La donna aveva nelle suole mappe per circumnavigare i fianchi dei maschi bitorzoluti.
Camminava su indicazione della sua bussola; l’ago era la chioma nera, punteggiata da mèches salienti: l’est indicato da tagli netti che speravano sogni, speranze di gioia; il sud equivalente alla comparsa dei seni. Il nord non più di un gesto altero del capo all’insù e l’ovest portato di spalla al crepuscolo.
La donna segnava le direzioni con una mistura di sguardi intransigenti. Affermava di esserci stata anche seduta, sollevandosi in tutta la sua statura: ovunque si dicesse, lei aveva posto almeno un occhio. A qualsiasi ora. Da sola.
Puntava il passo senza ruotare l’anca e il suo compimento misurava la gamba pesandola sul tacco. Scoprì che la forza si incrementa con lo sguardo. Seppe di poter coinvolgere gli oggetti: un sasso notò che il sentiero gli era indifferente e si pose ai suoi piedi per darle più altezza nello sguardo, una viola rinunciò all’ombra quando la sua figura la colse, un calesse si ferì al mozzo, corto e stridente, e srotolò di un quarto un nuovo tragitto che la comprendesse.
Quella donna sembrò la luna e non volle mai chiarire la sua cruciale indifferenza. Tutta a mezza voce. Con un fare calante. Frasi da farsi ancora.
Aveva lame di Toledo nei verbi. Li usava in luogo di mani, a sorpresa. Fendeva l’aria con periodi netti e piccole torsioni della lingua rosa sulla bacca rossa. Aveva labbra come campanule e fioriva ogni giorno dalla neve della saliva.
Non dirò del resto, mi appaga già questo: non usò mai il corpo per uscire dal buio.
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