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Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Un giorno all’improvviso e intanto il fiume scorre

di Maria Rosaria Teni
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Pubblicato il 16/05/2011 23:42:58

Mi chiedevi spesso di scrivere un romanzo
sulla tua vita. Mi parlavi della tua
infanzia, della tua giovinezza in tempo
di guerra. Adesso che non ci sei,
raccoglier i frammenti della tua storia e,
raccontando i tuoi ultimi giorni, ti riavr
accanto per non soffocare di ricordi
inespressi. Riporter il tuo tempo, pap,
eterner i tuoi giorni attraverso parole che
non si smarriranno nel segreto viale di
cipressi.
A mio padre Gerardo, indimenticato


Come succedeva ormai da una settimana, anche quella mattina di febbraio mi avviai verso lospedale. Sola, mentre la luce del sole illividita da nuvole minacciose mi accompagnava nel doloroso tragitto in macchina, ero in preda a mille pensieri. Le ruote consumavano lasfalto viscido, altre vetture bucavano il travaglio della mia solitudine richiamandomi ad unattenzione svogliata, doverosa ma ingombrante. Avevo dormito male ma non ci facevo pi casoAvevo fretta e lansia mi faceva desiderare che tutto passasse, che rimanesse solo un brutto momento da vivere pazientemente e da ricordare tra le esperienze da dimenticare.
Una voce dentro mi infastidiva, mi suggeriva eventualit oscure che si vogliono ignorare. Un presentimento si insinuava mellifluo ma non volevo, non dovevo pensare.
Da lontano, finalmente, la sagoma imponente dellospedale, issato tra nuvoloni grigi, freddo gigante di inquietudine. Un tuffo al cuore. In una di quelle stanze c mio padre mi son detta tra me e me la persona che mi ha dato la vitaPap, non possibile che io stia vivendo tutto questo, forse sto sognando. Mi vengono in mente le parole di Calderon de la Barca, date quasi per scontate in citazioni pi o meno banali, ma mai come in quel momento assertrici di verit. La vida es sueo, un sogno che anche unillusione, una metafora dellessere che non si concretizza perch si dilegua. Dovera il mio passato, dove il mio futuro se non ritrovavo pi una direzione? Il timone della mia vita, colui che mi aveva insegnato a crescere, mi aveva educato allonest, al vivere corretto, che aveva contribuito alla formazione del mio bagaglio umano, era l, steso in un letto, inerme di fronte alla sofferenza, annientato da un ineluttabile percorso obbligato che ognuno deve compiere.
Dalla tangenziale, finalmente, ho imboccato luscita per lospedale. Avevo fretta di riabbracciare mio padre ma, nello stesso tempo, avrei voluto ritardare quel momento per continuare a pensare e nel pensiero costruire una realt che non fosse la vera realt. Due giorni prima avevo provato langoscia di un risveglio impietoso. Linfermiere che assisteva pap durante la notte mi aveva telefonato allalba per dirmi che, proprio durante quella nottata, mio padre aveva avuto unemorragia interna abbastanza grave. Mi faceva male ricordare quegli interminabili momenti di attesa fuori dalla sua stanza, mentre il suo corpo sfibrato era tra le mani dei medici. Sentivo ancora nelle orecchie le loro voci concitate: Bisogna fare una trasfusione. Linfermiera su e gi dalla stanza ed io che, ad ogni movimento, tentavo di penetrare con lo sguardo attraverso lo spiraglio che si creava tra la porta ed il muro ma vedevo solo il letto attorniato dai sanitari e dalle macchine. Il battito sta calandoProviamo con il defibrillatore e gi scarichesu mio padre. Una vertigine improvvisaNella sala dattesa ho guardato mio fratello che tentava di nascondere le lacrime ma i suoi occhi arrossati non mentivano. Un silenzio forte, presente, cupo. Uno sguardo, tra di noi, carico di frasi non dette, di speranze disperate, di temute conferme. Un camice bianco e linvito silenzioso ad entrare uno per volta e per brevi attimi nella stanza dove ancora una volta si era combattuta una battaglia. Pu entrare in camerasolo per un momento, non lo affatichi. In punta