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Un romanzetto lumpen

Romanzo

Roberto Bolaño
Adelphi

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 31/01/2014 12:00:00

 

Due fratelli restano improvvisamente orfani in seguito ad un tragico incidente su un’autostrada del sud Italia. Nelle loro esistenze si apre così un vuoto, amaro, incolmabile, di cui sembrano non rendersi perfettamente conto. Abbandonano gli studi, uno trova lavoro in una palestra e la sorella, Bianca, perno centrale del romanzetto presso una parrucchiera. Ai due fratelli si aggiungono due ambigui personaggi, che si insediano nella loro casa e sembrano in combutta con il fratello. La ragazza, più per noia che per passione, accoglie nel suo letto talvolta l’uno o l’altro senza badare a capire con chi sta, in fondo ammazzando il tempo e tentando di far fronte al suo vuoto interiore. Un bel giorno i due, spalleggiati dal fratello, decidono che la ragazza deve andare a letto con un ex culturista cieco, noto come Maciste, per tentare di derubarlo. Dopo molti giorni passati con l’uomo, Bianca si rende conto che nella sua casa non c’è alcuna cassaforte da svaligiare, la ragazza forse si innamora di lui, o forse no, vive solo gli strascichi della sua noia e del suo disorientamento. La breve vicenda giunge all’epilogo quando Bianca prende finalmente in mano le redini della sua sorte, e del fratello. Sembra che un raggio di consapevolezza squarci finalmente i veli dell’apatia e dell’abbandono in cui viveva sino a quel giorno. Forse Bianca trova veramente l’amore tra le pieghe della ambigua relazione prostitutiva o l’intravede, o vede l’abisso della abiezione e della delinquenza. L’ombra dei genitori scomparsi assume il suo giusto spessore e riesce a controbilanciare la caduta libera dei due giovani, donando un equilibrio di stabilità, perlomeno apparente. Il breve romanzetto lumpen, che dovrebbe significare da lazzaroni, cencioni, e potremmo sovrapporre col termine meno forte di borgataro, è ambientato in una Roma resa vagamente surreale dai toponimi che sembrano gettati qua e là senza molto corrispondere alla città reale ed ha il tratto amaro e graffiante dei migliori lavori di Bolaño. I personaggi non hanno nome, a parte Bianca, nome peraltro molto evocativo, gli altri sono “il bolognese” e “il libico”, amici intercambiabili del fratello, anch’egli senza nome. L’unico altro con un nome e cognome, ed addirittura un soprannome, è Maciste, colossale residuato di una carriera di sportivo e di attore, che si erge nel mezzo della storia quasi come il perno sul quale ruotano senza sosta quelle giostrine di periferia, fatte di maschere grottesche ed ammiccanti, apparentemente impegnate in una corsa senza sosta, ma che tornano quasi inconsapevoli, sempre, sui propri passi. Il romanzo, pardòn, romanzetto, si legge avidamente, bello nella sua apparente sciatteria, voluta, cercata, che crea un’aria quasi da vecchio film, in un bianco e nero un po’ sbiadito, a causa della scarsa qualità della pellicola e dalle innumerevoli proiezioni, che mi immagino in cinemini un po’ trasandati e poco affollati, ed in cui i pochi spettatori sono più affaccendati in altro che a seguire la trama del film. L’aria che trasuda dal libro è di un inizio degli anni ‘70, di una società che cerca di conservare dei valori ricevuti ma che non esita a ricorrere ad espedienti per tirare avanti; una frattura fra l’educazione dei genitori e quella della strada, e la mancanza dei genitori, fa ben presto propendere i ragazzi verso la seconda, sebbene in loro alberghi, minima ed in buona parte velata, la consapevolezza di fare qualcosa di moralmente scorretto. Queste sono le sensazioni visive, trasmesse dalla lettura, tuttavia non vorrei sminuire la scrittura dello scomparso autore che è in realtà molto bella, asciutta e priva di fronzoli, capace di smascherare realtà minime ma toccanti. Per concludere tiro in ballo l’ultimo dei fantasmi evocati dalla lettura: Milan Kundera, è quasi una insostenibile leggerezza dell’essere quella che disarciona i due fratelli dalla loro esistenza, il dramma del loro lutto è un fardello talmente pesante che tutto il resto della loro vita non ha più alcuna gravità al confronto e si libra in una sorta di non-vita finché Bianca non riacquisisce il senso di una sua dimensione e ritorna, col fratello, a posare i piedi per terra. Ultimissima osservazione, tirata per i capelli, e sempre in tema di sensazioni da lettore: e se Bianca fosse una giovane Emma Zunz di borgesiana memoria? Ai prossimi lettori farmi sapere se è vero, e intanto auguro una buona lettura con questo bel romanzetto lumpen che ha nella brevità il tempo di compiersi e di mostrare la bravura di Bolaño tenendo celati certi suoi piccoli nei che sulla lunga distanza (2666) talvolta emergono.




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