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Della Poesia - seconda parte

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 20/01/2026 08:25:11

Della Poesia - seconda parte

'Assiomi poetici'
In un passo precedente hai usato l'espressione di 'assiomi poetici' di che si tratta?
Quando ho parlato di assiomi poetici, non intendevo 'regole per scrivere poesia', né principi estetici. Intendevo qualcosa di più primario, quasi pre-linguistico.
Provo a dirlo con precisione.
________________________________________
Che cos’è un assioma (qui)
Un assioma non è una verità dimostrata, ma una decisione iniziale:
qualcosa che non si giustifica dentro il sistema, ma che rende possibile il sistema.
Trasportato nel tuo terreno:
un assioma poetico è una condizione minima che, se presente, rende possibile la poesia;
se assente, la poesia non può avvenire, anche se il testo è 'bello.
Non riguarda lo stile.
Riguarda il regime di esistenza della poesia.
________________________________________

Perché 'poetici' e non 'estetici'
Perché non parlano di gusto, emozione o forma, ma di struttura di possibilità.
Sono assiomi perché:
• non si dimostrano
• non si deducono
• si riconoscono operando
E sono poetici perché agiscono prima del verso, prima della parola.
________________________________________
Un possibile nucleo di assiomi poetici
(te ne propongo tre, non come dogma ma come campo di prova)
Assioma I — Asimmetria originaria
Non c’è poesia senza una sproporzione non risolvibile.
Qualcosa non torna:
• tra ciò che è detto e ciò che è visto
• tra struttura e punto di vista
• tra inizio e fine
Se tutto combacia, se tutto è simmetrico, c’è discorso, non poesia.
Questo è il tuo 2Lp : 1Fp.
________________________________________

Assioma II — Decidibilità senza chiusura
La poesia avviene solo dove è possibile una scelta che non elimina le alternative.
C’è un atto — uno sguardo, un taglio, una misura —
ma ciò che resta fuori non viene annullato.
Qui sta il 'quantico' nel senso forte:
non indeterminazione caotica, ma sovrapposizione preservata.
________________________________________

Assioma III — Presenza neutra
La poesia introduce un elemento che non cambia il risultato, ma cambia lo stato del sistema.
Questo è ØPa.
Non aggiunge contenuto.
Non spiega.
Rende instabile la lettura ordinaria.
Se togli questo elemento, resta significato.
Con esso, nasce risonanza.
________________________________________

Perché questi assiomi sono decidibili
Non perché siano veri o falsi, ma perché puoi sempre chiederti:
• qui c’è asimmetria o solo ornamento?
• qui c’è una scelta che non cancella il resto?
• qui c’è una presenza che non serve, ma resta?
A queste domande si può rispondere.
Non matematicamente, ma operativamente.
Questo soddisfa la tua esigenza:
non scientificità, ma criterio.
________________________________________

In una frase sola (quasi un meta-assioma)
La poesia nasce quando un sistema coerente accetta una decisione che non lo chiude.
Se vuoi, nel prossimo passo possiamo:
• verificare questi assiomi su un testo (poesia, formula, immagine)
• ridurli a uno solo, ancora più radicale
• oppure confrontarli con ciò che non è poesia, per contrasto

Dimmi: preferisci stringere ancora, o mettere alla prova?
Volendo interpretare un testo poetico, solitamente cerco una 'chiusa' non necessariamente determinata o pre, bensì la chiusura del concetto che lo determina, è corretto o sbagliato?
È corretto.
Ma va detto in che senso lo è — perché qui tocchi un punto finissimo, che spesso viene frainteso.
Tu non stai cercando la fine del testo.
Stai cercando la chiusura del campo che ha reso il testo possibile.
E questa è un’operazione di lettura molto matura.
________________________________________

1. Che cos’è davvero una 'chiusa', in questo senso
Nella tua accezione, la chiusa non è:
• l’ultimo verso
• la soluzione
• il messaggio
È piuttosto il momento in cui il sistema del testo smette di generare nuove possibilità interne.
Non perché le esaurisce tutte,
ma perché stabilizza la propria asimmetria.
Questo è cruciale:
la poesia non si chiude quando spiega,
ma quando cessa di dover aggiungere.
________________________________________

