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Disfunzioni

Poesia

Marco Onofrio
Edizioni della Sera

Recensione di Patrizia Pallotta
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Pubblicato il 08/05/2012 12:00:00

L’Apocalisse di un moderno Don Chisciotte

 

Con “Disfunzioni”, ottavo libro di poesia di Marco Onofrio, siamo piacevolmente di fronte ad un moderno “Don Chisciotte” o, se si vuole, “Don Sognatore”, o “Don Combattivo”. Lancia in resta, l'autore esprime nei sette tambureggianti poemetti che compongono il testo la “sua” verità. La verità, è noto, non è unica, ognuno ne costruisce una propria sulla base della quale lavorare: il Nome non esiste, o meglio molteplici sono gli appellativi che le si potrebbero dare, ma ogni individuo ne conserva gelosamente titolo e contenuto. Marco Onofrio, da coraggioso scrittore qual è, ha volutamente condiviso la sua verità, dando ad essa un titolo ben specifico: “Disfunzioni.” L'insieme delle verità si addiziona e forma una sorta di versione aggiornata dei quattro “novissimi” (morte, giudizio, inferno e paradiso) e delle tre virtù teologali (fede, speranza e carità), mantenendo l'indirizzo e la magia capaci di rappresentare la realtà spogliata di ogni mistero, sviscerata senza indugi, urlata con certezza, e pure mai pacificata, mai catartica. Il testo riunisce “ad litteram” il coinvolgimento dell'autore nel redigerlo, oltre a quello del lettore che ami la poesia, che sappia leggere con occhio attento, soppesando il vortice delle parole che vanno a formare il senso della loro verità.

La lettura dei precedenti testi poetici di Onofrio ci rende partecipi del suo cammino, delicato e incisivo al contempo, aiutandoci a interpretarlo come una “via maestra” irta di difficoltà, di canti d’amore, di solitudine, di amarezza, ma anche di immagini traboccanti luci e colori prismatici, comprensivi dei valori esistenti, come vettori diretti verso strade asfaltate o bianche, costellate di bivi. Per raggiungere il poeta nella sua particolare partecipazione alla vita si deve acquisire anche il pensiero filosofico, che non sempre viene colto con immediatezza, perché metaforizzato dai tuoni e dai suoni dei versi.

Questo testo di Onofrio è un incontro-scontro tangibile che attraversa i molti ponti della concretezza, lasciando le personali e particolari impressioni, viste da un'angolazione del tutto insolita. Gli occhiali inusuali si posano sugli umori, sulle sfide, sulle fughe, fino al silenzio buio delle stelle che, per altro, ne incrementano l'inquietudine.

La prima parte di “Disfunzioni” rappresenta la fuga simbolica da un palazzo, descritta con lenti d'ingrandimento tenebrose che cercano il vuoto. Il timore di affrontare il “nuovo” e lasciare il sicuro è trasparente; ma quale il sicuro? cosa il certo?

L'autore scava e trova assenze che guardano davanti e dietro di sé, assenze che lasciano spazio al crollo dei valori umani, vissuti interiormente, tanto da desiderare un nascondiglio sicuro, poeticamente indicato come la valva della conchiglia. Questa è la pace che cerchiamo?

Ascoltare le mutilazioni dell'anima non significa evadere da una forma qualsivoglia di “impegno”, altro nome dato alla verità, quanto piuttosto attraversare fino in fondo lo sfinimento della crisi, sottolineando l'esaurimento delle domande che martellano numerose, pur non togliendo al poeta uno spiraglio di forza combattiva. L'autore, tra le righe, chiede sostegno – anche se non lo dichiara – perché sa di averne necessità: una voce che si unisca alla sua per appoggiarlo nelle tesi che sostiene. Ma non esiste un'isola immaginaria, al contrario di “Utopia” di Thomas Moore, in cui rifugiarsi: non c'è via di scampo in questa lotta impari che spezza lo spirito. L'autore rivela e talvolta nasconde il suo disagio nel relazionarsi con il resto della civiltà umana, e tuttavia non demorde: continua a cercare il luogo dove si possano celare risposte, e quale sia il viaggio da intraprendere per raggiungerle.

