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La poesia ci salverà

Argomento: Letteratura

di Luca Giordano
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Pubblicato il 05/01/2014 12:14:52

Riprendere in mano certi autori è sempre un’illuminazione. A me succede con Pasolini, almeno in questi tempi, rileggendo le sue prose così chiare, la sua lucidità è fonte di ispirazione. Nell’introduzione a “critti corsari”, mi affascina il procedimento attraverso il quale lui fa luce sul peccato del suo tempo. Aldilà del linguaggio di quegli anni, con parole come “rivoluzione” o “borghesia”, lasciandosi dietro il bagaglio del linguaggio datato, il nucleo del discorso è per me potente.

Pasolini ci richiama al fatto che noi abbiamo un punto di vista “unilaterale”, che non sappiamo guardare oltre le nostre categorie ormai strutturate e cristallizzate. Questo vale per tutti i campi, quindi vale anche per l’esistenza stessa. Non ci possiamo immaginare altro che così: scrittori a tempo perso affascinati dalla bellezza che non si lasciano però conquistare definitivamente, che non si smuovono dalle loro certezze.

Ma quali sono le nostre certezze? Non lo so proprio dire. Non posso avere questa presunzione per il semplice fatto che anche io sono immerso, come tutti, in questa “Weltanschauung” nella quale si immergeranno anche i miei figli. Qualunque cosa io dica sarebbe in funzione di questa realtà.

Ma questo è il dramma del poeta: superare l’incomunicabilità di certi sentimenti. E credo che in questo la poesia sia una sfida che chiede di superare questo “pensiero unico”, non per necessità esistenziale in quanto tutti stiamo bene, almeno la grandissima maggioranza, ma per necessità “estetica”. Questa necessità nasce dall’insoddisfazione, il pensiero che non sia tutto capito, che non sia tutto concluso, che non sia tutto - questo tocca le corde profonde della poesia - già detto.

E “il già detto” non è solo banalità ma è anche meraviglia, arte. Ma noi cosa possiamo fare? Possiamo cogliere nel “già detto” la trasparenza del nuovo. Se c’è un motivo per cui tutto sembra molto bloccato è nel tragico egocentrismo a cui ci spinge a società dei consumi. Non lo dico in senso morale, è un altro discorso, lo dico proprio come autore. L’egocentrismo crea un inganno che impedisce la creatività, che blocca tutto sull’esistente, perché il “non ancora”, ciò che deve venire, potrebbe prevedere l’assenza di questo “io”, che comunque alla fine passerà. E questo per l’io è inaccettabile, indicibile. Ma proprio perché crea un qualcosa di “indicibile” blocca la creatività per rendere qualunque parola pallida riproduzione di una parola già detta.

Percepisco però nei testi che leggo su questo sito e in tanti altri testi, un anelito di superamento di questa realtà bloccata. E questo superamento ci sarà. E non sarà dovuto a motivi morali, la morale è sempre schiacciata dalla pancia piena, dalla sazietà. La morale - lo sappiamo bene in Italia - la si può sempre comprare. Ci vuole la fame per spostare qualcosa. Ma fame di cibo noi non ne abbiamo. Allora quale fame ci potrà smuovere?  Cosa ha cercato l’uomo subito dopo aver risolto i suoi problemi fisici? Credo che la prima ricerca sia la bellezza. È nata forse prima la poesia della prosa e prima di queste l’arte figurativa e prima ancora,  forse la musica.

Volete che vi dica l’ultima volta che ho visto la bellezza? Sto sgombrando casa e sono venuti a vuotarmi l’appartamento dalle cianfrusaglie degli zingari, non dico nomadi, non dico Rom, voglio dire proprio zingari. Facce vissute, fuori dal nostro comodo mondo, cacciati fuori da tutti. Ma i loro sguardi, le loro risate, il loro modo di fare, tentando una cortesia che non gli è familiare perché gli è familiare in realtà una schiettezza tanto umana, erano belli. Non lo dico con invidia, la loro vita non è da invidiare, non so perché lo dico, perché rifiuto anche il mito del buon selvaggio, l’animo umano è uguale per tutti. Ma è proprio questo il fatto: la loro bellezza e il mio non saper dire perché mi ha dato il sentore che sia proprio lì dove bisogna andare a cercare il “non detto”. E anche se questa può sembrare una storia che si ripete, cercare la bellezza fra i “ragazzi di vita” non è così. Fuori da noi stessi troviamo un mondo sempre diverso, cangiante, ma dobbiamo uscire perché altrimenti il nostro orizzonte si farà sempre più grigio e questo potrebbe diventare insopportabile.

Luca giordano.


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