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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Sulla poesia in dialetto e lingua di Tito Verratti

Argomento: Alimentazione

di Gian Piero Stefanoni
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Pubblicato il 23/05/2016 12:36:36



"Pe 'burla e pe'ddavere"
Palmerio, Guardagriele 1949.


Figura rilevante di educatore (fu Ispettore e Direttore didattico nella direzione di Guardiagrele nella provincia di Chieti) e di politico (tra l'altro sindaco del suo paese, Sant'Eusanio del Sangro sempre nel teatino), degli scritti del Verratti si ricordano forse principalmente i suoi lavori concernenti appunto l'orizzonte del tema scolastico (come "Pedagogia di F.Rabelais","Dal dialetto alla lingua") e di territorio ("Un paese d'Abruzzo: Sant'Eusanio del Sangro ") fino a quelli ("I divelti del turbine" ed "Eroi ignoti") più strettamente legati alle sue esperienze di milite durante la prima guerra mondiale (combattendo poi anche nella seconda dove fu fatto prigioniero in Algeria). Eppure è proprio in questo smilzo libricino di circa settanta testi (qui nella bella veste della Editrici Itinerari di Lanciano stampata nel 1998) è possibile ritrovare in una felice sintesi tutti i caratteri, le audacie e le malinconie di una figura mai interamente spesa sola per se stessa piuttosto caparbiamente incarnata entro una comunità di affetti (dalla famiglia al paese e ai luoghi obbligati del lavoro) nell'orizzonte di una esistenza data per partecipazione e sostegno. Ed allora la parola che meglio lo descrive è dignità, sì la più insistita a imprimere su uomini e cose, su una terra ben viva nella fatica delle sue promesse, il dettato di una esistenza non di scarto, non di retrovia ma di presenza attiva (spesso anche dolorosamente). Dignità di uomo nella chiave di una umanità che si sa viva, reale - e dunque già parzialmente compiuta- nel processo stesso della sua misura in rapporto al mondo inteso come campo di incontro e formazione reciproca, l'intelligere (che è amore nella sua vasta accezione di comprensione e costruzione) come umanesimo del cuore, come guida dunque (non dimenticando pertanto i precetti di quel Cesare De Titta, lo zio illustre che contribuirà alla sua formazione). Di qui, ancora, quella vena di inquietudine nel timbro che riluce sotto la scorza a dire del peso, del confronto l'ingiusto e l'insopportabile, l'inutile male e che nella poliedricità dei temi del libro si erge da subito entro una sacralità di valori come verità di spirito nell'intacitabile dettato. Il testo così nella struttura di otto sezioni di cui si compone (ed in cui è ben inserita qualche lirica in lingua) racconta nella sua figura, di questo mondo nel bagaglio di un'esistenza sempre in gioco, tra risonanze interiori e dispute politiche, tra favole animali e rapporti colle cose e col prossimo, nella tensione interrogante- e spesso oscura della terra- quella relazione infinita tra l'uomo e il suo esserci cui Verratti non venendo mai meno ne è testimone pieno . Uomo d'azione e di passione , riparte nella confessione intima di se stesso dando alla sezione d'apertura di testo il significativo titolo di "Stu 'core" in cui, nel raccoglimento, come a chiarificarsi si ricuce nel dialogo attorno ai temi forti della propria vita: l'attaccamento alla propria libertà (anche nel sacrificio del prezzo che ha sempre comportato), l'amore per la sacralità della vita, per la sua unicità che è bellezza sempre e qui manifestata nell'attaccamento ai figli (di cui si negherebbe-"N'è lu vere" - lo smarrimento) e nelle belle pagine sulle morti precoci o sui ricordi di guerra nella corona di umiltà e preghiera che lo porta teneramente a piegarsi, il destino accettato e perseguito, solo di fronte a Cristo, l'unico innanzi a cui direbbe e dice "Amen", lui del Padre la porta. Da subito c'è in questa poesia nella radicalità