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Vecchia Terra Nuova

Romanzo

Theodor Herzl
Bibliotheca Aretina

Recensione di Antonio Piscitelli
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Pubblicato il 06/12/2013 12:00:00

 

IL SIONISMO ASSIMILAZIONISTA DI THEODOR HERZL

 

Non è di quei libri di cui la stampa discuta. Non sapremmo neppure dire se ne ha dato notizia. Eppure è interessante, non solo per il mondo ebraico al quale era prevalentemente rivolto quando fu scritto, ma per gli studiosi del Sionismo, per gli storici in generale, per noi comuni lettori ai quali – siamo all’attualità – sta a cuore la questione ebraica che non cessa di scuotere le coscienze, ponendo quesiti assillanti ai quali è difficile, forse impossibile, dare risposte. Il libro s’intitola Altneuland, ne è autore quel Theodor Herzl a torto considerato quasi l’unico padre del Sionismo, è la sua traduttrice una delle personalità più illustri della comunità ebraica italiana, Roberta Ascarelli, titolare della cattedra di lingua e letteratura tedesche presso l’Università di Siena e Lucca. Il romanzo, il cui titolo italiano suona “Vecchia Terra Nuova”, è stato edito nel 2012 da Bibliotheca Aretina coi contributi del MIUR e del Dipartimento di Letterature Moderne e Scienze dei Linguaggi dell’Università di Siena, col patrocinio del Forum Austriaco di Cultura di Roma: un bel po’ di prestigio intorno a una pubblicazione che ha il valore di una chicca nello stagnante dibattito culturale del nostro paese.

Sì, perché di questo si tratta, di un’operazione autenticamente culturale che consente a noi italiani di rileggere il Sionismo, di approfondirlo, di constatarne le discrepanze e le contraddizioni, alla luce di quanto ha prodotto non solo in seno all’ebraismo mondiale, ma nella storia del secolo scorso, i cui epigoni sono vivi e attuali sotto i nostri occhi, drammaticamente vincolanti le odierne relazioni tra i popoli. C’è Israele, ci sono i paesi arabi confinanti, ci sono i Palestinesi, cova sotto la cenere di una quiete apparente la “guerra che non si può vincere” (Grossman), c’è il terrorismo di matrice islamica, c’è l’antisemitismo strisciante dei gruppi neonazisti, c’è l’ipocrisia di chi finge che il problema non esista, c’è un sessanta per cento di Ebrei che ancora vive nella diaspora, che per lo più vi si trova bene, che non ha alcuna intenzione di trasferirsi in Palestina; c’è infine un controesodo per il quale gruppi consistenti di Ebrei israeliani abbandonano la loro terra natale per trasferirsi nella capitale di quel paese che, quasi settant’anni fa, voleva annientarli.

Così risulta utile il confronto tra ciò che Herzl pensava dovesse essere l’antica nuova terra degli Ebrei e ciò che in effetti è stata in virtù di un percorso tortuoso e non sempre comprensibile, almeno agli occhi di chi Ebreo non è ma che sente propria l’intera loro vicenda, diasporica e non, quale ascendenza del comune drammatico presente. La storia degli Ebrei è storia di tutti, così come le loro attuali vicissitudini riguardano l’umanità non meno di un’altra umanità meno nota e meno atavica, ma pur sempre antica, nei termini in cui non c’è uomo sulla terra che non sia antico, che lo si voglia derivante da un comune antenato o lo si pensi evoluto da specie preesistenti. In altri termini, come la si volti o la si giri, deriviamo tutti da un ceppo comune, se è vero che ora siamo miliardi e che non più di ventimila anni fa eravamo pochi milioni di individui disseminati su una superficie vastissima, tutti migranti, tutti diasporici, per via di un’economia primitiva di mero sfruttamento delle risorse disponibili, un’economia di rapina, di semplice rapina, talché se la praticassimo oggi avremmo distrutto ogni forma di vita sulla Terra, compresi noi stessi. Volenti o nolenti, da questi discendiamo. Tutti! Ne deriva che siamo tutti parenti più o meno prossimi, anche se alcuni gruppi si distinguono per la memoria lunga. Ma la memoria è la risultante di circostanze favorevoli che hanno consentito ad alcuni di registrare il loro passato, in molti casi solo mitico, su un supporto meno effimero e contingente dei neuroni postsinaptici, i rudimentali hard disk della Storia: la pietra, la pergamena, il papiro, la carta.

