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Eden

Romanzo

Alessandro Cortese (Biografia)
ARPABook

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 05/10/2012 12:00:00

Molti sono gli aggettivi che si possono utilizzare per tentare di definire brevemente questo romanzo, da insolito ad originale, passando per eccentrico, e addirittura si potrebbe scomodare quell’aggettivo un po’ burbero che talvolta accompagna una messa al bando: blasfemo. Io, che non ho potere di mettere opere all’indice, e ritengo ben poche cose davvero blasfeme, perché tiro in ballo proprio questa definizione? Perché l’argomento, come non è difficile capire dal titolo, non è un luogo qualsiasi di una amenità tale da poter esser paragonato al paradiso in terra, ma si tratta proprio di quel luogo ove mosse i primi passi il genere umano. Cortese va ben oltre una mera descrizione, crea una vera e propria città – fumosa e crivellata di cunicoli e passaggi – abitata da angeli mascherati, arcangeli, cherubini e altre figure paradisiache, e, in un palazzo su un’altura, proprio lui il Grande Padre, che ovviamente è chi dovrebbe essere. Quel che riesce a fare l’autore lungo le pagine del romanzo è costruire una storia del tutto differente da come ci è stata mostrata dalla Genesi. Alcuni angeli ordiscono una congiura, invocano la Libertà, che il grande Padre, mascherandola da bontà estrema (divina?) stenta a concedere. Nel frattempo i nostri progenitori si arrovellano nei pressi dell’albero del Bene e del Male, in un giardino sotterraneo, ad indicare la Libertà “condizionata” di cui godono, e l’albero stesso simboleggia il volere divino alla sottomissione delle sue creature attraverso una colpa che pesa come una maledizione ma è solo un gioco di potere (passaggio geniale, in cui, a mio avviso, il Cortese getta un’occhiata su certe gerarchie ben radicate ai giorni nostri). I personaggi del libro sono divini ma animati da passioni del tutto terrestri, rivelano umane passioni e debolezze nella divinità che li avvolge. Gli arcangeli sono spietati censori, praticamente una specie di corpo di polizia, non del tutto scevri da rivalità e gelosie, il Grande Padre è l’ultimo di una millenaria stirpe, custode di arcani segreti, molto simili a studi alchemici, ma che ricorre a espedienti per conservare il suo potere. Dopo un inizio un po’ spiazzante, il lettore trova un’ottima lettura e una vicenda assai ben costruita: tra doppi giochi, tranelli, omicidi e una singolare storia di passione carnale, si giunge all’ovvio epilogo della caduta di colui che portava la luce, rimastagli solo nel nome, successivamente rinnegato. Andare a sottolineare quei punti che rendono la lettura degna di nota significherebbe svelare troppo e privare i lettori del piacere di scoprire una storia arcinota ma che la ri-lettura e “romanzatura” di Cortese rivestono di nuovi e singolari significati. Come dicevo prima, qualcuno potrà storcere il naso, o invocare le fiamme dell’Inquisizione, io credo invece si tratti di un’opera interessante, che dimostra una notevole conoscenza della materia trattata, unita a una grande inventiva, usando come collante un’arguzia e un acume singolari. Immagino che questa elaborazione sia nata dal porsi quella fatidica domanda che illumina spesso la penna del romanziere: e se non fosse andata esattamente così? Alessandro Cortese si sarà – immagino – posto la fatidica domanda e ha elaborato su di un canovaccio, più che storico miliare, una sua reinterpretazione, ricca di stupefacenti inquadrature, ma anche di spunti di riflessione molto interessanti, capaci di toccare le corde profonde di quel che sappiamo e riteniamo solidamente acquisito. Tanto per fare un esempio rubacchiato dalle pagine di Eden: Il terzo giorno raccolse le acque scoprendo le terre del mondo, così che quanto scoperto potesse asciugarsi e germogliare di erba e di alberi. La sua bontà permise tutto ciò?” “No. Fu l’interesse”. Ripeto si tratta pur sempre di un romanzo, non di un’opera teologica, quindi mettendo da parte, credo, messale e arcaici insegnamenti, a mio avviso si può trarre un sincero piacere nel seguire le vicende degli angeli raccontate in questo bel romanzo. Una nota sulla scrittura del Cortese, in questo libro, com’è ovvio che sia, il linguaggio è misuratissimo e controllato, riprende quel che dovrebbe essere lo stile delle scritture, vagamente ampolloso, e con stilemi un po’ fuori del tempo, ma perfettamente funzionale a quanto narrato. Ogni parola è ben calcolata e le frasi cesellate ad arte, con un effetto di ottima coesione fra quanto narrato e le parole scelte per farlo. Accanto ad una bella copertina, in modo assai singolare (accade molto di rado) il carattere ed il corpo di stampa sono scelti per sottolineare l’aspetto “biblico” e la scelta è caduta su uno stampatello totale, sembra quasi di avere di fronte una antica iscrizione o una lapide; purtroppo però, ma è un mio parere, questa scelta, se bella sul piano estetico, rende un po’ complicata e disagevole la lettura. Un plauso a un autore che ha saputo creare un bel romanzo che si discosta in modo netto dalla stragrande maggioranza delle “opere prime” imperniate sull’aia dei nonni o sull’ombelico dell’autore. Ampio respiro, credo sia un ottimo modo per definire questo romanzo nel modo più breve possibile.



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