di accenti ben legati al sonetto (la forma evidentemente più amata e anche qui più usata) un riferimento alla terra natale molto forte, posta a recinto del tempo e del mondo di compimento cui ognuno è chiamato e a cui costantemente rimettere nella direzione e negli orizzonti degli slanci azioni e pensieri, intuizioni e nostalgie sì che proprio nella figura del cuore (così affaticato e caparbio) finisce coll'immaginarsi per cantilena di salire e ridiscendere dalla costa, dal cielo e fra le stelle per specchiarsi poi ("quande la lune cale,/tra l'ombre e lu mistere") dentro una chiara fonte. Questa infatti l'immagine cara che aiuta a non sentirsi vecchi andando per mari e montagne, questo il nido che pur nello struggimento e nel timore lo aiuta a vivere, a pensarsi nel campo di prigionia in Africa ancora in qualche modo alla fonte, appunto,"mmezze a lu prate de le querce antiche", e a cui non credendo di tornare, prova ad affidare allora il ricordo, il bene vero che si va smarrendo: "cannella d'acqua fresca e bone,/e quande scorre cante e ride e piagne". Pure, nella circolarità di un esistenza mai chiusa però al proprio piccolo incastro, Verratti ben cosciente che nulla si è da soli ma unicamente nell'intreccio di vite cui si è chiamati è possibile dare piena risonanza di se stessi, sa che è nel prossimo la misura della rispondenza e su questo si interroga tra dolenza e sarcasmo nella seguente, omonima sezione. Così nel primo testo, nel richiamo della parabola evangelica in epigrafe (Luca X,25), il buon Samaritano nell'episodio di guerra sarà espressione diretta del nemico, non del cappellano o del medicuccio che passano e non sicurano del proprio soldato colpito ("Dunque lu pròssime ti dà le botte,/sopra la coccia pe' la vita e'nfronte,/e dopo acconce lu'mmaccate e storte "nell' amara constatazione ) . Questo a sottolineare subito che la storia e il comportamento umano sovente nell'indifferenza e nella partecipazione non muta, i più restando indifferenti alla vita e al dolore degli altri. Nel campionario di figure che seguono ecco dunque Il mercante che froda e inganna (abile nel sapersi scegliere a seconda del potere le amicizie giuste), il prete povero che si accolla tutta la famiglia, l'uomo tradito dal primo amore e poi via via dai parenti tutti ( e che ora felice " zappe e ride,/pecchè mi po' tradì lu sole cane") e poi, ancora, la donna piena di vanto per proprietà e natali (ma che a notte piange perché poco rendono e molto costano), fino a chi versa in miseria sempre preda di coloro a cui non basta mai nulla e nella piccola Spoon river del Sangro, ("Epigrammi"), le tombe di defunti che in vita vissero mentendo e gabbando. Vizi, molti, e virtù continuamente messe alla prova che ritornano nei testi successivi nelle figure animali (sul modello di Fedro) a riproporre anch'essi pur nella diversità ed un prender una certa distanza dagli uomini le medesime dinamiche, le medesime mancanze e furbizie. Il leone che fa valere la legge del più forte sul lupo che sta per divorare una pecora, il gatto nella sua libertà che al cane che si crede forte ne dimostra la condizione di servo, il caprino a cui non credere al suo aver cambiato vita, sono solo alcuni degli esempi cui Verratti si serve per interrogarci con lui degli uomini nelle dinamiche degli antichi legami. Così, nelle riuscitissime sequenze, nel mulo che non si fa ingannare dal padrone che lo coccola perché lo vuole vendere (come chi ha bisogno di un voto fa il giorno prima), o nel dialogo sull'amore tra madre e gallinella e nella prigioniera che viene uccisa dal Re scimmia avendogli detto la verità su quello che il mondo pensa di lui, questo maestro sempre mostra come fossimo davanti a uno specchio, nella sapienza del sorriso, modalità di comportamento nelle quali (tra reali e presunte onestà) ognuno può riconoscersi. Bellissime, tra le altre, "Lu cane lope" (in