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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Balzac, naturalmente

Narrativa

Marcel Proust (Biografia)
Robin BdV – Bibliofollia

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 19/07/2013 12:00:00

 

Balzac, naturalmente, come gli altri romanzieri, e più di loro, ha avuto un pubblico di lettori che non cercavano nei suoi romanzi l’opera letteraria, ma semplicemente fantasia e spirito d’osservazione. Questi non si lasciavano scoraggiare dai difetti del suo stile, ma piuttosto dalle sue qualità e dalla sua ricercatezza.

 

Quando penso, e mi capita spesso, alla lettura della Recherche, la mia mente va direttamente alla prima edizione che acquistai, I Meridiani di Mondadori, appena l’ottimo Raboni ebbe messo – questa volta lui – la parola fine, a pagina 761 del quarto volume. E le mie dita nella realtà, come nell’immaginazione, accarezzano un blu ed oro ormai sbiadito dall’uso, le sottili pagine un po’ ingiallite, che fanno da ricetto a sabbia, fili d’erba, foglioline, briciole, mute testimonianze di come i volumi siano entrati nel quotidiano, di viaggi o giornate in casa. Sogno spesso di ricomprare i quattro volumi, ma a quelli che già ho, un po’ sdruciti e consunti, va lo stesso affetto che si può rivolgere ad un vecchio cappotto un po’ logoro, dal colletto liso e qualche cucitura fuori posto, ma che è diventato, con l’uso, comodo come una seconda pelle, ed è l’unico che ripara veramente dal freddo delle giornate più gelide. Questo amore per una determinata edizione di un’opera, è lo stesso che alimenta il Monsieur de Guermantes nel breve ritratto che emerge dalle poche paginette di questo prezioso libro bilingue. L’opera è quella completa di Balzac (amo immaginare che Proust abbia pensato alla sua Recherche, nella casa di ciascuno di noi); l’edizione è quella da sempre presente nella biblioteca di famiglia, M. de Guermantes l’ha infatti ereditata ed è rilegata in pelle di vitello con tassello di cuoio verde e dorature nell’edizione di Monsieur Béchet o Werdet. Il signore di Guermantes ama rifugiarsi nella sua biblioteca del secondo piano, per sfuggire agli invitati, che amabilmente assediano il salotto della consorte, e finge di non essere in casa per non essere disturbato nella lettura, e solo il giovane Narratore è ammesso nella ombrosa biblioteca. Il Conte tiene le imposte accostate per non essere scorto dalla corte dove attendono le carrozze. Tuttavia la moglie dice sempre, con un’aria di negligente distrazione, non priva di orgoglio, al giovane Narratore di raggiungere il marito in biblioteca perché il marito dice di non esserci ma vi vedrà volentieri, fatevi accompagnare al secondo piano. La Contessa sa che così può mettere in risalto una delle doti invidiabili del marito, pari solo a quella del saper maneggiare lo “stereoscopio”, cosa che avviene solo in occasioni importanti ed in presenza di qualche ospite di riguardo.

Il brano presentato nel volume in questione è tratto da uno dei famosi Cahièrs ed è un’abbozzo, pressoché definitivo, di un brano che poi non entrò a far parte della stesura della Recherche. Una parte di esso è però rintracciabile nel Contre Sainte-Beuve, anche perché la seconda parte di esso è una critica al voler criticare uno scrittore. Appare infatti ad un tratto la Marchesa di Villeparisis che racconta di come Balzac fosse un parvenu, che nulla contava nella buona società della provincia, e che quindi la descriveva senza cognizione di causa. E la povera Marchesa si lancia in una critica allo scrittore ed alla sua opera, però filtrata dal pregiudizio della mancanza di nobili natali, ed al suo carattere, sistema poi ampiamente stigmatizzato nel succitato Contre Sainte-Beuve. Non sarà sfuggito ai lettori che ho definito i Guermantes Conti, e non Duchi, come li troviamo nella Recherche, e che nel brano in questione si chiamano Pauline ed Henri. Questo è dovuto al fatto che si tratta ancora di un abbozzo, una sorta di studio preparatorio in cui i personaggi non hanno ancora acquisito la loro identità definitiva. Vi sono tuttavia degli accenni e dei germogli che poi nell’opera definitiva prenderanno vita e colore e sbocceranno inattesi traendo linfa da questo e da molti altri brani sepolti nei Cahièrs. Se i Guermantes hanno già i loro nomi ma non hanno i loro caratteri definitivi, la Marchesa è una dolce e remissiva vecchietta che ancora non ha maturato lo spirito bellicoso che le conosciamo, ama cucire a maglia perché – forse – non ha ancora imparato a destreggiarsi con pennelli e tele. Monsieur de Guermantes, invece, ha già un debole per le belle donne, ma non un nome definitivo, così come già detto, e ciò vale anche per la moglie, la quale, a sua volta, non ha ancora acquisito i vezzi mondani e linguistici per la quale va fiera nella Recherche. Il salotto del secondo piano è attualmente la biblioteca, ma poi diventerà il luogo ove vengono custoditi i quadri di Elstir, e comunque il narratore vi verrà inviato, sebbene per altri motivi. Vi è pure un accenno alla fanfara il cui suono giunge di lontano, e che nella versione definitiva arriverà marciando davanti il cancello di casa a Combray, riducendo la buona Françoise in lacrime. Abbiamo poi il Marchese, fratello del Conte che non è ancora diventato il capriccioso Barone di Charlus, e qua si limita ad apprezzare i libri (ancora non ha scoperto giovani librai, o tramvieri) e usa vezzi linguistici in voga tra chi vuole far colpo per la sua erudizione, o chiamando i libri col titolo provvisorio che avevano durante la stesura, per sottolineare come le opere siano quasi una proprietà di famiglia.

