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Piste ulteriori per oggetti dirottati di P. P. Del Giudice

Argomento: Poesia

di Martina Dell’Annunziata
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Pubblicato il 28/10/2019 13:23:57

 

Dare un titolo alla propria opera è uno dei momenti più drammatici del lavoro dello scrittore.
Quando Pasquale mi ha mostrato una lista di titoli possibili da dare alla sua raccolta, ho pensato subito che “Processi di accumulazione” fosse perfetto per le sue composizioni. La scelta è infine caduta su “Piste ulteriori per oggetti dirottati” che, mi sembra, consenta di presentare nel modo più chiaro al lettore intenti e prospettive delle prose-poesie che compongono il volume.

 

1. “Innamorato dell’inanimato […], torno sulla strada dell’immaginazione” 

Così si legge ne Le discrete nozze (P. P. Del Giudice, Piste ulteriori per oggetti dirottati, Ensemble, 2019, pp. 107, qui p. 104). L’operazione fondamentale che la scrittura di Del Giudice realizza è infatti la restituzione della poesia alla sua matrice originaria, la fantasia. È mediante la riabilitazione della facoltà immaginativa che si compie l’istituzione di un rapporto nuovo col mondo. Nel rinnovato colloquio con gli oggetti, ogni ente è riscoperto come il centro di un’infinita rete di combinazioni possibili; esso sta lì, davanti a noi, pronto per essere “dirottato” in insoliti contesti, lungo “piste ulteriori” non ancora tracciate. L’oggetto rappresenta l’occasione per ristabilire un rapporto non utilitario con la sfera delle cose o, piuttosto, si potrebbe dire con buona pace di Montale, che è lo sguardo del poeta ad offrire agli oggetti l’occasione per rivelare tutto l’impensato in essi presente. C’è una nascosta parentela fra le cose, una segreta fratellanza del simile e del dissimile, che la poesia consente di riscoprire: ciascun elemento del reale, ricorda il poeta, trascina dietro di sé «l’altro latente, il somigliante, il sosia» (p. 9). L’ovvia datità dell’Universo perde così la sua compattezza per lasciare spazio all’ «ambiguità della fantasia».

Ci si accorge allora che non è lecito chiudere la conoscenza del mondo in formule definitorie: «Cosa non sono e cosa non hanno pensato di essere/ queste due bottiglie di plastica/ sono la cosa che più mi interessa, /cosa loro non sanno di poter diventare/ deformando la loro figura». (Le due bottiglie, p. 57)

 

2. “Ogni cosa è andata in pezzi in modo particolare”

Nei versi di Del Giudice l’atto poetico è uno strumento, forse l’unico concesso all’uomo, per riprodurre il gesto della creazione. Sostituirsi al Creatore vuol dire anzitutto dis-fare ciò che è già stato prodotto. L’immaginazione rivela dunque tutto il suo potere divino, ma anche tutto il suo potenziale destabilizzante e decostruttivo. Ne La caduta dei gravi si legge: «Ho lasciato cadere una tazza/una scorza di pane, uno specchietto,/ una mela, un pomodoro, un pompelmo/ poi un telefono, un sacchetto di arance/ poi un’anguria, della pasta/dal decimo piano di un palazzo,/ ogni cosa è andata in pezzi/ in modo particolare […], (p. 31).

La poesia non deve essere pacificante se vuol stare nel presente, se aspira ad offrirsi all’uomo come un’ulteriore pista essa stessa, per la comprensione del reale, alternativa al ragionamento logico e al sentimento. Un’inquietudine di fondo percorre infatti queste “composizioni”. Le chiamo così, composizioni, perché esse si strutturano come catene di immagini che, verso dopo verso, si inseguono fino a comporre un montaggio. I “fotogrammi” si avvicendano descrivendo itinerari poetici imprevedibili, eppure non casuali. L’immaginazione risponde a certe regole che le appartengono in modo esclusivo e che ben poco hanno a che fare col “caso”. Solo così la poesia può esser davvero un “sogno creatore” (p. 9).

 

3. Poetico, impoetico, metapoetico

Come ho precedentemente affermato, “Processi di accumulazione” mi era parso un titolo efficace per designare i testi di Del Giudice. Questi “racconti” in versi, che si snodano per pagine e pagine nel fermo rifiuto della brevità, sostenuti da un linguaggio asciutto, che nulla concede agli eccessi dell’enfasi e del lirismo, sono carichi di immagini di vita e di morte, di trasfigurazioni e movimenti, di “violenza” e rassicurazione, di macerie e momenti inaugurali. Tutto si deposita nel verso, nello sforzo inesausto di riempire un vuoto, di rispondere alla percezione di un’assenza, di un punto di non ritorno del mondo, di una mancanza fondamentale, a cui, alla fine, non si può fare altro che rassegnarsi. Così anche la poesia entra nella poesia e il poeta, acciuffando se stesso per i capelli, si fa metapoeta. «Il metapoeta mostra che in realtà non si ha granché da dire». (Cfr. Una poesia su chi scrive metapoesie, p. 65). Siamo nel tempo in cui tutto è stato già detto, in cui ogni arte, inclusa la poesia, pare essere condannata solo a riflettere su se stessa, ad autocontemplarsi non si sa bene come, se con compiacimento o disperazione.

E allora sarà forse meglio non prendersi troppo sul serio ed esercitarsi a quella “divina indifferenza” portata in dote dall’ironia. I versi di Del Giudice ci ricordano soprattutto che immaginare è anche l’arte di saper prendere le distanze dalle cose e, auspicabilmente, da se stessi.

 

 

Martina Dell'Annunziata  


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