Pubblicato il 05/07/2012 19:10:22
IL GRAN CERCARE NELLA POESIA DI M. B. CERRO
Di Regalit della luce di M. Benedetta Cerro, edito sul finire del 2009 da Sciascia (nella collana Scrittori del Mondo, diretta da Franco Zangrilli,) bisogna innanzitutto dire che si tratta di un libro e non di raccolta di poesie, per sottolineare il carattere organico e rigorosamente evolutivo della sua struttura, che risponde alla logica di una costruzione fondata su un progetto concettuale e speculativo lucido e sottratto alla estemporanea occasionalit che spesso connota la produzione lirica: un libro pensato e pensante, espressione singolare di quel pensiero poetante che ha illustri antecedenti nella storia della poesia, e che rifugge per sua intima natura da ogni indugio minimalistico cos come dalla tendenza allatomismo creativo, alla solitudine della scheggia lirica, al fascino e alla seduzione del frammento. In questo senso, esso rimanda piuttosto ai modelli e alla lezione di un classicismo non esornativo, con laspirazione ad una compiutezza formale e ideologica che comunque risulta costantemente revocata in dubbio nel momento stesso in cui sostenuta, alimentata e perseguita. Sicch la fondamentale matrice classica, di fatto, viene compromessa e infranta da una tensione teoretica e spirituale assolutamente novecentesca. La difficile convivenza di queste due spinte appare esemplarmente riassumibile nella metafora e nellarchetipo del viaggio che mentre presuppone un itinerario che contempla una partenza ed un arrivo, in realt, poi, non conosce la linearit di un percorso agevole e rassicurante, e piuttosto sperimenta limpervia ascesa, la sosta allarmata, ovvero il pericolo dellabisso, la minaccia del buio accanto alla speranza della luce, la fatica del cammino rinfrancata dal profilo della meta finale. A indirizzarci in questa direzione, vi sono delle poste semantiche e iconografiche disseminate lungo il tragitto testuale del libro che confermano sia la centralit dellallegoria del viaggio, sia la natura drammatica e non pacificante del suo divenire. Si tratta, va da s, di un viaggio di conoscenza, arduo per chi lo intraprende, in qualit di autore, ma anche per chi lo percorre come semplice lettore. La poesia di M. B. Cerro, va detto preliminarmente, esige un lettore attento, intellettualmente vigile, disposto a mettersi in gioco in una continua e problematica attivit di decrittazione di fronte a figurazioni ed immagini dotate di un alto tasso di simbolicit, spesso appena alluse e comunque di non sempre agevole individuazione, ellittiche come sono di espliciti riferimenti di realt e per lo pi sospese in uno spazio fortemente interiorizzato. In realt, il suo percorso si svolge esclusivamente nello spazio della coscienza, e procede lungo le sezioni di una toponomastica interiore che sinizia con una sorta di liturgia di congedo dai frammenti di una storia personale segnata da troppe e dolorose lacerazioni, dalla compagnia di un immedicabile e inemendabile sentimento di sofferenza che da dato bio-esistenziale si trasforma in entit metafisica. Prima di cominciare il nuovo cammino, infatti, necessario procedere nella discesa e nella traversata dei passati luoghi dellagguato, per liberarsi dalla loro sinistra e infausta seduzione e affrancarsi dalle trappole di una rimozione mai compiuta e costantemente affiorante, che agisce quale corrosiva e tenace insidia, come una sorta di sottile veleno che deprime il presente e tarpa le ali al futuro. Il che non avviene senza fatica, e piuttosto si definisce per un atto di decisa e consapevole volont, come al termine di una lunga controversia con se stessi che si conclude con lapertura di un nuovo orizzonte di luce e di speranza. Il tentativo della risalita, il fiducioso seppur faticoso processo ascensionale verso il luogo della luce, non pu attivarsi se non dopo una lucida discesa agli inferi della propria esistenza, dopo un virile e consapevole attraversamento nel magma del proprio passato, a cui si nega con forza il diritto di compromettere ulteriormente il residuo cammino che resta da compiere. Assai illuminante per intendere il disegno ideologico che anima questo denso volumetto, posta non a caso in posizione proemiale, la poesia dapertura, che, con un timbro fortemente percussivo (potenziato, nei primi due versi, dalla struttura anaforica scandita dalla iterazione dellavverbio di negazione non), fissa la condizione e, direi, la premessa di una rinnovata esperienza esistenziale, spirituale e gnoseologica. Forse anche per M. B. Cerro, con questo ultimo libro, come per Dante, Incipit vita nova: Non ti chiamer e non verrai. Non ti concedo di chiamare. Questo sciocco inizio dellangoscia Ha trovato pi felici porte. Ricorda: pi avanti della gioia leterno maturare di un disegno. La parete nuda, la chiave come pegno e senza lanterna verso un sogno andare che alla vita somiglia. Solo pi volubile e pi straniero il tempo. Non bussare. E stato a questa soglia imposto un vigile divieto. Leggi. E la parola Il cardine e la spranga.