La lettura del libretto ha quindi il fascino dello sbirciare da dietro le quinte le prove di un balletto, o dare un’occhiata agli ingredienti che uno chef ha predisposto per cucinare il suo piatto forte, vi si trovano numerosi elementi noti, situazioni familiari, ma con un’aria un po’ strana, come se qualcosa fosse ancora fuori posto. Molto forte e già composito come lo conosciamo, invece, lo sguardo impietoso sul rapporto che la nobiltà ed il bel mondo avevano nei confronti della letteratura, tema ricorrente nella Recherche.

Tra le fitte pagine si annida un gioiellino della scrittura proustiana, brano che io amo molto e che trovo paradigmatico della scrittura e dello stile proustiani. Basta qualche goccia di pioggia fuori da una finestra per spalancare un mondo tutto nuovo, la narrazione si interrompe per un attimo, sembra un fermo immagine, solo il narratore resta in movimento, si stacca dal suolo e si libra nell’aria. Sembra volare via dalla finestra per andare a gettare uno sguardo su un mondo tutto nuovo che si è appena creato, evocato dal rumore delle gocce di pioggia. Per magia sulla pagina appaiono scene distanti, di un mondo interiore, ma altrettanto reale. Dopo poche pennellate il narratore rientra dalla finestra socchiusa della biblioteca dei Guermantes, raccoglie un paio di immagini fuggenti, le ricolloca al loro posto, tutti gli altri personaggi tornano animati e la narrazione riprende. Fino alla prossima suggestione.

Ecco il brano, buona lettura

 

Non dico che il rumore della pioggia che cadeva, entrando dalla finestra, dipanasse da lui il filo di quel profumo sottile e gelido, la cui sostanza fragile e preziosa Chopin ha teso fino all’estremo nel suo celebre brano "La Pioggia". Chopin, questo grande artista morboso, sensibile, egoista e dandy che dispiega nella sua musica, dolcemente, per un istante, gli aspetti successivi e contrastanti di una disposizione intima che muta incessantemente e che non esiste per più di un attimo, mentre cresce dolcemente, senza che un’altra del tutto diversa non intervenga a fermarla, urtandola e sovrapponendovisi; ma sempre con un intimo accento morboso e ripiegato su se stesso nella sua frenesia di azione; sempre capace di sensibilità e mai di cuore; spesso di furiosi slanci, ma mai di distensione, di dolcezza, di fusione con qualcosa di diverso da sé. Musica dolce come lo sguardo di una donna che vede che il cielo sarà coperto per tutta la giornata e il cui solo movimento è come il gesto della mano che nella stanza umida stringe appena sulle spalle una pelliccia preziosa, senza avere il coraggio, in questa anestesia di tutte le cose a cui partecipa, di alzarsi, di andare a dire nella camera accanto una parola di riconciliazione, di azione, di calore e di vita, e che lascia che la sua volontà si indebolisca e il suo corpo geli sempre più di secondo in secondo, come se ogni lacrima che ella non piange, ogni attimo che passa, ogni goccia di pioggia che cade, fosse una goccia del suo sangue che fugge, lasciandola più debole, più gelida e più sensibile alla dolcezza morbosa della giornata. D’altronde la pioggia che cade sugli alberi quando le corolle e foglie superstiti vogliono sembrare la certezza e l’eterna e fiorita promessa del sole e del caldo che presto tornerà, questa pioggia non è che poco più del rumore di un annaffiare un po’ prolungato al quale si assiste senza tristezza. Ma sia che questo entrasse così dalla finestra aperta, sia che, come un orlo scintillante alla calura polverosa, nei cocenti pomeriggi assolati, si sentisse in lontananza la musica di una fanfara militare o di una fiera paesana, a Monsieur de Guermantes sicuramente piaceva trattenersi nella biblioteca, dal momento in cui, arrivando e chiudendo le imposte, scacciava il sole disteso sul suo divano e sulla vecchia carta reale dell’Anjou appesa sopra, con l’aria di dirgli: "Levati da lì, che mi ci metto io"; fino al momento in cui si faceva portare il necessario per uscire e faceva dire al cocchiere di attaccare i cavalli.


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