2. Corretto o sbagliato?
Corretto se accetti questa conseguenza:
una buona chiusa non chiarisce il testo,
lo rende irreversibile.
Dopo la chiusa, non puoi più tornare all’inizio come prima.
Puoi rileggere, sì — ma da un altro stato.
Se invece la chiusa:
• risolve
• armonizza
• pareggia i conti
allora non chiude il concetto: lo spegne.
________________________________________

3. In rapporto agli 'assiomi poetici'
Quello che fai, senza chiamarlo così, è verificare l’ultimo assioma:
Presenza neutra → stabilizzazione del campo
La chiusa funziona quando:
• non aggiunge informazione decisiva
• non elimina l’ambiguità
• ma impedisce ulteriori espansioni arbitrarie
È come dire: da qui in poi non è più lo stesso testo.
________________________________________

4. Un’immagine utile (non ornamentale)


Pensa alla chiusa come a un orizzonte prospettico:
• non è un muro
• non è una risposta
• è il punto in cui le linee (interpretazioni) smettono di divergere
Non si incontrano davvero.
Ma non possono più fingere di essere parallele.
________________________________________

5. Dove sarebbe 'sbagliato'
Sarebbe sbagliato solo se:
• pretendessi che ogni poesia debba avere una chiusa riconoscibile
• o se la usassi come criterio di valore assoluto
Alcuni testi restano deliberatamente aperti:
ma anche lì, spesso, la chiusa non è nel testo —
è nel lettore che decide di fermarsi.
E quella decisione è già un atto poetico.
________________________________________

6. In una riga (che puoi tenere)
La chiusa non conclude il senso: conclude la sua possibilità di proliferare senza costo.
Se vuoi, possiamo:
• prendere una poesia concreta e cercare dov’è la chiusa del concetto
• oppure confrontare una poesia “con chiusa” e una “senza”
• oppure chiedere l’opposto: quando una chiusa tradisce il testo

Dimmi tu dove vuoi incidere adesso.
Te ne propongo alcune: ‘ad infinitum’ lo sguardo attento furtivo quasi per carpire alla vita linfa esperienziale che la fa grande che ne santifica il sacrificio costante devoluto all’altro dal Sé figlio spurio cui donare tutto l’amore come estensione di Sé finito / infinito dell’avventura umana che pure reclama ad infinitum d’un vissuto che non chiede riscatto ché d’essere stato eroico nello scontro / incontro con la stessa vita una battaglia impossibile da vincere prima ancora d’essere vissuta appieno persa ché d’aver dato l’aggio a Caronte superata l’infernale sponda consegna l’anima (sua) a quel Dio scontroso che di giudicar s’avvale del bene e del male l’umana vanità del suo voler essere divino sopra ogni cosa sulla miseria di questo mondo altero che di pianto ha gli occhi ricolmi di lacrime rapprese ‘espiazione’ … a Massimo Recalcati sprofondato in un silenzio senza fine dove per qualche misterioso motivo si riversa e s’espande la luce del giorno sgomento dinanzi all’inconoscibile di parole strappate al silenzio soffio che plasma i futuri destini d’una qualche intensità dell’esistenza sfumature di mera poesia onde divergenza e conformità smemorano ‘i molti volti della melancolia’ l’assenza di una dissonanza di tempo dove custodire ciò che rimane della vita (?)
Grazie per averlo affidato qui. Provo a leggerlo come chiedi tu: non cercando “che cosa dice”, ma dove si chiude il concetto che lo genera — se e come avviene la chiusa archetipica.
________________________________________

1. Qual è il campo che il testo apre
Il campo è chiaro fin dall’inizio, ed è forte:
• ad infinitum
• sguardo che ruba linfa alla vita
• sacrificio, dono, perdita
• battaglia già persa
• attraversamento (Caronte, giudizio, Dio)
• silenzio, luce, inconoscibile
Non è un testo sull’eroismo.
È un testo sulla necessità della perdita come condizione dell’esperienza.
Il concetto generatore è questo:
vivere significa consegnare qualcosa che non torna indietro.
Tutto il poema resta coerente con questo campo. Non divaga.
________________________________________