Il libro di Herzl è ascrivibile alla narrativa utopistica, anch’essa atavica nelle lettere, tanto da far pensare addirittura alla Πολιτεία di Platone, non foss’altro che per lo spazio che vi hanno i dialoghi. La narrazione in senso stretto vi occupa una minima parte e la trama è piuttosto esile. E’ l’anno 1902. Un giovane ebreo disilluso, Friedrich Löwenberg, medita il suicidio, dal quale viene sottratto dalla proposta di un misantropo, un ricco aristocratico tedesco noto come signor Kingscourt, anglicizzazione del vero cognome Königshoff. Andarsene a vivere su un isola deserta dei mari del Sud, lontani dalle umane perfidie, è una valida alternativa al suicidio per entrambi gli eroi di questa storia, l’uno giovane, l’altro abbastanza avanti negli anni. Ci troviamo dinanzi alla versione riveduta e corretta del Robinson Crusoe, con questa differenza sostanziale: i due non sono naufraghi, ma migranti volontari adusi alla vita comoda del mondo civile. Viaggiano su un confortevole e lussuoso yacht, sull’isola condurranno un’esistenza tutt’altro che disagevole. Prima di partire Friedrich salva dall’indigenza e dall’inedia una famiglia ebrea, i Littwak, costituta da padre, madre e due figli, un maschio adolescente, David, e una femmina ancora in tenerissima età, Mirjam. Il ragazzo è sveglio, intelligente, di sani principi, sogna un futuro di felicità per i tanti ebrei indigenti e perseguitati sparsi per il mondo. Non c’è dubbio che questo personaggio sia il portavoce dell’autore.

Durante il viaggio d’andata verso l’isola, Löwenberg e Kingscourt sostano per alcun tempo in Palestina, le cui note caratterizzanti sono la povertà e l’estrema arretratezza. Ne fuggono inorriditi, ma vi fanno ritorno venti anni dopo, per quella che vorrebbe essere una sosta tecnica, in rotta a ritroso verso l’Europa. Siamo nel 1923. Sbarcano ad Haifa, dove si imbattono nientemeno che in David Littwak, divenuto nel frattempo uno degli esponenti più in vista di quella che viene definita la Nuova Società, un’entità non statale che accoglie Ebrei da tutto il mondo, in pacifica convivenza sia con gli Arabi che con le altre minoranze presenti in Palestina, meta di turismo internazionale e asilo di intellettuali e imprenditori ammirati per l’intraprendenza dei coloni. Ha inizio da questo momento una lunga serie di dialoghi nei quali David o altri suoi sodali rispondono alle domande di Kingscurt, con questi che riveste un po’ il ruolo del Simplicio galileiano o, se si vuole e in taluni passaggi, del Candido voltairiano, e gli altri che rispondono, con accenti didascalici, alla lunga sequela di domande dell’anziano gentiluomo. Le risposte, articolate quanto ingenuamente riduttive, servono a illustrare il progetto politico di Herzl e del suo Sionismo, una delle varianti dei Sionismi che prima e dopo di lui furono elaborati da altri promulgatori, tra i quali meritano d’essere ricordati i Kulturzionisten, il cui leader carismatico, Asher Ginzberg, proponeva la rinascita spirituale dell’Ebraismo, in termini religiosi, culturali, linguistici, riproducendo, secondo i suoi avversari, tra i quali un agguerrito Max Simon Nordau, la mera mentalità del ghetto, un apartheid alla rovescia - diremmo noi. Alcuni tratti del Sionismo culturale ritroveremo nel personaggio del dottor Geyer, il capo dell’opposizione politica nella Vecchia Nuova Terra, «… un maledetto religioso, un sobillatore, un aizzatore…» al quale, nell’immaginazione di Herzl, si oppone il gruppo maggioritario degli integrazionisti per i quali tutti hanno diritto di vivere in Palestina con pari dignità, Arabi inclusi, immigrati non Ebrei compresi.

