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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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La mia unitè d’Italia

di Michele Rotunno
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Pubblicato il 14/12/2010 12:49:25

Pressato da più parti a dover forzatamente scrivere qualcosa sull’unità d’Italia di cui l’anno prossimo ricorre il centocinquantenario, dopo strenua resistenza, per quieto vivere, ho dovuto capitolare. Sì, mi sono arreso ma a modo mio, ovverosia di scrivere sull’argomento tutto ciò che mi passa per la testa, che possa infine piacere o no agl’incauti committenti.
Così, prima d’iniziare a battere sui tasti mi sono documentato un po’ sulla situazione peninsulare relativa al periodo tra la fine della joint venture napoleonica e le rocambolesche vicende che portarono alla unificazione italiana.
Ciò che risalta subito è la totale diversità che contraddistingue le contrade italiane da nord a sud della penisola. I comuni denominatori sono davvero pochi poiché cultura, sistemi amministrativi, usi, costumi, lingua parlata, più che unire dividono la popolazione del tempo, perciò gli unici elementi in comune sono la religione cattolica, la lingua ufficiale (ma non del tutto) e la miseria della popolazione, tradotta in lingua parlata: la fame.
Religione e miseria sono ovviamente estranei al processo che si scatena dopo Napoleone, periodo nel quale anche le scintille repubblicane covate in precedenza dalla brace della rivoluzione francese, sono del tutto sopite, perciò resta un solo elemento fondativo: la lingua.
Non c’è dubbio che l’intera penisola è un crogiuolo di etnie ognuna con un linguaggio parlato diverso l’uno dall’altro, i cosiddetti dialetti costituiscono la vera lingua italiana dove ad esempio un calabrese per intendersi con un bergamasco può riuscirci solo con la mimica, se aprono bocca avranno il sospetto che l’altro parli arabo.
La lingua ufficiale però è altra cosa. Dal latino in poi la lingua scritta si è evoluta fino a diventare quasi unica per tutti. Sebbene i maggiorenti del Paese, a partire da re e principi, parlino il loro dialetto tutto ciò che viene scritto è in italiano per i laici e in latino per i clericali.
Se prendiamo ad esempio i due re esistenti in quel periodo scopriamo come quello del sud Franceschiello parla in stretto napoletano e il suo antagonista del nord Vittorio Emanuele in stretto francese. Anzi, a ben vedere, anche molta documentazione ufficiale sabauda è scritta in francese, lingua ufficiale piemontese.
La lingua scritta, come dicevo sopra, viene insegnata nelle scuole, pressoché a esclusivo beneficio di chi possa permetterselo ma straordinariamente viene capita dalla popolazione, che sia del nord o del sud non fa differenza. Infatti se un letterato, non importa la sua provenienza, si reca lontano mille chilometri dal suo paese natio e interpella un indigeno in lingua italiana da costui sarà perfettamente capito sebbene poi la risposta, nel proprio dialetto, sarà incomprensibile.
Tanto per intenderci, un secolo dopo l’avvenuta unità ci sono stati dei programmi televisivi, rigorosamente in bianco e nero, condotti tra l’altro da Gregoretti e Mario Soldati, in cui viaggiando per l’Italia intervistavano contadini, braccianti, operai e casalinghe del posto, ebbene si potrà allora notare come tutti davanti alla telecamera non avevano alcuna difficoltà a comprendere le domande loro rivolte in italiano ma le risposte, per essere capite da tutti, venivano sottotitolate.
Ecco, questa era e lo è stata, almeno fino a qualche decennio fa se non ancora oggi in molte sacche, la nostra penisola unita sotto la medesima bandiera.
Ciò che avviene dopo il 1821 è la cosiddetta restaurazione che soffoca ogni anelito di progressismo scaturito dalla rivoluzione francese. Non si tratta ancora, e temo non si sia mai trattato, di spirito unitario ma di un grande equivoco nato prima spontaneamente e poi pilotato astutamente causato dalla incomprensione tra letterati e popolino.
