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Il soprabito

di Teresa Cassani
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Pubblicato il 24/06/2026 18:49:39

IL SOPRABITO

Lei non lo sapeva. Non poteva saperlo. Non sapeva che io la osservavo dalla finestra della mia classe quando, trafelata, entrava alla seconda ora e arrivava sempre con alcuni minuti di ritardo, quelli accumulati dal pullman. Dinverno il mio sguardo cadeva sulle falde larghe del suo cappotto scampanato, un cappotto grigio a doppio petto, lungo fino alla caviglia, indossato su un paio di stivali neri. Un cappotto che le aveva confezionato la madre sarta.
E fu la volta in cui la vidi sprofondare con quegli stivali nella pozza di acqua e neve, formatasi tra il manto stradale e il marciapiede, che non potei pi resistere. Dovevo scrivere, scrivere di quel pensiero che mi frullava nella mente, affacciandosi di continuo e con prepotenza.
Perch con la sua figura, incespicante sotto il cappotto, aveva evocato in me i soldati dellArmata Napoleonica durante la ritirata alla Beresina.
Raccontai dei 700.000 uomini, partiti per la Russia il 21 giugno 1812, che incapparono in un disastro senza precedenti, un disastro umanitario oltre che militare, conclusosi nel dicembre dello stesso anno.
Mi basai sui diari e sulle lettere reperite da un autore, pi conosciuto di me naturalmente: allArchivio di Stato di Milano non si trovano altre fonti, dato che tutta la documentazione andata distrutta dallesercito in fuga, insieme a migliaia di vite umane, tra cui quelle di molti italiani, convinti sostenitori del generale corso.
Napoleone non era uno sprovveduto ma uno stratega imbattibile. Kutuzov lo sapeva bene: se ne era reso conto a Borodino quando il pesante attacco frontale delle truppe francesi, che pure avevano subito molte perdite, lo aveva costretto ad arretrare verso Mosca.
Come noto, furono le condizioni climatiche a determinare la disfatta della Grande Arme, la precocit dellinverno in quellanno. Kutuzov seguiva le direttive del suo predecessore che si rivelarono una trappola mortale per lesercito francese, compreso lincendio della citt di Mosca che, in quel periodo, non era la capitale della Russia.
Nel mio scritto sottolineo come i genieri e i soldati francesi e olandesi riuscirono a conficcare i pali per costruire due ponti sulla Beresina, prima di morire assiderati. Le fonti attestano le necrosi che colpivano nasi, orecchie e anche le parti pi intime; sui cappotti di panno spesso, insufficienti a proteggere dal gelo, alcuni soldati avevano indossato pellicce da donna, requisite dalle abitazioni, che li facevano apparire patetici. Molti sprofondavano nella neve e l rimanevano. Altri affondavano nellacqua ghiacciata del fiume.

Mentre redigevo il mio saggio, un giorno in corridoio, mi capit di trovarmi di fronte la collega, ferma davanti al distributore automatico.
Con il cappottone grigio posato sulle spalle, aveva appena pigiato il tasto per far scendere due dita di caff nel bicchierino di plastica.
- Quegli impertinenti scatenati sono una disperazione! - la voce era alterata, la postura goffa.
- Certo, la matematica fa paura perch una scienza esatta! - osservai.
-Figurati se quelli hanno paura! Sono dei menefreghisti maleducati e basta. Beato te, per, che insegni una materia pi discorsiva.
-Eh, ma sai, anche la storia a molti non piace!
-Questo vero. A me sempre piaciuta di pi geografia. Adoravo costruire tabelle e grafici - rispose scoprendo i denti un po anneriti dal caff.
- buono quellintruglio?
-No, lo prendo per riscaldarmi un po e non perdere la grinta.
- Ma con quelluniforme potresti dare soggezione- affermai, sentendomi allusivo.
-Soggezione a quelli, proprio no. Ma ti confesso una mia, forse ingenua, velleit. Questo soprabito, che mia madre ha cucito con tanta pazienza, mi fa sentire Sherlock Holmes.
Dovetti celare un moto di sorpresa, reprimere la frase maligna che, non voluta, mi saliva alle labbra:
Dai, Enzuccia, tu Sherlock Holmes? Non farmi ridere!.
Cos fui amabile:
-Ah beh, capisco. Tu sei una ragionatrice e forse fisiologico che ti possa identificare col personaggio di Conan Doyle. Con quel cappotto, poi
La vidi sorridere. Lira sembrava sbollita. Doveva aver gradito la considerazione. A volte basta poco per regalare felicit.
-Vabb dai, Giulio, vado nella fossa dei leoni a farmi questa ultima ora.
E si indirizz verso la sua classe di impertinenti scatenati. Io la guardai allontanarsi, con locchio fisso sulle falde del suo cappotto in movimento.
Non smontai il suo sogno. Ma intanto pensavo a come uno stesso oggetto possa suscitare impressioni diverse. Magari opposte.







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