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Giannicola Ceccarossi e il suo vento d’amore

Argomento: Poesia

di Gian Piero Stefanoni
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Pubblicato il 30/01/2018 11:19:34

Giannicola Ceccarossi, Fu il vento a portarti.
Ibiskos, Empoli 2015.


Breve, raffinatissimo diario d'amore per evocazioni, per risonanze di due anime che si cercano e si sanno all'interno di un mondo e di una natura che li comprende come parte del frutto, questo libricino di Giannicola Ceccarossi che va a confermarlo come autore di provata maestria. Ed è proprio la natura infatti, nel suo partecipato richiamo, a porsi come testimone e traccia di una coppia che intesse con lei un dialogo continuo confidando nel segno fertile dei suoi elementi come misura di una aderenza che ha bisogno di attesa e cura e desiderio. La fede nell'intimità dei boschi e dei campi, delle valli nei quali il destino d'amanti cresce e si compie è fede però data per ombre riflesse, per sussurri di piante ed animali che l'attraversano entro un vento sovente presente più per piccole brezze come per assenso divino e da cui lo sguardo muove all'altro per appresa lettura. Così la schiera del creato che affacciandosi li manifesta e sembra guidarli sembra dirci il bisogno di uno sguardo nuovo e per confidenza antica verso un mondo che più non ci parla avendo l'uomo smarrito il codice e insieme la consapevolezza di una creazione stessa che per compiersi necessita del reciproco riconoscimento tra i suoi interpreti. Che infatti entro una compatta unità si muovono nell'alternanza delle stagioni dando della terra il senso di riuscita risonanza tra luoghi, e cuori, nel confidente slancio degli spiriti, innamorati sempre, come i due protagonisti, perché pensati, perché in ascolto nel canto libero che li pronuncia. Eppure, si badi, lo sfondo in cui questi testi si rincorrono non è quello di un Eden ritrovato ma semplicemente il campo di due esseri che nell'intreccio deposti nell'abbraccio disteso dell'amore, dall'amore stesso in quanto tale- ogni arma, ogni velo caduto- sono aperti a quel ritrovamento di sé che non li fa soli nella scrittura di un libro che ogni giorno ricomincia dalla preziosa unicità delle sue componenti. Ed allora, forse, bisognerebbe ricordare tutti gli animali e i fiori e le piante qui a pronunciarsi, a dire delle due anime gli incontri e le parole, i sospiri, i propositi loro affidati come messaggeri e garanti di una passione in continua tensione. Berte, farfalle, uccelli (rondini, ghiandaie, tortore, aironi) tra vigne e profumi di mosto e fioriture, schiere di aranci, viole, mandorli, malva; e poi ancora, pioppi, melograni, lillà, peschi, paulonie, caprifogli, ginestre a comporre la quinta emozionale di una scena ricchissima espressa però come detto nella corposità delle sfumature, dei desideri levati per piccoli trasalimenti, per annunzi che vanno a compiersi per ricordanze, per affacci di memoria che anche tanto splendore va a suggerire. Il tutto poi nella sapienza di cui Ceccarossi è capace nel gioco di brevi versi, di brevi strofe a restituire, a dipingere con tratti molto orientali la pittura di sensi in cui le figure si annunciano, si respirano, si corteggiano ("Quando risuonò la tua anima/- flauto nel silenzio-/ nulla trattenne il mio pianto"- tanto per citare un esempio). Poesia del minuto, del piccolo entro cui nella vastità degli spazi lo spazio si compie, raccogliendosi la parola, l'amore, nel ritaglio di richiami che attendono corpo e pronuncia nella rivelazione del frammento, nell'eco di luce che spazza la polvere; musica, ancora, di una sinfonia dolcissima che ha motivo in se stessa, nel lasciarsi guidare e sfogliare tra allontanamenti e ritorni, tra maturità di presenza e nostalgie di riconoscimento nell'anima mancante. Giacché si può anche non rammentare la bellezza e la difficoltà incontrate ma non scordare la quiete dei ricongiungimenti né la condivisione nel sostegno nella fertilità sempre ritornante, quella "Voce di sole/ che sboccia in un campo di grano", quella parola seminata e senza misura che dall'alto sboccia nella terra (così come giustamente definita da Antonio Bonchino nel saggio introduttivo), nel frutto che appunto, dabbasso, vien solo nel cantico di una reciproca custodia e in quell'assenso dunque al suo Fattore che lo rende infinito.

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