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Ritorno a casa

di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 16/07/2010 02:24:28

Solo i primi bagliori dell’alba e le foglie sui rami scuri degli alberi lungo il viale lo vedono giungere di fronte al numero 102, osservano la mano frugare nella tasca del vecchio cappotto di pelliccia ed emergerne con la chiave del portone. La mano inserisce la chiave, due giri e si trova nell’androne del palazzo, sale i primi scalini già col fiato grosso, il petto oppresso da un peso, dalla stanchezza mista al freddo della notte; un gradino dopo l’altro giunge al primo piano, finalmente la porta di casa. La mano fasciata dal guanto di capretto color del latte già freme, la chiave è ancora li, l’ansia di rientrare tra le mura domestiche non l’ha fatta riporre nella tasca. La chiave gira nella serratura, il monachetto geme, e quel suo lamento pare smuovere qualcosa, sembra come se da un oscuro fondale risalisse qualcosa, una sorta di pozione intorbida l’acqua, essa non è più cristallina, vi sono delle striature che si muovono mollemente alla corrente ma l’occhio non è in grado di decifrarle. Un’ombra fluttua, come una sciarpa di seta che si muove al pigro dondolio delle onde, il tessuto leggero nella leggerezza acquatica si stende si dispiega, ma solo in parte, l’occhio ne coglie le sfumature ma non il disegno intero, la mano giunge in soccorso, strappa la stoffa all’andare cadenzato delle onde, ma tra le mani, la sciarpa bagnata e molliccia si rattrappisce, cela ancor più allo sguardo il suo motivo. Gli occhi della mente frugano avidi quell’esiguo reperto, da lontano, dalla terra dei ricordi il gemere del monachetto ha risvegliato un marchingegno di metallo con tiranti, ganci ed ingranaggi alla cui guida vi è un semidio, dalle tinte rossastre. L’ascensore di Balbec ha strappato l’uomo dal pianerottolo di casa e l’ha condotto nel vortice del tempo sino ad una primavera di tanti anni prima, ha risvegliato l’angoscia della salita verso la funesta stanza. Anche allora una chiave a dissuggellare quell’antro come abitato da presenze maligne, la vetiveria con il suo olezzo ad infestare i sonni e a togliere tutta l’aria pulita per rendere inquieti i risvegli. Con la gramigna zizzaniosa e malevola, il pendolo, che pare sghignazzare le ore, facendo occhietto alla poltrona che ogni mattina fa il giro della stanza, di tutte le stanze passate, prima di farsi trovare al suo posto al risveglio dello spaventato dormiente. Ma la finestra dai vetri istoriati che inquadra il mare tempestoso sembra sfocarsi, diventare un vecchio dagherrotipo, rendersi umile sino ad apparire come una modesta finestra di città, che mostra mollemente allo sguardo solo delle sparute betulle e pochi metri quadrati di aiola, accanto ad esso un caminetto sonnecchia sbuffando poco fumo su per la cappa. Un uomo, sprofondato nel divano, ha preso improvvisamente sonno, il libro gli è scivolato dalle mani, giace sul folto tappeto accanto al gatto dagli occhi socchiusi. Un crepitio fra i cocci del camino risveglia l’uomo, riprende il libro, ne volta le pagine per trovare l’ultimo rigo letto e mentre fa questo la sua immagine sbiadisce, si affievolisce, scompare e l’uomo si ritrova sul marciapiede di boulevard Haussmann, a guardare le finestre di una banca, avendo come sottofondo il sommesso ronfare delle poche macchine che a quell’ora ancora girano. Dentro il palazzo, la chiave ha ripreso a girare nella toppa, l’estate di Balbec è scomparsa, tornata in quell’ineffabile e lontano paese cui appartengono i ricordi. La porta sta per aprirsi, l’uomo sa che dentro vi sarà papà Adrien, con la mamma e la nonna che attendono per il pranzo, il piccolo potrà raccontare ai suoi cari le ultime lezioni apprese al Condorcet. Appena il battente si apre, anziché l’amata famiglia solo l’oscurità polverosa, fatta a strisce dalle lame di luce che filtrano dalle persiane, l’anziana domestica addormentata sulla poltrona, con il ricamo fra le mani, il cui respiro è l’unico nella casa addormentata. L’uomo stremato raggiunge la sua stanza, ed incontra l’altra presenza della casa, una signora vestita di nero, che paziente attende il suo momento, che non è ora ma non è lontano, anch’ella attende di vedere portata a compimento l’opera di cui fa parte ma da cui verrà sconfitta. L’uomo si sdraia nel letto, il cappotto ancora con lui, steso sulle gambe infreddolite, il corpo si distende ma la mente resta vigile, tanti sono i fatti da raccontare mentre quattro piani più giù un uomo si avvia verso la fermata della metropolitana, entrambi hanno negli occhi l’albergo di Balbec, salutato dai flutti, in questa Parigi che lentamente si sveglia e comincia frenetica la sua corsa spesso noncurante di quanto si annida dietro le facciate dei suoi palazzi in stile Haussmannien.

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