Quest’ultimo, tanto per toglierci subito il pensiero, desiderava esclusivamente pagare meno tasse ed essere meglio considerato nella scala sociale. Anelava a migliori condizioni di vita e non erano certo i discorsi dei letterati sull’unità italiana che potevano soddisfarlo. Perciò tali discorsi cadevano perlopiù nel vuoto assoluto e di questo se ne ha riscontro nei tragici avvenimenti di Pisacane e dei fratelli Bandiera. Il popolo si ribellava, alzava barricate, si faceva maciullare dalle cannonate, caricava e si difendeva con i forconi e null’altro per un solo ideale, placare i brontolii di uno stomaco quasi sempre vuoto. Di tutto il resto non sapeva niente e niente voleva intendere e pertanto era sempre alla mercè dei colti che spiegavano a modo loro e peggio ancora traducevano per la storia.
Le altre categorie, escluso i preti, sempre restii ad abbracciare nuove teorie per il timore di perdere le loro prerogativa, ovvero gli interessi tridirezionali, chiesa, stato, popolo, rimanevano la borghesia e la nobiltà, i veri artefici della unificazione italiana, ma ciò non vuole essere affatto un titolo di merito.
Ora qui occorre aprire una parentesi, ciò di cui disserto è riferito esclusivamente al sud della nostra penisola, quello che geograficamente era conosciuto all’epoca come il Regno delle Due Sicilie, ovvero lo stato dei Borboni.
Riferendomi a questo non voglio assolutamente aprire capitoli della storia ampiamente sviscerati, in altre parole non ho alcuna intenzione di ricalcare una sostanziosa letteratura che narra di un sud ricco, dotato di fabbriche, di grande cultura eccetera… perché era un sud molto povero, con una popolazione affamata e dominata dai nobili latifondisti gelosi della propria casta e retrivi ad ogni cambiamento. Vi erano altresì delle sacche geografiche dove cultura e fabbriche splendevano di luce propria ma erano delle flebili luci che non rischiaravano uno stato totalitario ed oppressivo.
La borghesia, che veniva un gradino sotto la nobiltà ma spesso più ricca e benestante era numericamente maggiore della stessa ma non altrettanto emancipata. Essa dipendeva sempre dalle bizze della nobiltà della quale spesso scimmiottava la gestualità comportamentale.
Vi erano certamente imprenditori illuminati ma ben pochi pronti a rischiare i loro averi senza un avvenire perciò si limitavano a gestire, anche sagacemente, quel poco cha avevano mirando a intaccare la nobiltà spesso anelando a sostituirla.
In questo scenario, così succintamente descritto, vengono mossi i fili che porteranno alla unificazione.
Ciò che fa sicuramente scalpore è come abbia potuto un personaggio come Garibaldi, allora unicamente conosciuto come un avventuriero ed anche mal sopportato negli ambienti sabaudi, conquistare così facilmente ed in pochissimo tempo un regno come quello borbonico. Beh non ci ha messo molto perché vi erano tutte le pregiudiziali per una buona riuscita, che purtroppo si sono basate sulla ipocrisia, sulla menzogna e sulla perfidia, valori non certamente nobili sui quali sono state gettate le basi di uno stato nuovo e i cui rigurgiti si sono fatti sentire spalmati nel tempo, nostri giorni purtroppo compresi.
La prima considerazione da fare è che una penisola frammentata politicamente e quindi molto debole sarebbe sempre stata alla mercé della potenza asburgica ma nello stesso tempo l’Inghilterra non avrebbe mai acconsentito ad una penisola italiana fagocitata dalla Francia. Inutile girarci intorno, la questione italiana è sempre stata questa, divisa e sparpagliata com’era avrebbe sempre causato insonnia ai potenti vicini e alla ancor più potente Inghilterra, padrona del Mediterraneo. Occorreva perciò trovare una soluzione soddisfacente per tutti, ma quale se non l’unificazione sotto un’unica bandiera spazzando via principati, granducati e reami vari. Il dilemma semmai era su quale cavallo puntare, Savoia o Borbone? Beh, non ci voleva molto a capire che tra i due chi avrebbe potuto reggere il peso era il Savoia, oltretutto era a quello che puntavano i letterati sparsi nella penisola che avevano da quelle parti fatto un ammirevole lavoro. Per cui trovata la soluzione occorreva metterla in atto.