cui il lupo disposto a farsi mettere per necessità la catena, ad adattarsi, chiarisce:"ma sole pe'ngannà' lu mnne'ntere")e "La ranuocchia furbe" (nell'ammaestramento che se non ci si vuole perdere mai diventare ciò che non si è- come nel testo precedente accompagnato dal detto latino che chi imita i potenti muore). Pure in un mondo ancora prettamente agricolo, dimostrando (perché vivendole e condividendole in qualche modo da sempre) di conoscerne (comunque essendo sovente alla base dei suoi procedimenti ) dinamiche e forme , fatiche e sospensioni, è sull'attenzione alle cose nella loro valenza di sicurezza e conquista e determinazione di stato (come anche di frutto e per questo di grazia) che anella più forte il proprio discorso su una terra caricata entro uno spirito di lingua che non si nega sempre più nell'accento dei propri ancestrali attaccamenti. Spunto questo che tra l'altro gli consente ancora una volta di sottolineare la fortuna a cui si è per condizione legati come appunto nell'omonimo testo (nel dialogo tra la quercia che si lamenta e l'olmo che piuttosto gli mostra il destino di certa erba che fuoriesce tra letami e fossi) e perdersi in malinconiche riflessioni (vedi "Lu lette", sede di vita e d'amore, di riposo e di accoglienza- dal quale si immagina di ritrovarsi da un sogno di gioia alle braccia della morte) o di confrontarsi in riletture da altri autori ( in questa sezione con una riduzione in prosa fatta dal Pascoli di un racconto dell ' Abate di Saint-Pierre a raccontare di nuovo il pericolo della ricchezza), modalità in lui doviziosamente servita a dimostrazione di una cultura assai curata e diversa (si pensi nel testo ai passaggi dalle traduzioni da Renato Fucini ai riferimenti al Clasio, a Nino Martoglio fino al caso de "Lu Sante de li lavurature" dove addirittura sono quattro e cioè Flaubert, Eca de Queiroz, Diego Valeri e Filippo Ferrari). Non meraviglia quindi in uno spirito sprigionato tutto tra solidarietà e presenza la preziosità dell'amicizia coltivata e custodita come bene di riferimento e a cui dedica nella parte centrale del libro una decina di testi e che sono interessanti tra l'altro perché raffigurando nel ritratto educatori e politici, medici e uomini di cultura (su tutti Giovanni Gentile, allora Provveditore agli studi) ci fornisce un quadro ben preciso non solo delle personali frequentazioni ma il carattere di un tempo sognato e speso per l'interesse comune. Così tra la meditazione sulla buona didattica che investe anche i luoghi stessi dell'insegnamento (sembrandogli gli scolari "cellucille a la cajole"- uccellini in gabbia) e gli auguri per chi si presenta in Parlamento a battersi allo strenuo per i veri bisognosi (come nel caso di Luigi Orlando, che "de L'Abruzze nostre tiè lu vande/ de recapà lu dritte da lu storte", in cui lo incita a risanare "sta terra toste e triste") ci presenta tutta una serie di figure lodate per il carattere d'onestà e forza e che nel rovesciamento fanno da contraltare e da introduzione ai testi successivi incentrati giustappunto, tra sarcasmo e rabbia, sulla cattiva politica. Non dimentichiamo infatti che il tema della sopraffazione e del bisogno dell'umile (cui fa dire nelle parole del marito senza lavoro: "Caretà nen vulesse ma giustizia"- la famiglia al freddo e alla fame nella povertà dell' interno) era al centro delle lotte nel dibattito nazionale, Verratti in questo esponendosi in prima linea e tirando per la giacca in questi versi avversari come amici e conoscenti se mancanti. Ed è a partire dalla sacralità della vita, fulcro come sopra accennato di ogni sua azione e insieme di ogni suo pensiero, il punto di transito del suo discorso. Infatti, nel principio che "lu monne è amore, lotta, vita e morte" e non privilegio ma fatica e spesso dolore (e per cui non pare a caso la preghiera qui riportata in "Lu Sante de lu socialiste" del pittore