di piedi, timorosa di non reggere ma ansiosa, ho visto finalmente pap, circondato da macchine insondabili, il volto catturato in una maschera collegata ad un respiratore e che, nonostante tutto, aveva conservato la dolcezza inconfondibile dei lineamenti. Unidea di respiro si intravedeva attraverso la trasparenza dei tubi. Avevo le gambe piantate sul pavimento, non riuscivo a muovere un passo eppure avrei voluto abbracciarlo, correre da lui in uno slancio daffetto, accarezzargli la fronte diafana. Un misto di indefinibili sensazioni durate uneternit. Pap, sono qui stentava la voce a venir fuori passato tutto, cerca di stare tranquillo. Lentamente apr gli occhi. Sembra un atteggiamento normale ma quando vedi e ti accorgi che una persona non apre gli occhi capisci che non c pi. Mio padre cera ancora, mi guardava implorandomi silenziosamente, forse di smettere di soffrire. Cosa aveva provato durante quelle ore interminabili tra le mani dei medici? Cercava le mie parole che in quel momento non avevano la forza di essere dette. Scrutava sul mio volto segni di rassicurazione e manifestava mute domande: Ce la far? E arrivato il mio tempo? Cosa accadr quando i miei occhi non avranno la forza di riaprirsi al mondo? Tutto questo mi chiedeva mentre io mi disperavo e illogicamente tentavo una recita pietosa. La vita una beffa. Ti inganna, ti stordisce illudendoti con sprazzi di felicit e poi ti pugnala con linesorabile sentenza. Chi avrebbe potuto riconoscere in quelluomo prostrato, attraversato da tubicini con flebo sospese come doni su un albero della cuccagna, devastato da edemi ed ematomi, il mio pap, il mio grande e generoso pap, solido come una quercia, limpido come una sorgente di montagna, prodigo come un campo di grano. Supplicavano i suoi occhi risposte vane. Quante volte si era affidato alle mie cure, durante il percorso della sua malattia, e riponeva grande fiducia in me, rassicurato, a volte, quando aveva malesseri inusitati e preoccupanti. Allo stesso modo, in quel momento, dopo aver ripreso a vivere cercava parole confortanti con uno sguardo che scolpiva sempre pi il mio dispiacere.
A tutto ci ripensavo mentre salivo le scale dellospedale e mi sentivo il cuore pulsare in gola. Ad ogni rampa sostavo per permettere al battito di rallentare e anche per un bisogno ulteriore di prepararmi a rivedere pap. Avevo unoscura percezione che probabilmente scaturiva dallangoscia provata giorni prima. Lodore nauseabondo del disinfettante si mescolava al respiro corto che avevo una volta arrivata nella vasta sala dattesa del sesto piano. Il solito tram-tram del personale di servizio mentre entravo nella stanza dove mio padre mi aspettava. Era sveglio, quella mattina, e mostrava i segni della lunga nottata passata in compagnia della solita maschera dossigeno tenacemente avvinghiata al suo viso sofferente. La mia voce, lontana da me stessa tanto da non sembrare mi appartenesse, risuon forzatamente vivace: Pap, sono quiAllora, che mi dici? Come sei stato questa notte?- inutile chiederglielo. Sapevo gi quanto fosse difficile riposare in quella posizione supina, con quella maschera sigillata che insufflava aria ma toglieva respiro. Aveva il viso gonfio ed erano evidenti i segni lasciati sulle guance dalle cinghie strette accuratamente attorno al capo per non permettere la fuoriuscita di alcun refolo daria. Ho voltato lo sguardo verso la finestra. Bench fossero ancora le sette del mattino, in realt lattivit del personale ospedaliero era gi fervida. Rumori di carrelli, via vai di gente per i cambi di turno, fermento tangibile di operosit. Dallalto di quel sesto piano si poteva vedere bene il cielo che, prima completamente minacciato da nuvole sinistre, man mano si andava schiudendo a balbettanti lembi dazzurro pallido frastagliato da antenne e cime di palazzoni scuri. Fuori da quella stanza, verso un orizzonte irraggiungibileera l che avrei voluto dirigere il mio corpo Avere le ali e fuggire via dalloppressione che mi sprofondava nel dirupo.
