia e i dottori ti dicono che non si possono fare miracoli, le terapie la sofferenza, poi arriva un certo nessuno ( Martino ) che fino a poco tempo prima non contava niente e ti dice: c’è una strada da seguire per sperare. Tania prese il telefonino dalla borsa e anche se l’ora non era quella giusta, chiamò sua madre per raccontarle la notizia e per tranquillizzarla che niente di grave era successo, che lei era felicissima e un po’ stanca.
2
Il dottor Martino era arrivato e dopo aver parcheggiato lungo il viale era sceso dalla macchina e guardava senza pensare a niente ciò che fino adesso aveva costituito il suo paradiso. La propria casa. Poi attraversò la strada con passo elegante e disinvolto, si fermò davanti al cancello. Con la mano destra lo aprì, lo oltrepassò richiudendolo dietro di se e attraversò il giardino camminando lungo un corridoio fatto in muratura e rivestito di mattonelle a mosaico. Alla sua sinistra un prato verde di panzè si estendeva fino alla veranda d’ingresso e ai lati le alte inferriate rinchiudevano il tutto come in una gabbia. Il dottor martino si alzava presto la mattina, leggeva il giornale, prendeva un caffè forte, poi visitava i suoi pazienti nello studio e dopo mezzogiorno visitava i malati a domicilio, per poi rinchiudersi nel laboratorio a lavorare e sperimentare fino a tardi. Era un grande lettore di libri e riviste mediche. Prese le chiavi di casa nella tasca del cappotto le infilò nella serratura e aprì la porta. Sua moglie ed i suoi figli gli corsero incontro sorridendo e complimentandosi e lui li abbracciò tutti con le lacrime dentro gli occhi per l’emozione. Si tolse il cappotto e poi anche la giacca, in quel momento era felice, andò in bagno, si lavò le mani poi si sdraiò sul divano della sala in attesa che fosse pronta la cena. Sua moglie Elga, aveva preparato per lui una cena speciale, di quelle che lui ama, a base di pasta con sugo di carne e arrosto con patate. Per il dottore il momento della cena era un momento particolare, perché poteva distendersi in compagnia dei propri affetti ed era l’occasione per parlare con loro, per sapere come era andata a scuola e sua moglie poi, dopo anni di matrimonio l’amava ancora come fosse il primo giorno. E lui intanto raccontava – sapete mi tremavano le gambe quando mi hanno appuntato la medaglia; non ne potevo più sembrava che il cerimoniale non finisse mai, ci sono stati dei discorsi ho stretto centinaia di mani ed ho ripetuto moltissime volte ti ringrazio caro collega, oppure vi ringrazio tutti siete meravigliosi. Però ho visto anche la gelosia dei miei colleghi, ho letto ostilità nei loro occhi, la loro falsità quando stringendomi la mano si complimentavano con me sorridendo. Io, che ho messo sottosopra i dictat della medicina ufficiale nella quale loro credono passivamente e per arrivare a questo ho sacrificato ore e ore della mia vita nella ricerca e nello studio; guardava sua moglie appoggiando la testa ad una mano mentre l’altra rimaneva come morta sopra al tavolo: e loro cosa hanno fatto? Mi hanno gratificato con una medaglia, ma io sono sicuro che a questa seguirà il silenzio. Elga lo guardava pensierosa e forse pensava che era stanco, provato da tutto quel bailamme che improvvisamente gli era piovuto addosso fatto di giornalisti curiosi, fotografi pronti a immortalarlo ad ogni costo tanto che vedeva la sua vita dissolversi nelle mani e nelle parole degli altri, di estranei. Questo pensava Elga è un prezzo troppo alto da pagare per una notorietà così improvvisa. I bambini invece erano felicissimi di mostrarsi ed orgogliosi del proprio padre. – Ti ricordi Elga quando ci siamo conosciuti?, allora ero un giovane medico senza il becco di un quattrino al quale nessuno dava credito, ricordo i colleghi di allora, quando scuotevano la testa mostrando il proprio dissenso ai risultati delle mie ricerche forse divertendosi alle mie spalle.