Si tratta, va precisato, non di azzerare o di rimuovere la precedente stratigrafia dellangoscia, ma di dominarla vigilando su di essa per impedirne una inopportuna e ingiusta insorgenza, ora che si pu dire di aver trovato pi felici porte, di aver individuato nella parola, nella sua accezione sacrale e scritturale, il cardine e la spranga, che pu aprire o serrare loscuro sentiero della verit e della salvezza. Di fatto si dice di un difficile e faticoso andare senza lanterna verso un sogno/che alla vita somiglia, di un procedere che conosce e sperimenta lincubo di una periclitante salita fissata in una rappresentazione onirico-surreale (che da considerarsi un acquisto della recente stagione poetica della Cerro) da cui riaffiorano i fantasmi di un inconscio sfuggito ad ogni supposta e proclamata vigilanza della ragione: Nel buio fitto la figura/ che sale i labirinti a pioli/ a quale sommit dispera di giungere/ e piedi abbracciare/ prima di toccare/ fresca di pianto la guancia/ con amare labbra. E nella conclusiva clausola dubitativa, che tradisce il senso di una intenzione retorica affermativa, si ipotizza che il cammino rovinoso/ e stanco porta alledicola vuota/ presso il muro che sogna/ rampicanti accesi. Ma anche altrove sono disseminate metafore che marcano la difficolt dellincedere, come quella, di rara efficacia figurativa, emblematizzata nel solitario e spaesato vagare di chi significativamente e coerentemente sprovvisto di una qualunque identificazione, lasciato alla sua anonima indefinitezza: Uno che a testa bassa/ fissa il manto sconnesso della via/ e non vede dove porta./ Uno che non vuole dietro/ altro che il suono del suo passo/ e la sua ombra./ Cosa spera di trovare ancora/ oltre linvoluzione del grido?. E, tuttavia, sia pure senza lanterna, o per via sconnessa e senza certa uscita, la scommessa che pare proporsi nel segno della speranza e della luce, nel momento stesso in cui si riconosce, e si teme, la trappola del labirinto e la pervasiva invadenza del buio, la cui sinistra regalit non meno potente di quella della luce. La stessa luce, peraltro, non colta e rappresentata come acquisto di certezza, ma piuttosto come tensione desiderante, come termine di confronto che nella sua remota assolutezza rivela la dimensione irrrisoria dellhic et nunc, ovvero della ineludibile labilit ed insussistenza dellumano e terreno transito esistenziale: Con occhi avidi di luce/ considero il mio punto irrisorio./ E finalmente espio/ la presunzione di vivere. Desiderata, certo, la luce, ma anche inaccessibile (Abita una luce inaccessibile colei/ che dispensa vendemmie di gioie); ora attesa con fiduciosa calma (Tu sei la nebbia/ che divide e abbraccia/ nella calma attesa della luce), ora fissata nella sua incontenibile forza fagocitante (Ma la luce divora/ e dopo sar il vuoto/ che tutto amplifica e confonde), ora invocata come discrimine tra il pieno e il vuoto, come confine tra il certo e lincerto, facendo da contrappeso al rischio di una eccessiva proiezione mistica verso lineffabile, e ancorando la conoscenza al bisogno e alla volont di concretezza:
E dove mi dirai di andare? Scale di simboli per attingere lineffabile ma io voglio la pietra dove il pieno consapevole del vuoto e il limite solo nella luce.
