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Incontri con vite sconosciute

di Elena Viola
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Pubblicato il 02/02/2024 18:57:34

Incontri con vite sconosciute

 

Capita a  volte di pensare a quelle persone che abbiamo incontrato fugacemente nella nostra vita e  non abbiamo mai avuto la possibilità di conoscere. Magari una persona che abbiamo incrociato per strada e ci ha salutato in modi cordiali scambiandoci per qualcun altro. Una vecchietta che abbiamo visto camminare con difficoltà arrancando su dei bastoni. Un signore che era insieme a noi nella sala d'attesa del dentista e ci ha colpito per un particolare insolito, del tipo un paio d'occhiali o il modo di sfogliare una rivista.

 

Secondo me ogni volta che notiamo una persona ci deve essere un motivo preciso, forse è qualcuno con cui abbiamo una sorta di familiarità, che abbiamo già incontrato nella nostra infanzia e di cui ci siamo dimenticati, ma ha lasciato un'impronta inconscia ben impressa nella nostra memoria.

Poi ci sono degli incontri un po’ meno fugaci, come una persona con cui abbiamo condiviso un viaggio in treno parlando a lungo di qualche argomento. Un bambino con cui giocavamo a pallone nei pomeriggi di un'estate in un luogo in cui non siamo più tornati, o forse noi sì, ci siamo tornati ma lui no.

 

Una compagna di banco in seconda elementare che mi stava tanto simpatica, ma dopo un paio di mesi è sparita nel nulla perché il padre era stato trasferito per lavoro in un'altra città. Quel medico tanto buono e gentile che quando da bambina prendevo sempre" tutta l'influenza del mondo" ,veniva a visitarmi a casa e mi dava  una caramella per scusarsi di avermi dovuto infilare in bocca la paletta abbassalingua per guardare le tonsille.

 

Ci sono infine gli incontri con sconosciuti che si ripetono puntualmente, in particolari circostanze, a volte per anni. Ricordo un paio di controllori di quel treno che prendevo abitualmente quand'ero pendolare e con i quali non ho mai scambiato nemmeno una parola ma erano diventati ormai delle figure familiari.

Una zingarella  chiedeva l'elemosina davanti all'ingresso del supermercato, giovanissima, adolescente , più volte incinta, di un'insolita e profonda bellezza esotica  che , quasi tragicamente, ne faceva una splendida modella mancata, solo perché nata nel posto sbagliato da persone sbagliate.

 

Un signore magrebino vendeva fazzoletti al semaforo, alto e magro, con una postura perfetta e una singolare eleganza nei movimenti, già abbastanza avanti negli anni, sempre gentile e sorridente, quasi ossequioso, e rispondeva "sucrà " o "sucar", che immagino voglia dire grazie in arabo.

 

Una strana presenza, che mi rendeva molto curiosa e che per qualche anno incontravo ogni mattina nell'andare a scuola, era un signore sulla quarantina, calvo, occhialuto, vestito elegantemente , con in mano una borsa di pelle forse da avvocato, impiegato di banca, al limite medico.

Lo incontravo sempre in un posto preciso, in un orario preciso con un tempismo perfetto, quasi ci mettessimo d'accordo a che ora uscire di casa, che velocità di camminata tenere ecc.

 

Dunque, erano gli anni del liceo e andavo a scuola a piedi insieme alla mia compagna di banco che abitava vicino casa mia ,e lei aveva l'abitudine di entrare in una piccola chiesa situata lungo il percorso per dire mentalmente una preghierina mattutina, di quelle che dovrebbero proteggerti dalle interrogazioni per intenderci. Io non mi sentivo particolarmente ispirata da queste cose, ma, siccome camminavamo insieme la seguivo a ruota.

In inverno c'era sempre una fitta nebbia, fredda e pungente, e tutto sommato mi faceva piacere prendermi una pausa di qualche minuto al riparo dal freddo.  Si restava in fondo, in silenzio, accanto alla porta, e accadeva sempre così, che neanche trenta secondi dopo il nostro ingresso la porta si apriva e, avvolto in una nube di nebbia, appariva lui , il signore calvo e occhialuto che si toglieva il cappello e restava in silenzio a recitare la sua preghierina mentale. Forse qualche volta ci ha fatto persino un cenno di saluto col capo, non ricordo bene, o forse sono io a voler credere che sia andata così.

 

Ebbene, la cosa più singolare di questi incontri ripetuti durati alcuni anni, e  a volte anche molti anni, è che non ricordo quando sono terminati.

Cioè, a un certo punto , ma non riesco a ricordare bene quando, la zingarella non c'era più, il signore dei fazzoletti nemmeno, il treno da pendolare non ricordo l'ultima volta che l'ho preso e il signore calvo e occhialuto in un giorno indefinito è sparito nella nebbia e non s'è più visto, o più probabilmente io avevo finito il liceo e non sono più entrata in quella chiesa, o almeno, sicuramente non alle otto del mattino.

 

Di queste presenze sfuggenti  e indefinite, non ho mai saputo neanche il nome, oppure semmai qualche volta mi era stato detto, devo averlo presto dimenticato.

Tuttavia non posso fare a meno di provare una strana e frustrante nostalgia ogni volta che, per un qualsiasi motivo o senza alcun motivo, tornano ad affacciarsi nella mia mente. Posso solo ragionevolmente pensare che quello strano dolore mi deriva dalla consapevolezza di collegare quelle persone a dei periodi della mia vita ormai definitivamente trascorsi e conclusi, un inevitabile segno del passare del tempo che ci lascia spettatori attoniti e impotenti di un'esistenza diventata un po’ alla volta una scatola di ricordi  così piena e strabordante che, a breve, non saremo più in grado di aprire.


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