La Nuova Società è dunque una comunità multietnica, plurilinguistica, multiculturale, interreligiosa priva di conflitti, se non quelli della battaglia politica: «Non siamo qui per eleggere un capo di Stato, – afferma il vecchio dottor Marcus, uno dei candidati alla massima carica della comunità – poiché noi non siamo uno Stato. Noi siamo una cooperativa con forme nuove…». Per farla breve, la Palestina immaginata da Herzl non è altro che una fetta d’Europa trapiantata nel Vicino Oriente, quasi ospite di una compagine statale molto più ampia qual era l’Impero Turco del tempo. Le terre colonizzate dagli Ebrei, nella finzione del romanzo, sono state acquistate e messe proficuamente a cultura, le industrie sono state impiantate con capitale internazionale, questo finalmente sedotto dall’operosità e dalle capacità imprenditoriali di un popolo eterogeneo che confida sulle proprie risorse e le valorizza, che crede fermamente e “positivisticamente” nel progresso, con l’ingenua convinzione che esso derivi dallo sviluppo.

Herzl con i suoi argomenti dimostra non solo il suo passato assimilazionista, ma anche la sua derivazione culturale europea. È un degno figlio dell’Europa occidentale e delle sue propaggini americane, come ben dimostra l’ottima Roberta Ascarelli nel breve saggio che pospone alla presente pubblicazione. Le ascendenze culturali e letterarie, le influenze e le fascinazioni sono tutte ben evidenziate dalla traduttrice. Non mancano, nella sua dissertazione, raffronti con autori affini, così come non omette di evidenziare le debolezze dell’opera insieme agli argomenti dei suoi critici. È forse la parte più interessante e più utile del volume.

Sul piano letterario Altneuland è probabilmente un mezzo fallimento, mancandole il mordente del vero Bildungsroman al quale viene assimilato per qualche somiglianza, neppure tanto implicita, al Wilhelm Meister di Goethe. Passi per la trama scarna e povera di sorprese; gli è che quello che dovrebbe essere il protagonista, il giovane Friedrich Löwenberg, che ritroviamo presto quarantenne nella seconda parte dell’opera, è figura scialba e scarsamente caratterizzata, non meno degli altri personaggi del libro. Sembrano proposizioni di un enunciato che si intende dimostrare, benché li si dichiari esprimere sentimenti e emozioni. Le donne sono stereotipi freddi e distanti, tanto da far sospettare un pizzico di misoginia nell’autore del libro, se non fosse che un certo puritanesimo misogino era caratterizzante, presso la piccola e media borghesia, l’epoca in cui il romanzo fu concepito e redatto, a dispetto dello spessore umano e psicologico delle grandi eroine della narrativa ottocentesca. Con un’espressione un po’ stantia si direbbe che le figure femminili di questo libro sono tutte casa e chiesa, benché le si pretenda emancipate e capaci di ricoprire incarichi di responsabilità nella società civile, in subordine, beninteso, al loro ruolo di madri e spose fedeli. Emma Bovary e Anna Karenina non troverebbero ricetto nella Vecchia Terra Nuova, una patria che, se non è perfetta, poco manca che lo diventi per tutto l’efficientismo del quale la si magnifica a ogni piè sospinto. Ci si prefigura un’umanità ideale che non è mai esistita, neppure in seno alla comunità ebraica, restando fermo il fatto che, proprio perché gli Ebrei non hanno nulla di più e nulla di meno degli altri, possono essere autentici gentiluomini o gentildonne, ma possono ugualmente essere dei farabutti.    