Dicevo di una poesia della volont, che lascia intendere, al di l della dichiarata asseverazione iniziale, una lunga e non sempre risolta conflittualit con laltro da s che ha egemonizzato il trascorso segmento esistenziale dellautore, con dolorose tracce infisse nel profondo della propria complessione bio-psicologica; una poesia, quindi, dotata di una intensa vis agonistica, energica e incapace di stasi, attraversata da un dinamismo che, al di l di ogni illusoria presunzione, vanamente aspira allapprodo definitivo e gratificante; una poesia che tuttuno con la fenomenologia di unanima in perenne contesa con se stessa e con la vita, che si erge risentita e volitiva a proporre la sua renitenza, a rivendicare la sua resistenza. Una eloquente spia grammaticale e stilematica, in tal senso, data dalla significativa ricorsivit della congiunzione avversativa ma, che acquista una forte intensificazione tonale e semantica quando, in posizione enfatica, si presenta congiunta al pronome di prima persona io. Poco sopra ne abbiamo incontrato un esempio inequivocabile: Scale di simboli/ per attingere lineffabile/ ma io voglio la pietra, dove la sequenza di congiunzione avversativa, pronome di prima persona e verbo modale in forma pressoch imperativa, rafforza potentemente il senso volontaristico ed oppositivo dellenunciato. Ma gi nella prima sezione del volume, Della discesa e della traversata, si possono ravvisare due occorrenze particolarmente significative che, peraltro, consentono di considerare un altro omologo tema, con cui possibile spostare il discorso dal piano ideo-gnoseologico e spirituale a quello pi propriamente estetico e metapoetico. Ecco il primo dei due esemplari:
Tu prigionia, come vesti il canto di una triste armonia. Attendi un tempo che non dovresti e amici che non verranno. Ma io posso elevarti e ascolteranno i venti la lingua della lode. Suono di legno e argilla avranno i fiati per il verso che ode le invisibili voci. Dovr in segreto cantare il vuoto che tu pensi immagine del nulla. Il testo, come si pu notare agevolmente, costruito su una fondamentale antitesi tra il tu e lio. (E il caso, al riguardo, di sottolineare come non solo in questo volumetto, ma anche in tutta la precedente produzione poetica, M. B. Cerro ricorra frequentemente allo stilema del tu che sfugge ad una possibile univoca individuazione, e ora si risolve in un mero espediente retorico, ora d luogo ad una polarit estrinsecata della propria soggettivit, a volte assume la parvenza di indicibili e opprimenti fantasmi del proprio inconscio e sembra alludere a remote ossessioni della propria storia personale, altre volte ancora sidentifica con la stessa virt poetica, personificata, alla maniera classicheggiante, ovvero esplicitamente indicata, seppur nei modi obliqui della metonimia e della sineddoche, o solo implicitamente allusa; e si potrebbe continuare sino a rendere plausibile lipotesi di un diagramma in cui leggere la storia del suo percorso poetico come un molteplice e mobile gioco dialogico che lega lio alla seconda persona singolare). In questo schema oppositivo tu-io, il tu evoca, nel distico dellincipit, uno spazio di restrizione e ribadisce, nel secondo distico, una reiterata semantica della negazione (Tu prigionia, come vesti il canto/ di una triste armonia./ Attendi un tempo che non dovresti/ e amici che non verranno), rappresentando una condizione segnata dal senso di una solitudine ripiegata su se stessa e inoperosa, vissuta nella illusione di una vaga e vana attesa che trova precario e inadeguato conforto nella seduzione di un canto autoconsolatorio in cui si riflette laccidia di un animo condannato ad una sorta di coazione a ripetere, contro cui si erge, ferma e persuasiva, la lezione dellalter ego che esorta la persona del tu ad una pi disincantata accettazione della realt. A questo tu, che personificazione della prigione del passato, e della mesta armonia che governa la sua multiforme insorgenza, lio promette lebbrezza di un riscatto che trova nella parola poetica il veicolo e lo strumento in grado di disvelare la nascosta bellezza della vita e della natura: Ma io posso elevarti/ e ascolteranno i venti/ la lingua della lode. La lingua della lode , appunto, la lingua della poesia che rivendica, giusta la lezione dei maestri simbolisti ben presenti alla memoria letteraria di M. B. Cerro, la sua capacit di penetrazione, di decifrazione e di rappresentazione di quella segreta rete di relazione che il suo rabdomantico sguardo riesce a percepire, cogliendo e istituendo nessi sinestetici che sanciscono il superiore potere della virt poetica: Suono di legno e argilla/ avranno i fiati per il verso/ che ode le invisibili voci. Una non diversa struttura compositiva, giocata su una netta dissonanza tonale e concettuale, si registra in un altro testo:
