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Antigone

di Teresa Cassani
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Pubblicato il 10/04/2026 21:26:31

ANTIGONE

Dopo anni di travagliato restauro, finalmente hanno riaperto il Sociale: quella cupola piena di amianto ha richiesto tempi lunghi per la rimozione.
Adesso l’edificio mostra tutto il suo prospetto neoclassico di stampo ottocentesco con le lesene eleganti sormontate da capitelli ionici e il timpano nella sommità.
La stagione è ripresa e lui non ha mancato di acquistare l’abbonamento. Le serate a teatro sono un rituale a cui non può venire meno, uno dei pochi piaceri che ancora la vita gli può concedere.
L’opera in programma stasera ha un sapore particolare. Prima di assistervi ha bisogno di compiere una passeggiata mentre le ombre calano sulla città.
Cammina piano costeggiando il lago immobile e puntando il bastone leggero tra le fessure del porfido. Il cappotto largo lo avvolge e lui non ha fretta. Non ne ha più da anni.
Il teatro della Società lo accoglie nel suo interno ovattato, con le luci tiepide e quel brusio che non gli appartiene, ma gli fa percepire la vita che pulsa. Mostra l’abbonamento, annuisce, si dirige verso il suo solito posto laterale.
Antigone.
La conosce bene. Ogni parola, ogni pausa. Adesso ricorda non la presentazione agli studenti, ma la polemica con lei:
-Antigone segue semplicemente il destino della madre Giocasta: è la maledizione che ricade sulle generazioni per colpa di Laio.
-Ma no, questa tesi è insostenibile- ribatteva lui- è giusta l’interpretazione di Hegel: rappresenta il conflitto tra due diritti che si annientano a vicenda.
-No, è per quella follia, per quell’ Ate -insisteva lei.
Si è seduto. Le mani tremano appena, poi si fermano sulle ginocchia.
Quando il sipario si apre non guarda subito il palco. Chiude gli occhi, ascolta la prima battuta, Antigone sta parlando con Ismene, e a lui pare di sentire una voce familiare al telefono dopo anni.
Non è lei, naturalmente.
Ma poi, nel modo in cui l’attrice china il capo, nel silenzio che precede quel: “Non sono nata per condividere l’odio ma l’amore”, lui ritrova qualcosa. Per un istante il tempo si piega.
La rivede.
Dietro le quinte, anni prima. Le dita sporche di trucco, la massa opulenta di capelli sulla veste bianca drappeggiata per la scena.
-Non guardarmi. Non farmi dimenticare le battute.
Gli viene da sorridere.
Sul palco Creonte alza la voce. Il pubblico trattiene il fiato.
Lui quasi vorrebbe sperare in una deviazione che cambi il destino delle cose ma sa che non può accadere.
Antigone va incontro alla sua scelta. Come allora. Come lei.
Quei sintomi lontani. La vita continua.
Quando arriva l’ultima scena, lui si piega leggermente in avanti. Non piange più. Ha finito le lacrime in una stanza d’ospedale.
Applausi.
Lunghi, convinti. L’attrice si inchina. Gli altri attori fanno lo stesso.
Lui batte le mani piano, con precisione, come faceva a lezione quando gli studenti azzeccavano il ritmo dei versi.
Poi, si alza. Aspetta che la fila si svuoti. Non ha fretta.
Fuori l’aria è più fredda. Si volta a guardare il teatro della Società che offre tutta la sua classica, elegante, sobria compostezza. Il lago è sempre là, immobile. Lui cammina senza appoggiarsi al bastone per qualche passo.
“Non sono nata per condividere l’odio, ma l’amore”. Lo ripete a bassa voce. La frase si perde tra le luci e l’acqua.
Per un attimo gli sembra anche di sentirla rispondere.
Poi niente, ma va bene così.



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