Che l’opera fallisca il suo scopo primario lo riconosce lo stesso Herzl in una lettera del 10 marzo 1903 (la citazione è della Ascarelli): «Dal punto di vista artistico il libro non ha un grande valore, anche se mi è costato un grande impegno. Ma serve ottimamente a spiegare il tutto». Questo “tutto” altro non è che l’esposizione ad usum delphini delle argomentazioni contenute nel saggio del medesimo autore dal titolo fin troppo celebre, Der Judenstaat (Lo stato ebraico), pubblicato nel 1896 sull’onda del clamore suscitato dall’affaire Dreyfus. Mettendo da parte, ma non cancellando, le sue tradizionali posizioni assimilazioniste, Herzl vi propugna la migrazione programmata verso una terra in cui gli Ebrei possano vivere in pace senza dover subire persecuzioni e senza dover rinunciare alla loro identità. È questo il busillis, il tema scottante e per nulla risolto dell’identità: chi sono gli Ebrei e come li si identifica? Qual è il loro segno distintivo? A noi viene da rispondere che non esiste alcun segno distintivo, una circostanza che fa degli Ebrei uomini affini alla restante umanità. Hanno e avevano caratteristiche psicologiche, sociali, morali, culturali non dissimili dagli altri uomini, se si esclude che le coordinate storico-geografiche rendono difatti l’umanità articolata in gruppi più o meno omogenei con qualche differenza somatica di secondaria importanza che nulla toglie e nulla aggiunge alla sostanza. Herzl lo sa bene e lo dichiara senza esitazione fin dal saggio che dà vita al suo Sionismo: occorre prefigurarsi una società multietnica, multiculturale, interreligiosa perché i medesimi Ebrei vengono da luoghi assai distanti, parlano lingue diverse, hanno spesso acquisito la forma mentale della terra di provenienza, possono o meno seguire la religione dei padri. Sono dentro la Storia, cioè dentro un processo che crea differenze, ma queste differenze sono accidentali, non sostanziali. Ecco allora che la Vecchia Terra Nuova è abitata da un pot-pourri di esperienze storiche diverse, ciascuna delle quali rispetta l’altra e ne riconosce la legittimità. È un fortunato esperimento di integrazione tra culture diverse. È una favola, se volete, ma una favola lungimirante ben oltre la questione ebraica che intende affrontare. A cosa sono ridotti oggi i concetti ottocenteschi di patria, nazione, popolo, territorialità? Chi può affermare di avere una patria, se essa spesso rifiuta i propri cittadini e li costringe alla diaspora? Chi può dire di vivere nel posto in cui è nato? Cos’è un popolo quando le persone fisiche che lo costituiscono non godono degli stessi diritti e delle medesime opportunità? E, infine, di quale territorialità parliamo quando i confini geografici e politici sono agevolmente aggirati da Boeing supersonici che spostano milioni di persone al giorno in ogni parte del globo e se la globalizzazione, nel bene come nel male, crea interdipendenze tra popoli e nazioni prima inimmaginabili?

Una d’arme, di lingua, d’altare/di memorie, di sangue e di cor”? A quale delle compagini della terra possiamo applicare il celebre distico manzoniano, frutto peraltro di una contingenza storica che aveva un senso in età romantica, ma che avrebbe avuto epigoni tutt’altro che confortanti nella seconda metà del XIX secolo? Guerre civili, babele linguistica, pluralità di credi, memorie scarse o addirittura assenti per via di un processo generalizzato di omologazione-alienazione, patrimoni genetici necessariamente confusi, sentimenti a dir poco contrastanti sono caratteristiche costanti del mondo di oggi. E non se se viene fuori se non si accetta l’ineludibilità del processo in atto. Tolleranza, convivenza pacifica tra diversi, integrazione tra culture non sono solo il sogno di Herzl, sono la necessità storica di oggi. Qualcuno ha una proposta diversa? Si faccia avanti!

Sembrerebbe che questo qualcuno sia l’attuale Israele, un paese affascinante indubitabilmente, ma anche pieno di stridenti contraddizioni. La modernità e la trasgressione convivono con un fondamentalismo intransigente che alimenta se stesso e la tremenda “guerra che non si può vincere”. È contraddittorio persino che un personaggio come Theodor Herzl sia, da un lato considerato una specie di nume tutelare di questo stato, dall’altro puntualmente tradito nelle intenzioni e nella attese. Sì, è vero, in Israele con la maggioranza giudaica convivono molte altre minorane. Ma in che condizioni? Quella di derelitti marginali e emarginati. Non contano, conta l’appartenenza alla stirpe eletta che detta le sue regole, anche quando queste regole sono le medesime degli avversari che si intendono combattere, derivano da una tradizione antica per la quale lo Shabbat deve per forza bloccare mezzo paese nella fornitura di servizi essenziali come i trasporti, il matrimonio civile non esiste e lo Yom Kippur costringe tutti, Ebrei e non, all’espiazione di colpe non commesse, con un intero paese che si trasforma in un deserto: nessuna macchina in giro, nessun mezzo di trasporto, nessun luogo di ristoro aperto, neppure per un bicchiere d’acqua. Altro che stato laico! Questa si chiama teocrazia, né più né meno di quella che vige in alcuni stati arabi fondamentalisti, che è stata, in Europa, il triste regime del Medioevo e della Controriforma, un sistema le cui prime vittime furono gli Ebrei stessi.