Andrea di Litio scritta nella facciata della Chiesa di Santa Maria Maggiore in Guardiagrele in cui si chiede di riportare in Paradiso la povera gente che il vivere se lo guadagna col sudore) alza in questi versi l'attenzione a ristabilire il giusto equilibrio nell'ordine naturale del vivere e del lavoro (con evidenti riferimenti a certo socialismo cristiano) riportando l'uomo, il suo uomo del Sangro al cuore dei campi e delle valli in quella fusione in cui il peso (come il bambino nel Santo de "L'ultime cariche") non è che misura e prova di pace e luce leggera nel suo svelamento. Dio allora nel figlio dove " na ' justizie certe/premie la vite senza male e 'nganne" ad acquietare l' l'interrogazione ( " Pecché 'stu corpe l'alme leghe / e lu peccate se le stregne e serra?"- sull' esempio delle piccole querce che riversandosi a valle e disceso il fiume vanno a comporsi ). Perché questo è appunto il discrimine contro cui leva il dito il vecchio ispettore, e chiama i suoi compagni, la sua gente a non recedere e a non cadere nella ulteriore tentazione di scambiare Cristo con Barabba (vedi il sonetto omonimo e il curioso "Nu brutte sonne" in cui nella notte di Natale nello strepito del presepe un pastore muove l' accusa di celebrare come un teatro ogni anno la nascita di Gesù poi messo in croce ed un altro, a insistere, che l'uomo muore in ogni dove e Cristo non nasce più bambino mentre gli altri personaggi quasi in colpa si dileguano, sola calma restando la Vergine). Nell'urlo allora contro la guerra, dichiarata e fatta sempre per interessi di pochi per la croce di chi non ha ricchezza e sorte richiama quindi dal quotidiano la gente per bene, gli onesti a fare una catena di muro contro il sangue sparso dei figli degli umili per servire chi non conosce amore ("dove nen ride l'uocchie e n'accarezze") e ruba il pane a chi lavora. La dichiarazione del suo canto, nella supplica al Signore di far comprendere all'uomo il giusto per rendere il mondo meno triste e falso (il politico come lo spiritello-"lu sferrà-cavalle"- che inganna e confonde) è tutta in una quartina fremente de "La Tente de la bandiera rosce":"Po che la voce la bellezze cante,/di chi nen té' ricchezze e manche sorte,/ di chi li tribbule e le guà supporte/ ed ogni croce abbraccie e chiame sante". Eppure la vastità di accenti e risonanze per il carattere di un autore che si dimostra profondo conoscitore dell'animo umano e di una terra amatissima, è tale da distendersi nel sollievo del cuore anche nelle forme scherzose e antiche dei vezzeggiamenti d'amore (a sottolineare l'impagabile necessità e grazia della vita a due) nei dolcissimi versi dei rituali di corteggiamenti della parte finale e sui cui si stagliano "Busciardelle" e il felicissimo testo "La craparelle" nei richiami tra una capretta e i suoi spasimanti (molto tenera tra l'altro l'analogia tra i capezzolini e le rose). Infine, nell'ultima brevissima sezione di due brani appena, il congedo accompagnato da due versi in cui nella confessione si descrive appieno lasciando nel rovello al lettore e a se stesso, fino in fondo, il beneficio del dubbio: "Pe' burla e pe' ddavere jé me lagne,/ mentre 'stu core ride forse piagne". Come un pover'uomo infatti si raffigura quasi al termine del viaggio, nello "Sturnielle" degli ultimi versi non arrendendosi, per quella fedeltà a se stesso che deve nel canto pur alla mattina nel pianto per la primavera che va a terminare. Conveniamo allora con quanto scritto da Adelia Mancini nella prefazione a proposito di una poesia connotata"da una formale limpidezza di stile" e una "parola netta e vibrante" grazie ad un verso usato "con felice naturalezza". A riprova aggiungiamo noi di un magistero che ha proprio nella parola e nella sua fattiva didattica l'esplicazione tutta intera di una vita perseguita e donata senza risparmio.


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