Nel fauto soffio
del tuo nome,
appendo sul cuore
il giorno d'amore
della mia ambascia di seta
come una giacca di luce,
e il sorriso labile
del primo sole che rischiara
boccioli di emozioni,
nel refolo d'attesa,
impara, tra cumulonembi
a respirare dal tuo passo,
drappo magnetico
che ammalia bradi silenzi.
Sei una chiave d’acqua
che apre serrature di polvere,
dove l'anima, sibilla celata
di mappe di sale e candele,
accende il fuoco della voluttà.
Quando mi guardi,
mansueto il tempo ramifica
parole d'argento, e tace,
diventa pane caldo spezzato
che nutre, tra le ore
dei batticuori che sussurrano.
Le tue affabili mani,
nidi che ricordano un volo,
raccolgono il mio tremito
e lo erge canto eterno.
Ti penso come
una costellazione senza fine,
stelle che orientano
un ritorno senza cielo
che si spegne
alla trasmutazione.
La tua calma è una neve
che ascolta istanti caduchi,
copre ferite, e insegna
la mia primavera a rifiorire.
Amarti è bere l’ombra
fino alla sorgente della vita,
è perdere il nome
per trovarne due intrecciati,
per restare, infine,
come un faro nel petto,
che batte confini di balza
penetrano l'aurora d'amore
che deflagra, senza scrivere
una fine nel panorama
del nostro veemente ardore,
nelle fiammelle del candelabro
che chiarisce il nostro fato,
per sempre.
Laura Lapietra ©
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