Al collo mi legher il sigillo. Poi consegnami al vuoto cancellami da questa polvere. Troppo labili orme vi lascia la vita. Nella destra i giorni che hanno dei sogni le clessidre nella sinistra il tempo che ha scale di corda sullabisso. Cos buia anima la tua dimora scarsa la pace. Ma io sono il giglio che passa la notte sul tuo seno. Qui, la polarit antagonistica ed affermativa risulta ulteriormente potenziata dalla utilizzazione di un prestito biblico (Ma io sono il giglio/ che passa la notte sul tuo seno), un frammento di delicata forza vitalistica, estrapolato dal Cantico dei cantici e collocato, con grande effetto straniante, nella secca clausola che chiude la lirica che, nella precedente e pi lunga prima parte, sembrava avallare il senso e il ritmo di una stanca sequenziale trenodia. Sicch, allinterno stesso della polarit negativa, sin dallinizio di questo itinerario poetico, affiora la volont di trovare le ragioni della speranza, di illuminare gli spazi delloscurit che si profilano oltre la spessa coltre della incombente rassegnazione, di declinare il tempo non pi solo al passato, ma anche, vitalisticamente, al futuro, pur nella previsione della sua immodificabile esiguit. Non si tratta, come gi sottolineato, di un percorso rettilineo: di questo lio poetante pienamente consapevole, e ne d secca ed espressionistica rappresentazione; ma egli altrettanto consapevole della possibilit del procedere, della praticabilit e della percorribilit della via che conduce alla luce: E ora la parola un soffio nella bocca vuota dellurlo. Ogni sentiero incerto sprangata ogni coscienza. Muoiono i guerrieri i sacerdoti e gli empi. Nuovi altari ha Roma ma la via di Damasco lastricata di luce.
La solennit del tono, la ieraticit della dizione, il timbro della pronuncia hanno la perentoriet della profezia, e confermano, insieme ad altri dati anche semplicemente lessicali oppure pi specificamente ipotestuali, il carattere profondamente religioso di questultima stagione di M. B. Cerro. Su tale strada ermeneutica ci immette lei stessa, con la citazione che introduce, ancor prima della stimolante e originale prefazione di Gianni Fontana, la sequenza dei testi poetici (... e lEterno chiam luomo vestito di lino, che aveva il corno da scrivano alla cintura, e gli disse: Passa in mezzo alla citt, e fa un segno sulla fronte degli uomini che sospirano e gemono . La citazione, infatti, tratta dal cap. IX del libro di Ezechiele, un libro terribile e ben rappresentativo della visione cupa e severa del Vecchio Testamento, che, tuttavia, non vedo troppo consentanea con la svolta spirituale della poesia di M. B. Cerro, che, invece, mi sembra maggiormente permeata di una religiosit di tipo francescano, seppure con qualche accensione mistica che rimanda, per generiche affinit, alla sua radicalizzazione iacoponiana o, anche, alla sua declinazione corazziniana. Il richiamo allEcclesiaste e alla ammissione della sua funzione catartica e salvifica (Mi ha colpito la folgore/ di una sterminata bont/ e salvato lavere in tempo/ meditato lEcclesiaste) , in questo senso, assai eloquente ed inequivocabile. Fermo restando il rilievo sul carattere religioso di Regalit della luce (e anche il titolo sembra suggerire questa linea interpretativa), a me pare, comunque, che la figura evocata in esergo, non so se per una scelta studiata, cos decontestualizzata subisce unopera di significativa transcodificazione, nel senso che quelluomo vestito di lino chiamato dallEterno, che ha il calamaio alla cintura, nella poesia di Cerro non assume propriamente le fattezze e il ruolo dellangelo della grazia come nella fonte, ma, pi