Pap, proviamo a bere un sorso dorzo? - mi avvicinai sperando di convincerlo a fare colazione senza aspettarmi nessun risultato. Infatti, scosse lentamente la testa in segno di diniego e accennando alla tortura di quelle cinghie che gli immobilizzavano il capo. Sul monitor al suo fianco, i suoni erano regolari ed i valori che si illuminavano ad intermittenza sembravano contenuti. Guarda, pap, se mi prometti di bere un po dorzo, chiamo il medico e gli chiedo di togliere quella brutta maschera. Vuoi?. Lo vidi allimprovviso rasserenato. Voleva respirare da solo, voleva sentirsi liberato, affrancato dalla stretta di quellaggeggio infernale che lo allontanava dal respiro del mondo. Arriv, frattanto, il medico che, prima di togliere il ragno ( come era definita in gergo sanitario quella maschera), prese il valore della saturazione e, dopo una verifica, concesse finalmente a mio padre il permesso di sciogliere quelle cinghie. Non so quali sentimenti si stessero accavallando in quei momenti dentro di meOsservavo ogni movimento ma non vedevo perch il mio pensiero, tumultuoso, navigava su un mare gravido di onde. Una soverchiante tempesta di impressioni mi scuoteva eppure ero l, costretta a parlare, a recitare, a compiere gesti quotidianiprendere il tovagliolo, adagiarlo sul suo petto, imboccare pap con cucchiaini dorzo annacquato, far festa per ogni piccolo centellino trangugiato, proprio come con i bambini nelle loro prime pappe. Istanti preziosi avviluppati in un turbinio di attese che non si fanno scrupolo di fiaccare le ultime briciole di speranza. Dopo la mia piccola vittoria ho lasciato che, tranquillamente, si adagiasse sul cuscino ed io sono rimasta in piedi, accanto a lui, a carezzare la sua fronte, la cui pelle sottile si riscaldava sotto le mie dita. Avrei voluto quei momenti solo per me ma linfermiera di turno, violando quella preziosa intimit, mi richiamava allordine, invitandomi perentoriamente ad uscire dalla stanza. Che assurdit! Quale fastidio potesse arrecare la mia presenza al capezzale di mio padre non lo sapr mai, n mi perdoner di aver ubbidito a quellinvito. Non avrei dovuto eseguire educatamente quanto richiestomi. Ma la buona educazione mi imponeva di essere ligia e, mentre prendevo la mia roba, unaltra carezza Torno fra poco, papaspetto fuori, in sala dattesa. Lo sguardo di sconforto di mio padre. Non lo potr dimenticare mai, finch avr vita, fino allultimo dei miei giorni ed oltre, se ci sar. Mi ha trafitto con i suoi occhi, sperando che io reagissi a quellimposizione ma in quel momento, cos particolare e cos carico di tensione, la solita infermiera mi raggiunse invitandomi pi bruscamente ad uscire. Abbozzai un cenno di saluto con la mano. Sono qui fuori ci vediamo fra poco.
