1933 - La nonna che sogna
Lei era davanti allaltare. Aveva fatto bene a scegliere un abito normale. Cos poi lavrebbe sfruttato ancora. Le piaceva tanto quel cappotto verde. Morbido e caldo dava un po di colore a quel dicembre cos freddo. Il 3 dicembre 1933 non era ancora arrivata la neve, ma laria pungente le faceva male alle mani e al viso. La chiesa era fredda, ma accanto a lei cera luomo della sua vita. Lo amava, davvero tanto. Sapeva bene che non era perfetto e non lo sarebbe stato mai, ma non le importava. Si gir verso le persone sedute dietro di loro. Poche in verit e non avrebbero comunque avuto soldi a sufficienza per altri invitati. Ritorn a guardare accanto a s, ma non cera pi nessuno. Era sola. Sentiva freddo e una sensazione strana in gola. Le sembrava di non poter parlare.
1998 - Io
Lallucinante reparto di rianimazione mi ricordava un film di fantascienza. Non ero mai stata in un posto cos. Entrando l tutto subiva una trasformazione, perfino i pensieri. I letti erano pochi e non vedevo nemmeno gli esseri umani che li occupavano. Io vedevo lei, solo lei. Ero attratta dal faro della mia vita.
Poi tutto quel bianco, tutta quella troppa luce. Bende e tessuti, plastica e trasparenze in un unico fluttuare, come qualche cosa di sospeso: una nube carica di ansia e terrore. E li giaceva il mio ultimo legame materno e lottava come sempre, come una leonessa, imbrigliata in quegli orrendi tubi. La spietata chiarezza del luogo era la metafora crudele della realt ed io paradossalmente mi sentivo irreale.
Una dimensione nuova, galleggiante, che in un istante, eppure uno zigzagare di attimi, ognuno attonito e unico, mi trascinava via.
Fu cos
Nonna, nonna cara non mi lasciare. Non fare come fece la mamma. La sua mano nella mia, come una stravaganza e quel tubo nella bocca una pura follia. Niente, pi niente meno di questo. Mi guarda negli occhi e mi parla con essi.
Piano, piano nonna, troppe cose vuoi dire. Ma io gi le conosco nonna. Le so. Quante volte mi hai raccontato. Non preoccuparti, sei la nonna migliore del mondo. Ti voglio bene nonna. Poi un rombo acuto montante e disumano. Io vedo che lei vorrebbe dirmi ancora e ancora. Provo a fondermi con lei, divengo liquida, deforme. Entro dai suoi occhi, dalle sue mani. Entro in lei, nel cuore, nellanima, per essere lei, per comunicarle il mio amore, per essere la sua creatura.
Nonna chi mi consoler pi? Nonna non puoi lasciarmi.
Gli occhi suoi sono lucidi, vivi, presenti. Per un momento ci credo. Ecco ora usciremo da qui. Le toglieranno quel tubo e lei potr ancora raccontarmi della sua vita, dei suoi ricordi e quindi poi diverranno i miei ricordi. Saremo sempre una nellaltra. Un proseguimento di madre in figlia. Ti lascio un attimo nonna. Torno subito. Stai tranquilla. Ti voglio bene, tanto. Sono con te.
Fuori, via il camice verde. Via via tutto quellasettico. Non ricordo nemmeno chi sono.
Mi richiama il medico. Ma quanto tempo trascorso? Non pi di qualche minuto ne sono sicura. La nonna stata estubata, ma il cuore non ha retto. Come? Come non ha retto? Ma mi sta aspettando. Lei mi vuole l vicino. Mi deve parlare.
Sento il muro liscio dietro di me. La schiena scorre lungo di esso. Sento le gambe piegarsi. Sento che divento piccola piccola. Un mucchietto di dolore. Vivr per sempre come un puzzle scomposto, mai pi intero, mai pi completo.
Recisi i legami. Lei resta qui dentro. Io sono fatta di lei.
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