E che dire della politica demografica? Non ricorda quella dei persecutori di settant’anni fa? Pur di mantenere inalterate le proporzioni tra maggioranza ebrea e minoranza araba non si esita a inneggiare alla prolificità come panacea per la sicurezza nazionale: facciamo tanti figli, trasformiamoli in bei soldatini, mandiamoli al massacro della “guerra che non si può vincere”. Se non fosse che qui anche le donne (prodigi dell’emancipazione femminile!) fanno i soldati, sembrerebbe la rifioritura dell’antica Sparta, per non evocare ben più tristi e recenti militarismi. Per altri versi si favorisce l’immigrazione da ogni dove, spesso senza neppure verificare che vi sia la possibilità di accogliere i nuovi arrivati. Il più recente flusso migratorio è quello dai paesi della ex Unione Sovietica dopo il crollo del Comunismo. I Russi poi sono talmente tanti che sembra di trovarsi a Mosca o a San Pietroburgo. Sono gli eredi delle vittime dei tristemente noti pogrom, gli antesignani dei campi di sterminio sotto un’altra bandiera. Ma sono solo gli eredi, non le vittime vere. Non sono mica tutti brava gente. Israele ha importato la mafia russa, anzi ne è diventata l’ufficio di rappresentanza sul Mediterraneo. Con un punto d’appoggio così prestigioso e così “sicuro” il traffico mondiale di armi, droga, prostituzione e quant’altro è diventato molto più agevole per i veri nemici, non degli Ebrei soltanto, ma del genere umano. Sapete perché è così sicuro per il crimine? Perché Israele non si tocca, non si può toccare, altrimenti si è accusati di antisemitismo. Ma come ti permetti – dicono – di contestare la politica di un paese che accoglie i discendenti delle vittime della Shoah? Girate per Tel Aviv il sabato notte e vedrete coi vostri occhi chi sono questi rampolli. Come in tutte le grandi metropoli del mondo, la febbre del sabato sera contagia anche i giovani Israeliani di oggi e attira il turismo trasgressivo da ogni dove perché non mancano, non più, le possibilità di abbandonarsi alla sregolatezza e agli eccessi. Sembra di trovarsi a Las Vegas o ad Amsterdam, col vantaggio di godere di un clima più clemente.

Gli stessi ragazzini Israeliani li ritroverete, allineati e coperti, infagottati nelle divise militari, mitra in spalla, nei treni affollatissimi che li riportano a casa dopo il servizio o che vi si recano per prestarvelo, ai posti di blocco, all’aeroporto, alle frontiere, al fronte, presso le nuove colonie, dovunque, tanti, tanti diciottenni, maschi e femmine. Sono bellissimi! Chi scrive non ha mai visto tanta bellezza concentrata. Altro che le immagini oleografiche e caricaturali del nazismo! Corpi mozzafiato, nasini all’in su, biondi con gli occhi azzurri, mori con gli sguardi intensi, neri statuari, languidi volti orientali. C’è di tutto: sembra davvero la Vecchia Terra Nuova di Herzl. Ma ti viene tristezza a guardarli perché sai che tra di loro ci sono le future vittime del terrorismo e della “guerra che non si può vincere”. Quanti! Israele è un cimitero di morti giovani, giovanissimi o di mutilati già a vent’anni. Lì non c’è famiglia che non vanti una vittima o una tragedia di immane proporzione.

Intanto i prezzi lievitano e l’imposizione fiscale si inasprisce. Il grosso dei costi? La difesa, ovviamente, le armi. La gente si lamenta, è normale, quando può va a fare la spesa altrove, per risparmiare e far quadrare il bilancio familiare. Un tassista ci ha raccontato che, quando si reca a far visita a sua figlia in America, fa incetta di prodotti che possono tornargli utili: costano molto meno.

Quelli che hanno qualcosina da parte cominciano a tornare nei paesi di provenienza. Un buon numero di giovani se ne va a Berlino, dove gli è consentito il diritto di essere ebreo e, se vuole, può consentirsi le analoghe trasgressioni di Tel Aviv, ma con minor rischio di saltare in aria mentre sta ballando in discoteca.

