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L’altopiano della Giara

di Rita Mura
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Pubblicato il 18/07/2026 13:28:33

L’ALTOPIANO DELLA GIARA

 

Esistono luoghi che portano bellezze sorprendenti, si adattano al tempo e ai luoghi, scolpendo aspetto e corporatura, scindendo unicità ed intelligenza:

 

L’osservazione non nasce per soli occhi

si espande in un profondo senza fine

pervade sentieri e valichi

trova pace in un unico confine.

 

La bellezza ha un suo senso

non racchiuso in un percorso

diritto o scosceso

ma in un’apertura con volto diverso.

 

Nasce la comprensione di bellezza

nell’intimo consapevole che apprezza

un cuore che infrange la carezza

visitata da un pensiero che mai disprezza.

 

Non vuole tocco né febbrile approccio

vive d’ascolto e mai ricerca il broncio

non conta il tempo, l’abbraccio e il coraggio

divenuta ad oggi inerme, in una vista che è sol miraggio.

 

Vivere la storia tra natura e cambiamento, aneddoti tramandati e trascritti che riportano a noi, riflessioni profonde. Mix di culture e lingue, genti e colori, natura incontaminata e rude, selvaggia e immortale che racchiude in sé un adattamento di sopravvivenza e conservazione. Marta non voleva perdere la tradizione e proteggeva come le sue genti, piccoli gioielli che tra natura e meraviglia portavano libertà e respiro al di fuori di una società che vede ed osserva costruzioni di cemento, macchine e lusso, ricchezza e spreco, inquinamento e degrado.

Sopravvivono oasi e respirano di “un’osservazione che non nasce per soli occhi” ma imprimono impronte che portano storie passate, viaggi, popoli naviganti e scopritori. Portano con sé gioielli unici che adattati su asperità del territorio, volgono e regalano un respiro calibrato di serenità e di vita, fortemente impresso al suolo e al passaggio di tempo. La profondità del cuore è l’unica misura che riesce a scindere un valore che verte su semplici e protette esperienze, naturali e comprese, diverse ma semplicemente uniche.

“Ziu Lellinoooo! Sono qui. Mi stavi cercando?”

Marta rimaneva sempre assorta nel verde e poggiata all’ombra della quercia amava disegnare e ritagliare momenti unici della natura. Trovava i cavallini della Giara, così piccoli e curiosi. Stava ore e ore a seguire orme e corse, colori e chiome. Il suono degli zoccoli che cadenzavano tra le rocce richiamava l'antico e l'armonico.

“Marta non ti sei resa conto dell’ora? Ti stiamo aspettando per mangiare. Potresti aiutare qualche volta. Oramai non sei più una bambina! Stiamo aspettando ospiti…”

Marta era riconoscente a ziu Lellino, l’avevano accolta quando era rimasta orfana e cresciuta tra mare e monti in un unico confine che le aveva regalato pace e sintonia intima.

Camminare tra il verde selvaggio e l’edera avvolgente non recava distacco ma un cuore che infrange la carezza. La piccola casetta immersa nel bosco riscaldava come un abbraccio che solo pochi sono in grado di capire.

Il selciato di pietra sembrava far rivivere i muretti a secco che segnavano le proprietà isolane, divisorie e condivise, dove il mio e il tuo si dissolve tra vento e sole. Così aveva sempre raccontato zio Lellino:

“Qui passiamo e viviamo. La quercia osserva nei suoi passati e saggi anni. Ha corteccia dura! Ha visto e vede, vive e sopravvive a tutti noi. Bisogna portare rispetto!”

Amavo l’altopiano magico, avevo trascritto negli anni percorsi, tanti disegni, tante poesie… volevo solo tramandare una parte di me, senza pretese né allusioni, solo una semplice parte di me…

La tavola era semplice ma sana, un piccolo focolare crepitava tra fumi familiari che brilluccicavano gli occhi. Seduti tra le cassapanche, profumi inebriavano l’atmosfera, gocce perlate di formaggio arrostito, ravvivava la brace e rendeva il languorino familiare e gustoso.

Così l’intimità trovava consapevolezza e valore, comprensione di bellezza, pensiero che mai disprezza ma vive di reale ascolto che porta a volte broncio duro e definito ma che appare in reale vista un sol miraggio nel coraggio che il tempo, la bellezza e la carezza infrange e apprezza


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