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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Mysterious Skin

Romanzo

Scott Heim
Playground

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 07/09/2012 12:00:00

Di tutti i crimini orrendi di cui le persone si possono macchiare la violenza verso i fanciulli è forse la peggiore. L’orrore sta nel fatto che un fanciullo non capisce cosa esattamente gli succede, colloca i fatti nel posto sbagliato della propria coscienza e da quanto accaduto germina una pianta velenosa capace di infestare gli anni a seguire dando una visione distorta, malata della vita.

Nell’esistenza di due ragazzini di otto anni, in un piccolo paesino del Kansas, in the middle of nowhere, come amano dire gli americani di città, compare un allenatore di baseball, molto affettuoso e comprensivo, forse un po’ troppo. Sua vittima diventa ben presto Neil Mc Cormick. Forse anche per la mancanza di un padre, Neil si affeziona ben presto all’uomo, giungendo a ritenere che quel che succede tra loro sia l’amore vero. Neil si sente felice ed appagato nell’aver trovato qualcuno che gli dimostra tante attenzioni. Invece Brian, coinvolto a causa di un contrattempo nei “giochi” dell’allenatore, e a cui Neil è presente e partecipe, dimentica tutto, e ricorda solo di essersi ritrovato dolorante ed insanguinato in un sottoscala di casa sua, in preda alla confusione ed in stato di choc. Gli anni passano e Neil diventa sempre più scapestrato, è consapevole di essere attratto dagli uomini, ma vive questa sua inclinazione in modo distorto, basandosi sul modello di quanto vissuto con l’allenatore all’età di otto anni. Brian, invece, è sempre più confuso, tenta di ricordare quanto successo quell’estate e finisce per credere di essere stato rapito da un Ufo, ipotesi avvalorata da una presunta vittima degli alieni, con la quale si metterà in contatto. Raccogliendo tasselli microscopici dalla sua memoria e rivivendo certe situazioni, richiamategli alla memoria da alcune situazioni o frasi sentite, quasi con un meccanismo di memoria involontaria, Brian comincia ad essere consapevole di quanto accadutogli. Sarà reincontrare Neil, ormai diciottenne, che permetterà a Brian di fare piena luce sul suo passato, luce che si spanderà sino al cuore di Neil, dandogli una nuova consapevolezza di sé. Trovo molto interessante il fatto che il pericolo proviene dall’allenatore di baseball, ed è un bianco, normalissimo ed atletico, ribaltando molti pregiudizi razziali di stranieri pericolosi, anzi, con questa collocazione Heim sottolinea come il male sia proprio sempre in agguato in quanto di più vicino c’è al cuore di una nazione e di una città. Sarebbe come, se il libro fosse ambientato in Italia, vedere l’allenatore di calcio, approfittare dei bimbi che sono quasi costretti dalle famiglie a vivere questo sport quasi come una religione che rende gli adepti degli intoccabili, basti pensare che è inimmaginabile pensare che un calciatore possa essere gay (e molti lo sono) ponendo i ragazzini nella difficile posizione di dover accettare qualunque cosa proveniente dagli adulti che fanno parte del mondo dello sport. E anche da questo aspetto l’autore ci regala il primo insegnamento, cioè spesso il male e la perversione si annidano in chi sembra più per bene o “normale”: questo in contrapposizione al fatto che durante una scampagnata Neil, la stravagante madre e un amico vengono pesantemente apostrofati da alcuni avventori di un ristorante.

Il romanzo è molto ben costruito, alternando le voci dei vari personaggi che raccontano in prima persona, dando una struttura corale alla vicenda, permettendo di vedere la vicenda da differenti punti di vista, mostrando al lettore sia quello che vivono i due ragazzi, sia come sono visti e percepiti da chi sta loro intorno. Nella narrazione si scopre anche molto della società americana delle zone agricole, la sua credulità e la lacerante omofobia. Quel che l’autore riesce a portare in luce, ed è uno dei pregi di questo libro, è il segno profondo, la lacerazione, che la violenza arreca a chi la subisce, come dicevo all’inizio, corrodendo tutta la naturale innocenza dei bimbi, e creando in loro dei meccanismi che lo portano a reagire in modo del tutto imprevedibile al presentarsi di situazioni che richiamano quanto vissuto. Neil sembra essere quello dei due che meglio ha reagito allo stupro, ne ha un buon ricordo, crede che il fatto di aver perso l’allenatore sia sovrapponibile all’aver perso un amante, vive ed accetta la propria omosessualità. Questo in apparenza, perché poi vediamo il ragazzino prostituirsi, con uomini più grandi, e questo è sinonimo palese dell’aver svuotato la propria sessualità e l’affettività che porta in sé quanto di bello c’è, riducendola ad un mero scambio in un gioco pericoloso che metterà catarticamente Neil in un grosso pericolo. Al contrario Brian si barrica in sé stesso, per lui il contatto con un’altra persona è stato angoscia e pericolo, inammissibile a sé stesso, rimosso, e il parallelo con gli extraterrestri deriva probabilmente dal fatto che ha relegato le attenzioni dell’allenatore in un contesto al di fuori della vita, una situazione aliena, che però interferisce sul vissuto quotidiano. L’autore racconta con leggerezza anche le parti più crude, senza ombra di compiacimento o per cercare di stupire, ed analizza molto profondamente le reazioni degli animi dei due giovani protagonisti e di chi li circonda.

Heim racconta di famiglie disgregate e ricostruite in modo provvisorio in nuovi, instabili, nuclei, e di come i giovani membri di queste siano spesso alla ricerca di una forma di amore che li contestualizzi e li faccia sentire desiderati, al punto, come nel caso di Neil, da confondere una brutalità con un atto d’amore. Lungo il romanzo non vi sono condanne, né giudizi sui modelli comportamentali analizzati, l’autore si limita a mostrare al lettore i danni che certi comportamenti possono arrecare. La narrazione rappresenta lo stile americano contemporaneo alternando parti di crudo realismo a parti più poetiche costellate di delicate metafore. Molto bello il modo che ha l’autore di raccontare i momenti della violenza e del loro riemergere nella coscienza di Brian, o nei ricordi di Neil, avvolgendoli di una luce azzurra, che dona a quelle parti una sorta di collocazione onirica, che tornerà nel finale per avvolgere i due ragazzi, così come li aveva avvolti quando le loro innocenze erano state spezzate. Una lettura che mi sento di consigliare sia per il modo che ha di affrontare una tematica abbastanza grave, sia per l’eleganza e la ricchezza del linguaggio, grazie anche all’ottima traduzione di Carlotta Scarlata. Completano il piacere di questo libro, una interessante postfazione di Sandro Veronesi e una bella copertina. Dal libro è stato tratto il film omonimo con la regia di Gregg Araki con Joseph Gordon-Levitt, Brady Corbet, Michelle Trachtenberg, Elisabeth Shue.
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