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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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La confidenza

Narrativa

Iréne Némirovsky
Via del Vento Edizoni - Ocra Gialla

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 08/10/2013 12:00:00

 

Questo racconto, inedito in Italia, e qui magistralmente tradotto da Antonio Castronuovo, per la prima volta, fu pubblicato sulla Revue des deux mondes il 15 ottobre 1938. In questo racconto la penna dell’autrice spazia su di un tema forse meno ‘nemirovskiano’ rispetto a quelli cui siamo abituati. Il protagonista principale è una scialba e tetra istitutrice che sa che sta per morire, e dunque, forse per questo, decide di affidare il ricordo che le è più caro alla insolente e disattenta ragazzina cui impartisce lezioni. La ragazzina si trattiene nell’appartamento della donna non tanto per le lezioni e per ascoltare il racconto della vecchia, ma per un suo motivo e una sua finalità che dapprincipio illudono la donna che intravvede un barlume di forse affetto, forse interesse. Quando il gioco è svelato, la donna torna ad essere l’arcigna insegnante che non manca di vendicarsi, ma l’episodio rischia di gettare una luce completamente differente anche sul passato in cui riluce l’unica gemma della vita della donna. La breve trama, direi ad orologeria, è come sempre perfetta, le descrizioni ed i dialoghi impeccabili e si ha una volta di più la conferma dell’assoluta maestria con cui la Némirovsky si esprime nel racconto breve, poche pagine in cui si condensano due esistenze, una al declino, l’altra pronta a sbocciare.

Il testo, invece, lascia aperte un po’ di considerazioni su cosa volesse veramente significare l’autrice in questo racconto. Personalmente mi sembra che l’autrice si sia interrogata sulla sua funzione di testimone e di scrittrice, forse temeva che con l’avvicinarsi della vecchiaia nessuno le avrebbe più dato ascolto. Immagino che la Némirovsky temesse che quell’immenso patrimonio che era la sua vita, la sua esperienza, in Russia prima e a Parigi poi, avrebbe finito con l’annoiare le nuove generazioni, disposte ad ascoltarla solo per mascherare un loro secondo fine. L’avvicinarsi della morte, per cause naturali, avrebbe relegato la brillante scrittrice nel ruolo di una povera vecchia un poco arcigna, bacchettatrice del malcostume, ma in fondo tollerata ed usata più che amata. E per finire la tristezza dell’abbandono da parte dei suoi amati lettori avrebbe finito per gettare una luce negativa su quei ricordi a cui lei maggiormente era legata, quelli dell’infanzia in Russia.

Un'altra chiave di lettura potrebbe essere più semplicemente l’eterno conflitto con la madre nei panni dell’istitutrice, e della giovane figlia Iréne che tollera l’anziana genitrice solo per la posizione che ha e le consente di amoreggiare con chi le piace.

 

Queste sono comunque amare considerazioni poiché, come sappiamo, la Némirovsky non giunse ad essere una vecchia minata da un male terribile, la follia nazista la strappò infatti alla vita appena quarantenne, e non diventerà mai una vecchia i cui racconti sono appena tollerati da chi li ascolta, perché la loro grazia e la loro bellezza li renderà sempre fonte di vivo interesse.

 


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