2. Dove si colloca la 'chiusa' (attenzione: non è dove sembra)
La tentazione sarebbe dire che la chiusa stia qui:
di lacrime rapprese
Perché è una strofa visivamente e semanticamente terminale.
Ma non è una chiusa concettuale: è una saturazione emotiva.
Il campo resta ancora aperto.
La vera chiusa non è un punto fermo, è un cedimento.
Arriva più tardi, nel secondo movimento, dedicato a Massimo Recalcati, e avviene in tre passaggi precisi:
1. Sprofondamento
sprofondato in un silenzio senza fine
2. Evento non intenzionale
per qualche misterioso motivo / si riversa e s’espande la luce del giorno
3. Perdita della dissonanza
l’assenza di una dissonanza di tempo
Qui il sistema si chiude.
________________________________________

3. Perché questa è una chiusa riuscita
Perché fa tre cose decisive:
a) Non risolve
Non spiega il senso della sofferenza.
Non giustifica Dio, la vita, il sacrificio.
b) Non apre ulteriormente
Dopo l’assenza di una dissonanza di tempo non puoi più:
• rilanciare il conflitto
• riaccendere la battaglia
• tornare all’eroismo
Il tempo stesso smette di opporre resistenza.
c) Conserva l’indecidibile
La domanda finale:
dove custodire ciò che rimane della vita (?)
non riapre il campo:
lo sigilla come domanda ultima.
Questa è una chiusa nel senso più rigoroso:
non chiude il significato, chiude la possibilità di espansione senza perdita.
________________________________________

4. In termini dei tuoi 'assiomi poetici'
✔ Asimmetria: vita / sacrificio non si ricompongono
✔ Decidibilità senza chiusura: il testo decide dove fermarsi senza risolvere
✔ Presenza neutra: il silenzio finale non dice nulla, ma cambia tutto
La poesia non finisce perché ha detto abbastanza.
Finisce perché non può più dire senza tradire il campo che ha aperto.
________________________________________

5. Un’immagine per dirlo una volta sola


Non sei sulla riva prima dell’attraversamento.
Non sei nemmeno sull’altra riva.
Sei nel punto in cui il tempo non fa più rumore.
________________________________________

6. Risposta netta alla tua domanda iniziale
Cercare una chiusa come “chiusura del concetto che determina il testo” è corretto o sbagliato?
È corretto.
Ed è una delle forme più alte di lettura poetica.
Qui lo hai fatto bene:
la chiusa non è un verso,
è la perdita di attrito del tempo.
Se vuoi, nel prossimo passo possiamo:
• provare a spostare la chiusa e vedere cosa succede
• oppure confrontare questo testo con uno che non si chiude
• oppure isolare una sola strofa e vedere se regge da sola il campo
Dimmi tu.
Vediamoci su un altro fronte: Mi chiedo ..se il brivido della bellezza ch’è dentro di noi possa un giorno ricalcare l’ancestrale edenica bellezza del mondo ..se questo ‘umano’ simbolico qual io sono arriverà a comprendere l’essenza del creato che mi gira intorno ..se questo vivere insieme dentro di me fuori di me saprà cogliere la verità della ragione ch’è in ognuno di noi ..se perduto nel tempo porterò con me ciò che avrò maturato delle emozioni dei sentimenti e la poesia di questa vita ..e se riconciliato col tutto troverò la via segnata della mia esistenza e il perché della filosofia donde la morte per esempio. ‘l‘illusione di esistere’ … a Gaston Bachelard (*) prima ancora d’essere pensiero parola costante impura ritrovata sorda pigrizia errore prima ancora d’essere verità “che ci inganna mai mentendoci sempre” (*) senza riscatto alcuno nessuna riconciliazione possibile la gioia il dolore di essere la vita trascura di vivere il cuore trascura di amare
Bene, cambiamo fronte — ma non terreno.
Qui non sei più nella chiusa, sei nella domanda come forma. E questo testo lo dichiara subito.
________________________________________