propriamente, quelli dello scrittore. Accade, per tale via, di poter seguire (azzardo questa ipotesi) il cammino della ricerca spirituale che si rappresenta nel libro, e che indubbiamente resta come suo fondamentale nucleo concettuale, sotto la specie di un percorso metapoetico che riflette sulla condizione e sulla funzione della poesia, sullo stato e sullo statuto del poeta, sul potere e sulla fragilit della sua parola. E sincominci col dire che la Parola per antonomasia, con liniziale maiuscola, ma anche quella, al confronto di quella scritturale, pi ipodimensionata del poeta rivendicano una forza antagonistica e insieme propositiva, consolatoria e al fine salvifica, che va cercata nello spazio del silenzio e della solitudine: Nel silenzio scritto/ il futuro della conoscenza, si legge in un distico quasi dapertura (nel secondo testo); e analogamente in chiusura, al termine del lungo e irto itinerario ascensionale, verso la regalit della luce, con una tensione prossima a sciogliersi nel cerchio purissimo/ cui ogni vita sinchina, dove il frammento si ricongiunge alla totalit, linizio alla fine, in un ordine che tutto spiega e risolve, si ribadisce lultima esortazione: Anima, brucia/ sino a concepire la perfezione./ In solitudine. In silenzio. Anche nel caso della parola poetica, naturalmente, si ripropone spesso lalterna vicissitudine di entusiasmo e di scacco che scandisce il cammino verso la luce; e come la luce si definisce e si impone nellessenziale confronto con il buio, a cui contende faticosamente lo spazio di una geografia (interiore) che non riesce ad eliminare la minaccia della zona dombra e le insidie delloscurit, allo stesso modo la parola sperimenta lorgoglio e linsufficienza del suo dire, che fa il paio con il privilegio che il poeta implicitamente manifesta attraverso la sua lettura del libro della vita (sia esso quello delle Scritture, oppure, anche, quello della natura), a cui, spesso, si alterna un ingombrante sentimento di impotenza e di inadeguatezza che accompagna il suo esercizio indagatore. Una tipologia di dissociazione, questa, che si rinviene nello stesso destino storico del poeta, che patisce la contraddizione tra la consapevolezza della scarsa considerazione e del ruolo marginale che la societ moderna e postmoderna gli riserva, da una parte, e la necessit (direi la missione) di continuare a svolgere, con la fedelt di sempre, un eroico compito di resistenza nei confronti di ogni processo di neutralizzazione e di narcotizzazione del pensiero critico messo in atto dalle varie agenzie del potere economico-politico, su scala ormai planetaria. La parola poetica, come quella di cui la Cerro ci d straordinaria testimonianza, esprime il suo netto e radicale rifiuto di fronte al dilagante processo di riduzione al grado zero che invade la lingua della comunicazione ordinaria, sottraendosi ad ogni tentativo di omologazione castrante, dichiarando la sua irriducibilit alle contratte e asfittiche opzioni gergali praticate dalla crescente schiera degli internauti e del popolo degli sms, contrapponendosi al chiacchiericcio vuoto e al birignao dei pervasivi talk show, al gridato blablabla dei politicanti, alle astuzie del linguaggio della pubblicit, e rivendicando, ora come sempre, la sua specificit di strumento attraverso il quale, con o senza lanterna, luomo cerca se stesso e consegna la sua umanit alle generazioni future. E questo il senso del grido accorato che , giusto a met di questo suo viaggio testuale, dice a se stessa: Fuggi da una vita dalla prosa spenta/ -ti dico fuggi- da una vita/ dalla prosa spenta ; da una vita, cio, senza poesia e senza il suo dono di vitalit, senza la sua virt indagatrice, senza il sostegno di quel corteo di parole che migrano come gemme/ [e] aprono cortecce nei segreti dellafflizione. In realt, su questo fondamento, la parola tuttuno con il pensiero:
I segni abitano il pensiero ne comprendono loscurit scavano nidi di tristezza. A volte tessono lalba con porpora e peste viole. Poi si addormentano nelle fortezze del ritorno. Ma accade che una folgore li ridesti alle visioni. La scrittura li riconosce ne svolge lo stupore. Nella creta viva con acqua e fango levigo i giorni. Cos quandero vasaio.