- S’interruppe di botto come se quel ricordare provocasse in lui un malessere mentre Elga portava il caffè. Il dottore aveva appena preso la tazzina quando all’improvviso il cane di fuori cominciò ad abbaiare, una grossa limousine nera si era fermata davanti al cancello. Ne erano scesi due uomini che ora suonavano il campanello della sua casa. Elga andò ad aprire e i due entrarono salutando quasi riverenti il dottor Martino presentandosi. Erano membri del CDA ( consiglio d’amministrazione ) ed erano lì per fare una proposta al dottore. Elga intanto aveva preso i cappotti dei signori e dopo averli sistemati ad un attaccapanni tornava in sala, portando nuovi caffè. Il dottor Martino si era alzato andando incontro ai due signori non senza sorpresa e meraviglia anche per l’ora della visita, erano le 21,30. I due si scusarono – Noi dottore le capitiamo in casa la sera stessa del suo successo personale in campo medico come fossimo dei mendicanti, ce ne dispiace molto, siamo coscienti del disturbo che le arrechiamo; ma d’altra parte non ne potevamo fare a meno in quanto il nostro consiglio d’amministrazione ha approvato a suo favore e visto che lei dottore da domani sarà affogato da richieste di collaborazione, ci siamo detti: chi prima arriva, prima se lo porta via. La persona che parlava si sedette prese una tazza di caffè che Elga aveva preparato e lo bevve. Martino guardava il suo interlocutore, cercando di capire chi fosse quella persona piombata
in casa sua come una bomba. Quella persona, si chiamava Mariano Martini, aveva sessanta anni e una lunga esperienza di lavoro. L’altro invece era di qualche anno più vecchio, di corporatura magra ben vestito, non aprì mai bocca. Dunque diceva Mariano siamo qui per proporle caro dottore di diventare primario nel nostro ospedale, perché vogliamo mettere la nostra clinica al servizio dell’alta chirurgia. Martino lo guardava – lei capirà che per fare questo, ci vuole molto più di un primario - - Certamente – rispose Mariano – I lavori per strutturare l’ospedale sono iniziati un anno fa e stanno per finire e lei avrà a disposizione una clinica modernissima dotata di un’alta tecnologia con strumenti modernissimi e con personale qualificato più una paga da capogiro.- Martino si alzò dalla sedia si diresse verso la vetrina, ne aprì un’anta a specchio e prese una scatola con dei biscotti, la aprì offrendoli ai due visitatori e ne mangiò anche lui. – La vostra offerta è sicuramente buona e mi fa piacere il fatto che abbiate pensato a me, però io non ho intenzione di abbandonare le mie ricerche per lavorare in un ospedale perché mi sento più realizzato quando sono nel laboratorio fra cavie, microscopi e provette, per me è un sensazione bellissima, mi sento realizzato. – Lei ha perfettamente ragione – riprendeva il signor Martini – la nostra offerta in questo momento può apparirle sicuramente strana, ma questo vede è un caso eccezionale, però mi prometta che ci penserà dottore, prima che l’onda della popolarità la investa e la sommerga con i suoi lacci e i suoi piaceri. La nostra clinica ha bisogno di una persona matura e capace come lei. – Poi tacque. Il buon dottore si strinse nelle spalle e sospirò guardando la scatola dei biscotti che era aperta sul tavolo, ma vuota. – Beh! – Martino era confuso, - non posso darvi una risposta immediata, prima ci devo riflettere, forse fra qualche giorno ci potremmo rivedere e saprò darvi una risposta.- Elga e i bambini non si sentivano più era quasi mezzanotte, la luna era alta nel cielo e anche i loro sogni profondi mentre Martino salutava i suoi estimatori che se andavano. Martino scostò la tenda della finestra scorrevole di sala e vide la grande limousine nera partire lentamente illuminando la strada con i suoi grandi fari. E lui guardava la strada, gli occhi socchiusi dal sonno, andò a dormire. Nello stesso momento dieci chilometri più avanti, nel centro di Massa Marittima Tania era seduta davanti alla propria scrivania con una tazza di caffè in mano che ogni tanto sorseggiava pensando a qualche articolo da prima pagina, quando squillò il telefono. Era sua madre, preoccupata per non averla sentita rientrare chiedeva spiegazioni, voleva essere tranquillizzata. Tania rispose – Mamma non preoccuparti sono alla mia scrivania e sto lavorando, per la verità sono anche stanca, non ho chiuso occhio -. Tania riappese la cornetta, si alzò dalla sedia e con il suo portatile in mano si avviò lentamente verso casa. Erano le cinque di mattina.
Sette ore dopo, la sveglia suonò con insistenza nella piccola camera dove la ragazza dormiva. Tania aprì gli occhi, si stiracchiò un po’, poi si mise seduta sul letto, si sentì sollevata. Alzandosi prese i suoi vestiti, entrò nel bagno e ne uscì lavata e vestita. – Mamma, mammaaaaa… Chiamò. Ma non ottenendo risposta prese un panino e uscì per andare in redazione. Scese di corsa le scale, aprì il portone del grande palazzo e fece per attraversare la strada quando una voce, quella di Henry, la chiamò. – Tania, sono felice di vederti.- Tania si voltò meravigliata per la sorpresa. – Ciao Henry, sto andando in ufficio, devo scrivere un importante articolo.- Henry fu contento di accompagnarla.







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