Le immagini della “crisi” sono fosche o invisibili, sospese in aria o soffocate da un baratro

sconosciuto. L'importanza del vuoto è parte integrante di Onofrio, è l'intraducibile cornice esterna che induce a rompere il guscio della sua spiritualità, penetrando lentamente nel cuore come spina di rovo. Una sfera di luce si apre fra le tenebre e viene identificata forse come Dio, la Presenza che solo per un attimo eterno potrebbe essere l'Unica a rappresentarci e sostenerci. La visione, però, si chiude subito, cambia dimensione, si trasforma: irrompe il desiderio di distruggere tutto per trovare un punto da cui rinascere. Cancellare, sprofondare, risalire: il diagramma dei “corsi e ricorsi” della storia segna il percorso ondivago dello sguardo di Onofrio, la sua incapacità di accettare una realtà da lui accusata di falsità manifeste. Vaghi e nebulosi sono i momenti di ritorno alla speranza, che però ricade tra le caligini della follia. Per questo la visione si apre sui deportati, “i mille nessuno, gli uomini usurpati”, pigiati l'un sull'altro dentro un vagone, in viaggio verso il comune destino di morte, di insignificanza, già segnato sulla lavagna dell’esistenza.

Non manca, nel dissidio interiore di Onofrio, lo sguardo di riprovazione etica per certi rappresentanti dell’Autorità costituita, ad ogni livello delle sue Istituzioni (Chiesa compresa), e per le posizioni indebite che vengono occupate da personaggi spesso poco consoni al “seggio” che difendono con forza, solo perché garantisce loro privilegi e potere. E allora è un profluvio di ironia, di sarcasmo, di iperboli parodistiche. Le denunce si scagliano come frecce acuminate contro i personaggi dell'Intermezzo, tra motti partoriti da una fantasia fervida, al calor bianco, fino alla noncuranza di chi si associa banalmente, rimasticando il “si dice”, con superficialità... “Ma sì, dài,/ ma che te frega.../ Clap, clap, clapclap”.

L'autore non risparmia dai suoi strali l’invadenza tecnologica dei nostri giorni, già elemento proteiforme e inafferrabile, benché strumento necessario per la comunicazione di ciò che non sappiamo e forse non abbiamo più da dire. Bellissimi i versi del “Rifugio” nella rassegnazione : ... “Ad una feccia, a un vivere banale: / a musica che suona, ma non vale... /

E allora triste, sconsolato, quasi offeso / dall'essere che segna il mio avvenire/ e dal traguardo in fondo a questo viaggio/ la meta inarrivabile e vicina/ io guardo la mia anima bambina/ che muore e poi risorge senza posa (…) “...come la speranza, / cocciuta, irriducibile,ambiziosa...”

Il poeta prosegue nel dire: “...Mi schiaccia giusto dove c'è il coraggio / la guerra che ti scoppia nelle vene”... Il conflitto continua imperterrito e passa all'incapacità di reazione, tornando nel vuoto, quello orribile che si trasforma in palude e putrida cloaca desolante. Giunge improvvisa, dopo la corsa della foga che segnala, che declama, che parla di verità conclamate, la fase di stallo: l'autore ripudia a questo punto la reazione, perché sa che proseguire porterebbe all'ennesima sconfitta, nel non trovare i semi di una nuova alba.

Il mondo, secondo la visione apocalittica di Onofrio, è stato privato d'ogni valore dagli stessi uomini. Siamo noi stessi i colpevoli, noi che non abbiamo saputo fare da perno ad alcuna ricucitura umana, noi che abbiamo stracciato e gettato nel primo cestino vuoto un figlio qualunque. Non esistono le luci dell’avvento: anche quelle sono state spente da noi. La voce del poeta Marco Onofrio è unica e, al contempo, rappresenta l’ordito e lo schermo di un coro unanime. Il suo messaggio è partecipativo e coinvolgente, al punto che dovrebbe scuotere il pensiero di chi non vede o di chi volutamente ignora, nascondendosi dietro maschere e apparenze. …Ed ecco la sentenza dallo scranno: / espulso, espulso “a divinis” / dalla soglia d’ogni ateneo / nell’universo mondo / orbe terraqueo e siderale fondo… /Ah, sì, gioia immensurabile e blasfema!...

 



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