La prima fase: bisognava circuire la nobiltà, non ci volle molto, fu sufficiente l’ipocrisia. Nei secoli precedenti nei vari regni succedutosi nel sud la nobiltà è sempre stata una spina nel fianco della autorità precostituita, sommosse e rivolte ce ne sono sempre state che poi finivano con qualche testa rotolata e il condono generale con aggiunta di premio finale di buona uscita. Con tante premesse non vi fu quindi alcuna difficoltà a convincere la quasi totalità dei nobili che il passaggio dai Borboni ai Savoia non avrebbe rappresentato alcun cambiamento per loro anzi veniva loro assicurato un seggio parlamentare quasi ereditario, così tanto per arrotondare.
Comprati i nobili che avrebbero così assicurato la tranquillità nei loro feudi, spesso così grandi da rasentare la diretta concorrenza con i reali, l’attenzione si rivolse alla borghesia.
Qui fu doveroso cambiare tattica, l’ipocrisia non si addiceva ad ceto di per sé già abbondantemente ipocrita, entrò quindi in gioco la menzogna, molto ben articolata. Fu fatto balenare agli occhi dei vari imprenditori che con l’unità si sarebbero aperti mercati fino ad allora assolutamente preclusi. Questo avrebbe significato maggiore ricchezza e di conseguenza maggior peso politico e sociale. Una volta abboccato il pesce la zuppa era pronta.
Per il terzo stato non fu affatto difficile bastò spargere la voce che sarebbero state espropriate le terre dei ricchi per darle ai poveri, un procedimento ante litteram di quello che sarebbe accaduto cento anni dopo con l’Ente di Riforma Agraria. Una perfidia bella e buona nei riguardi della povera gente che stentava a vivere e che veniva così illusa.
Queste tre operazioni strategiche portarono quindi alla spedizione garibaldina, contro la quale non vi fu quasi nessuna opposizione, anche gli alti ufficiali erano stati comprati come i nobili alla cui casta la quasi totalità di loro apparteneva. Sull’onda dell’esultanza generale, salvo qualche increscioso incidente (Bronte…) che la storia dei vincitori ha prontamente sommerso, il generale Garibaldi conquistò di slancio un reame gettando le basi della prima autostrada italiana, l’unica grande incompiuta fino ad oggi, quella del Sole.
Peccato che il famoso incontro con il Savoia sia avvenuto in quella sperduta località passata poi alla storia con il nome di Teano, a ben vedere sarebbe stato più strategico farlo a Roncobilaccio.
Ma non finisce qui, chi pensa di festeggiare il centocinquantesimo anniversario dell’unità italiana si sbaglia di grosso perché si festeggerà sì un anniversario, peccato sia solo il cinquantesimo.
Questo cosa significa? Che grazie all’autostrada tracciata dal signor Garibaldi un secolo dopo vi fu la vera spedizione, e non si trattò dei mille ma di centinaia e centinaia di migliaia di persone stranamente equipaggiati con contenitori di cartone legati con lo spago che presero a invadere, novelli visigoti, le piane del nord. Fu una marea inarrestabile che tempo alcuni decenni attuò quella tanto agognata unità nell’unico modo possibile la miscelazione delle razze. Ancora oggi il fenomeno, sebbene in quantità moderata, è in pieno svolgimento ma con delle sostanziali modifiche. La valigia di cartone è stata sostituita dalla più pratica Sansonite e al posto del treno, brutto sporco e maleodorante, il Suv ultimo modello. Perché si va? Semplice sopravvivenza. Eh sì allora era la fame a spingere le masse oggi è la necessità di mantenere gli agi del consumismo. Non si possono infatti mantenere telefonini, televisori, automobili di grossa cilindrata con il solo ausilio delle pensioni, spesso di invalidità e accompagnamento, dei nonni, e poi gli stessi non sono eterni e in quel ramo non vi è di sicuro alcun avvicendamento.
Gli eroi della reale unificazione? Non è difficile, pensateci un po’ su, hanno nomi familiari, Rivera, Mazzola, Del Piero, Baggio, il cast del Grande Fratello, quello di Amici, il grande Silvio, come…Bossi? Ma va ramengo!

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