Si tratta di una vera e propria riflessione estetica sullarte poetica, in cui lidea romantico-simbolista di poesia, come processo di misteriosa geminazione, si coniuga con la concezione dellarte come opera di studio e di strenuo esercizio. Non v chi non colga, poi, nella metafora identificativa della chiusa, una esplicita e riconoscibile eco della tradizione vasaia cos legata alla storia e alla memoria della sua citt dorigine (Pontecorvo). Ma la stessa natura, inoltre, che parla un linguaggio di poesia, solo che se ne sia capaci di intenderne i segni, di percepirne le voci, di saper auscultare i suoi segreti e misteriosi idiomi, come sa fare, appunto, il poeta, come sa fare straordinariamente M. B. Cerro: Ho udito nei letti stridere risvegli/ gomitoli di richiami venire/ dalle ferite di periferie addormentate/ compiersi il senso delle cose/ che hanno vita esatta; e altrove: Mi dest la campana del sonno/ - lalba ricacciava indietro/ il segreto delle ciglia -/ Cantava con vocali di vento/ il mattino. Poesia come pensiero, quindi, poesia come esercizio di stile, ma poesia, anche, e finalmente, come canto, i cui ritmi e i cui timbri sono scanditi dal respiro interiore del poeta, che sa riconoscerli e catturarli anche nel cifrato pentagramma scritto dagli umili elementi vitali che popolano lo spettacolo naturale: Ho letto versi ai piedi di una rupe:/ la civetta scandiva musicale/ e attenta il metro e la cesura. Non a caso, la poesia di Regalit della luce, oltre ad originarsi e ad alimentarsi mediante una continua e arrovellata opera di scavo interiore e di fervore speculativo, si nutre, altres, di una acuta disponibilit dei sensi, ludito e la vista in particolare, che concorrono a determinare una costruzione della frase ricca di risonanze musicali non meno che di qualit visiva e visionaria di indubbio fascino. Di fatto, poi, il gran cercare che rappresenta il nucleo esistenziale ed ideologico del libro, procede tra vertigini e stupori, tra lentusiasmo della conquista e il senso dello scacco e della resa che talvolta lo insidia, entro le coordinate di uno spazio e di un tempo sottratti ad ogni pi realistica connotazione. Il tempo, in particolare, si slarga e si specifica in dimensioni assolute ed astoriche, manifestandosi attraverso elementi per dir cos categoriali, come lalba e laurora, il giorno e il mattino, lestate e linverno, congeniali ad una meditazione che sonda e compulsa il mistero della vita e, con esso e in esso, il senso dellumano transito. Lo stesso spazio, che pur si popola di un paesaggio arboreo e floreale dallalto valore figurativo e simbolico, si alleggerisce di ogni circoscritto e concreto riferimento, per definirsi, emblematicamente, lungo un asse verticale che collega la profondit dellabisso alla pi inaccessibile regione del cielo, verso cui volto lo sguardo e il desiderio di conoscenza dellio poetante: Non posso seguirti nellabisso/ diafano del sasso./ Vado in cima al tempo/ allaurora e al vorticoso arancio. In cima, appunto, dove splende il sole, atteso con un risoluto atto di volont (Io volevo il sole./ Lho atteso in piedi/ finch mi germogliasse dalla luce), dacch la conoscenza razionale non pu sollevarsi oltre un certo limite: Non temere la gioia diceva- / E indicava percorsi ignoti alla ragione. Un rilievo, questo, che evoca lesperienza dellexcessus mentis dei mistici, cui anche riconduce il senso di quelle intatte parole/ su libri pregevoli vergate, chiaramente allusive delle parole di verit contenute nei sacri libri. Non a caso questultima citazione si rinviene nel testo conclusivo della Stanza dellascesa, che fa da antifona alla Stanza della visione, lultima sezione di Regalit della luce, in cui si rappresenta la fine del viaggio, il congedo dalla stessa possibilit del camminare, nello spazio di un approdo oltre il quale non si profila nessuna destinazione: il ritmo della danzatrice si placa, cos, in una fissit catatonica che dice la fine della festa: Si toglie le scarpe da ballo/ la danzatrice estate e mi verr incontro un nuovo inverno; ma non sar il trionfo della morte, perch In fondo al cuore della morte/ urler ancora la vita. Resta, in conclusione, la sensazione che il segno del gelo e le linee delle allegorie dinverno, che avevano dato emblematico e significativo titolo alle due precedenti tappe del percorso poetico, si siano sciolti in una pi fiduciosa aspettazione della vita, in una febbrile tensione vitalistica e ascensionale che disvela la forza della rinascita, scopre la vitalit della gioia e canta la pervasiva espansione del fuoco che illumina i recessi pi nascosti dellanima nello stesso momento in cui forgia una parola, la parola della poesia, che taglia laria/ con la sua purezza e ogni volta che il tempo/ batte le sue ore/ scaglia per le altitudini/ il suo pugno di lode. Nel nome della lode, termine sommamente francescano, con cui si era aperto, si chiude, circolarmente, questo affascinante e arduo itinerario in versi di M. B. Cerro.
RAFFAELE PELLECCHIA
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