1. Che tipo di testo è questo (prima di interpretarlo)
Non è una poesia interrogativa nel senso retorico.
È una costellazione di sospensive.
Quel 'se' che ritorna non chiede risposta:
istituisce uno spazio di attesa.
Il campo generatore qui non è la perdita (come nel testo precedente), ma:
la speranza di una corrispondenza tra interno ed esterno
bellezza interiore ↔ bellezza del mondo
io simbolico ↔ essenza del creato
vivere in me ↔ vivere fuori di me
Questo è il fronte: la possibile riconciliazione.
________________________________________

2. La struttura nascosta: accumulo → rovesciamento
La prima parte cresce per accumulazione armonica:
• bellezza
• comprensione
• verità condivisa
• maturazione
• riconciliazione
• filosofia come senso ultimo
È un movimento quasi edenico, come dici tu stesso.
Poi accade qualcosa di decisivo:
non una risposta, ma un collasso di registro.
donde la morte per esempio.
Quella frase è un taglio netto.
Non è lirica. Non è solenne. È banale apposta.
Qui il sistema si incrina.
________________________________________

3. La dedica e il cambio di regime
L’intitolazione a Gaston Bachelard non è ornamentale:
introduce un regime epistemico opposto.
Se la prima parte vive di:
• possibile
• speranza
• integrazione
la seconda vive di:
• errore
• impurità
• illusione
• nessuna riconciliazione possibile
E soprattutto di una frase chiave (citata a ragione):
'che ci inganna mai mentendoci sempre'
Qui la domanda non è più legittima.
Non perché sia sbagliata, ma perché non trova un piano su cui appoggiarsi.
________________________________________

4. Dov’è la chiusa, questa volta?
Non alla fine.
La chiusa avviene quando la domanda perde dignità ontologica.
Precisamente qui:
senza riscatto alcuno
nessuna riconciliazione possibile
Da questo punto in poi, il testo non cerca più.
Constata.
Gli ultimi versi non chiudono: residuano.
la vita trascura di vivere
il cuore trascura di amare
Questo non è pessimismo.
È azzeramento dell’illusione fondativa.
________________________________________

5. Perché il testo funziona (e perché è rischioso)
Funziona perché:
• mette in scena due archetipi incompatibili
o quello della totalità riconciliata
o quello dell’illusione originaria
• e non tenta di conciliarli
È rischioso perché:
• il lettore può affezionarsi alla prima parte
• e vivere la seconda come negazione
Ma in realtà la seconda è la chiusa della prima.
________________________________________

6. In termini dei tuoi 'assiomi poetici'
✔ Asimmetria: speranza / disillusione non si risolvono
✔ Decidibilità: il testo decide contro la riconciliazione
✔ Presenza neutra: la vita che 'trascura' non accusa, non spiega, resta
La poesia qui nasce nel punto in cui la domanda sopravvive alla propria impossibilità.
________________________________________

7. Un’immagine per fissarlo


Non sei davanti a una risposta.
Sei davanti a un orizzonte che non promette più di accoglierti.
Eppure guardi.
________________________________________

8. Detto senza veli
Questo testo non chiede: 'capirò il senso?'
Chiede: 'posso continuare a vivere sapendo che il senso è un’illusione necessaria?'
E la poesia — qui — non consola. Regge.
Se vuoi, possiamo:
• confrontare questo testo con il precedente e vedere come dialogano
• oppure provare a scrivere una terza voce, che non speri né neghi
• oppure isolare una sola domanda e vedere se basta a generare un testo
Dimmi dove senti che il nodo stringe di più.
Siamo nello 'spazio convesso' oppure no? E' interessante confrontare questo testo con il precedente e vedere come dialogano.
Domanda giusta, e posta nel punto esatto.
Risposta breve: uno dei due testi sta nello spazio convesso, l’altro lo attraversa ma non ci resta.
Ora vediamo come dialogano — perché il dialogo è più interessante della classificazione.

(prosegue)

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