Allora, abbiamo davvero trovato una patria ai perseguitati di un tempo? Si può dir patria la casa dei lutti, dello stato permanente di belligeranza e della qualità della vita ai limiti del sopportabile? Il turista che va solo sul lungomare di Tel Aviv e lì si ferma, non se ne accorge, non ci pensa, ma questo genere di turista è di solito superficiale e distratto. Gli bastano i locali alla moda, le discoteche eccentriche, gli alberghi lussuosi, gli stessi che troverebbe in qualsiasi altra grande città del mondo. Quello che gira, invece, per sapere e per capire, vede i villaggi abbandonati dai Palestinesi, vede il degrado dei quartieri poveri, vede la speculazione edilizia selvaggia che ha distrutto meravigliosi tratti di costa, vede l’inquinamento che ha reso i marciapiedi bituminosi, vede il labirinto claustrofobico dei nuovi insediamenti, vede il fondamentalismo che la fa da padrone e detta le regole per tutti; costui si rende conto che forse abbiamo reso un pessimo servigio agli Ebrei che vivono là. Israele è un grande ghetto in parte, ma solo in parte, dorato. Vi si vive una vita da reclusi, condizionati dalla farneticante ideologia del “sangue e del suolo” elaborato da quel romanticismo degenere contro il quale un ebreo “illuminato” come Victor Klemperer si scaglia con disgusto.

Le stirpi non esistono, sono l’invenzione allucinata dei frustrati. Hanno tutte in comune un passato mitico, vengono fatte derivare da dèi, eroi o superuomini di dubbia autenticità. Se di stirpe vogliamo parlare, ne esiste una sola ed è quella che ci fa derivare tutti dalla scarica elettrica che produsse i primi amminoacidi. La filogenesi dà qualche certezza, l’ontogenesi sciorina ipotesi indimostrabili. 

Ecco quanto diceva già Dante a proposito delle stirpi:

«Sì che non dica quelli delli Uberti di Fiorenza, né quelli delli Visconti da Melano: ‘Perch'io sono di cotale schiatta, io sono nobile'; ché 'l divino seme non cade in ischiatta, cioè in istirpe, ma cade nelle singulari persone; e, sì come di sotto si proverà, la stirpe non fa le singulari persone nobili, ma le singulari persone fanno nobile la stirpe». (Dante, Convivio, trattato IV, paragrafo XX, capoverso 5).

Il cespite è unico e si diparte dallo stesso tronco. I paleontologi prima, gli storici poi provano a raccontarcelo.

Nella favola di Herzl è raccontata la campagna elettorale tra il partito di David Littwak, probabilmente un lettore del Convivio, e quello del dottor Geyer, che supponiamo lettore di Arthur de Gobineau. L’autore riferisce che a vincere la contesa sia il primo. Nella realtà storica è stato il secondo, almeno a giudicare da quanto un illustre Ebreo di cittadinanza italiana riferisce in una recente intervista rilasciata a Silvia Truzzi de “Il fatto quotidiano”. Di questa intervista, risalente al 5 novembre 2013, ci azzardiamo a riportare un passo. Quando la giornalista chiede a Moni Ovadia perché sia stato estromesso dalla comunità ebraica milanese, l’attore risponde:

«Per le mie posizioni critiche nei confronti del governo Netanyahu. Le violazioni del diritto internazionale, mi riferisco all’occupazione e alla colonizzazione dei territori palestinesi, durano da oltre cinquant’anni. Ho imparato dai profeti d’Israele che bisogna essere al fianco dell’oppresso. Io esprimo opinioni, non sono depositario di nessuna verità. Penso però che questa situazione sia tossica. Per i palestinesi, che sono le vittime, ma anche per gli israeliani: non c’è niente di più degradante che fare lo sbirro a un altro popolo. Aggiungo però che io m’informo esclusivamente da fonti israeliane. Non palestinesi: gli ultrà palestinesi sono i peggiori nemici della loro causa. Apprezzo molto due giornalisti israeliani di Haaretz, Gideon Levy e Amira Hass. Quello che dico io, rispetto a quello che scrivono loro, è moderato. Bene: vivono in Israele, scrivono su un quotidiano israeliano, sono letti da cittadini israeliani e pubblicati da un editore israeliano».

Sarà anche Ovadia un antisemita? Non sarebbe molto più sensato considerarlo un intellettuale che osserva, riflette e esprime “liberamente” le sue opinioni? Com’è giusto che sia, in qualsiasi paese libero!

 


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