Non ti avrei pi rivisto! No, non potevo credere al medico che, dopo appena mezzora trascorsa in quella sconfinata sala dattesa, mi fece cenno di avvicinarmi. Signoravenga Che succede? in un balzo fui da lui, sulla soglia della grande porta metallica a vetri opachi che divideva il reparto dalla sala dattesa dove avevo stazionato frastornata, senza alcuna voglia di fare conversazione n tanto meno di leggere. Neanche l immancabile libro che, solitamente mi accompagna ovunque, ha avuto il potere di distrarmi da pensieri pesanti come macigni, da presentimenti insinuanti e devastanti che sfilavano in quei minuti vissuti in attesa. Avevo tentato di leggere qualche pagina ma, in quei momenti, anche Le Confessioni di SantAgostino non erano servite a far cambiare direzione alla mia angoscia. Mi accorgevo di scorrere con lo sguardo sulla stessa frase senza afferrarne il senso. La mia solitudine e la solitudine di mio padre. Due solitudini, due diversi mondi che hanno visto il loro orizzonte velarsi di un tempo intangibile. Il tempo uninvenzione dellanima mi ritornava in mente la frase di SantAgostino, ma il tempo dunque unillusione peregrina che fluttua assecondando le situazioni. Non so quanto sia trascorso del mio tempo ma quando il medico ha poggiato la sua mano sulla mia spalla e mi ha detto: Si addormentato serenoNon ha sofferto- non ho capito allora se stessi vivendo o sognando di vivere, non ho concretizzato se quelle parole fossero effettivamente dette o immaginate, se io, sola, in quella stanza, fossi ancora io o limmagine di me vista attraverso uno specchio. Non ho parlato. A che servono le parole quando c una folla disordinata di riflessioni che si accalcano, che ti invadono e ti lasciano senza voce? Mi sono rannicchiata su me stessa, quasi a parare un colpo forte allo stomaco. Signora, si faccia coraggio. Ha smesso di soffrire. mi giungevano ovattate le frasi che sentivo sincere ma mio padre, dovera? In quella stanza dove lavevo lasciato salutandolo oppure nel mio cuore che era braccato da quel dolore violento, insopportabile? Non posso entrare l dentro- continuavo a ripetere tra me e me mio padre rimane accanto a me, qui, tra le mie mani che hanno ancora le sue carezza tra le ditaTe ne sei andato cos, senza dirmi una parolaSe n andata una parte di me.
Raggomitolata sempre pi su me stessa, lacrime cristallizzate, pietrificate dalla fredda consapevolezza che non avrei pi ritrovato mio padre. In quel momento ho sentito le ruote della barella, ho guardato istintivamente attraverso la porta e l ho visto, libero finalmente dalla stretta della maschera e dal travaglio di tubi, aghi e fili arrampicati sulle braccia tumefatte ed ho ripensato alle parole del medicoera serenoha chiuso gli occhi dolcemente.
Era una tua peculiarit la dolcezza e ti ha accompagnato fino alla fine. Il mio tempo si fermato. Il tempo della mia infanzia, delle corse verso le tue braccia tese che poi mi sollevavano in aria e mi riportavano gi. Il tempo della mia giovinezza, quando ti sedevi accanto a me sognando di ascoltare un pezzo al pianoforte suonato senza troppi errori, dovuti soprattutto allemozione di averti vicino. Quanto interesse dimostravi per i miei studi quasi che fossi tu, privato da ragazzo dal poter studiare musica, a eseguire quelle melodie. Intonavi le romanze celebri ed io, che accompagnavo al pianoforte, mi sentivo importante, consapevole che la musica innalza lanimo, contribuisce a sentirsi parte di un mondo universale. Il tempo della maturit scandito dalla tua instancabile fede che ha sorretto le mie debolezze, ha creduto nella forza della vita che si rinnovata nel miracolo della nascita di mia figlia. La tua euforia nel sentirti chiamare Nonno dalla nipotina desiderata sopra ogni cosa. La tua pazienza nel sopportare i suoi scompigliamenti tra i tuoi capelli candidi sottoposti alle tenere angherie dellunica ed amatissima nipote, reginetta del tuo cuore. Il tuo sorriso la tua vocei tuoi occhichiusi per sempre. Si susseguivano immagini lontane e presenti, ore intense e felici, mescolate a rapidi e disperati sussulti inespressi mentre restavo immobile. Era come se la tua stessa immobilit avesse trasfuso in me rendendomi incapace di compiere qualunque gesto o azione.
Solitario il pensiero, in un furioso sovrapporsi di istanti, flashback e riecheggiamenti, rincorresi aggrappasi adagia su riverberi di vita vissuta che ora sono perle di memoria.

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