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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Patrizia Passarelli

Argomento: Intervista

Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 14/04/2020 14:02:18

 

L’autrice qui intervistata è Patrizia Passarelli, seconda classificata al Premio letterario “Il Giardino di Babuk – Proust en Italie”, VI edizione 2020, nella Sezione B (Racconto breve) con “La reliquia del peccato

 

 

Ciao Patrizia, come ti presenteresti a chi non ti conosce? Qual è la tua terra di origine?

 

Mi presenterei con un buongiorno a tutti. Sono nata e vivo a Roma. Mi piace moltissimo camminare, soprattutto in montagna. Da tanto tempo sono un’appassionata lettrice ma solo da pochi anni ho iniziato a scrivere. Mi piacciono la letteratura e l’arte in tutte le loro forme perché riescono ad entrare in contatto con la parte più profonda di ognuno di noi e sono un rifugio dalla bruttezza.

 

 

Sei tra i vincitori del Premio “Il Giardino di Babuk – Proust en Italie”, perché hai partecipato? Che valore hanno per te i premi letterari? Che ruolo hanno nella comunità culturale e artistica italiana?

 

Mi sembrava una buona occasione per mettermi alla prova. Non è facile trovare qualcuno che – come voi - selezioni le opere in modo critico, secondo principi di serietà e trasparenza importantissimi per la valutazione. Il valore e il ruolo del premio letterario dovrebbe essere proprio colmare lo spazio spesso lasciato vuoto sia dalla critica che dagli editori, per individuare e promuovere nuove proposte nel panorama culturale e artistico. Questo non è poi sempre vero per tutti i premi letterari che hanno, tra loro, mille diversità.

 

 

Quali sono gli autori e i testi sui quali ti sei formato e ti formi, che hanno influenzato e influenzano la tua scrittura?

 

Mi hanno affascinata (e continuano a farlo) autori classici di tutte le epoche come Shakespeare, Cervantes, Austen, Hoffmann, Poe. Mi sono lasciata commuovere dal romanticismo degli scrittori russi – Dostoevskij per primo – e da autori del ‘900 Proust, Canetti, Mann, Calvino, Pasolini con una nota di passione per Virginia Woolf. Mi piacciono Carver, Haruf, Gordimer tra gli autori contemporanei ma ce ne sono ancora tanti altri. Una scrittrice molto brava che ho “incontrato” da qualche anno è Donatella Di Pietrantonio.

 

 

Secondo te quale “utilità” e quale ruolo ha lo scrittore nella società attuale?

 

L’utilità di oggi è quella di sempre: dar voce a sentimenti, emozioni e sensazioni profonde che ciascuno di noi vive e che magari non riesce a mettere a fuoco. Uno scrittore scrive quando sente di avere una storia da raccontare ma un buono scrittore fa trapelare una sensibilità più acuta e più attenta al mondo che lo circonda. Non è necessario vivere situazioni straordinarie ma avere capacità di guardare, ascoltare, percepire, di provare ad immedesimarsi.

 

 

Come hai iniziato a scrivere e perché? Ci tratteggi la tua storia di scrittore, breve o lunga che sia? Gli incontri importanti, le tue eventuali pubblicazioni.

 

Ho iniziato a scrivere per necessità cioè per l’urgenza che sentivo di dare chiarezza alle mie emozioni. Scrivere ha un potere taumaturgico e tante volte mi è capitato di sentire risolte situazioni che prima, dentro di me avvertivo come conflittuali. Poi mi ha sempre appassionato la conoscenza e lo studio delle lingue come forma e capacità di espressione dell’essere umano. Prima di scrivere ho fatto e pubblicato diverse traduzioni dall’inglese soprattutto e dallo spagnolo. Quello del traduttore è un lavoro certosino, di limatura, in cui si lavora tanto alla ricerca della parola più adatta e che interpreti al meglio lo scritto originale. Questa stessa attenzione mi accompagna sempre quando scrivo. Per quel che riguarda la scrittura ho avuto due incontri importanti. Il primo con un mio professore che mi fece capire l’importanza della “profondità”. L’altro è stato con quello che ritengo il mio maestro, un poeta, Gianfranco Palmery con il quale ho avuto la fortuna di collaborare per tanti anni nella casa editrice da lui fondata e diretta “Il Labirinto”. Con questa casa editrice ho pubblicato un libro “L’Angelo del dolore”.

 

 

Come avviene per te il processo creativo?

 

Quasi sempre è legato a qualcosa che colpisce la mia attenzione, può essere un evento banale o qualcosa di più grande. Sono molto lenta quando scrivo, cambio, correggo e riscrivo tante volte. È un processo di sfoltimento, in cui cerco sempre di tagliare, di ridurre all’essenziale. Forse per questo la forma del racconto breve è quella che più mi si addice. Poi devo staccarmi per un periodo da quello che ho scritto e riprenderlo per guardarlo con uno sguardo diverso fino a che non mi sembra concluso.

 

 

Quali sono gli obiettivi che ti prefiggi, se ci sono, con la tua scrittura?

 

Mi piacerebbe riuscire a trasmettere a chi legge le emozioni che provo. Ognuno di noi reagisce alle cose in modo diverso, non c’è un solo modo di vivere le cose né di descriverle o narrarle. Questo obiettivo è un po’ la mia sfida.

 

 

Secondo il tuo punto di vista, o anche secondo quello di altri, che cos’ha di caratteristico la tua scrittura, rispetto a quella dei tuoi contemporanei?

 

Per rispondere, utilizzo un pensiero dalla recensione al mio libro L'Angelo del doloreuscita proprio su La Recherche, “Patrizia Passarelli sa dare carne e sangue al sentimento dell’uomo e ai suoi ricordi. Lo fa con una scrittura piana e però partecipe e puntuale fin quasi all’immedesimazione con la materia perturbante di cui si fa carico. Al tempo stesso, ne irradia il senso al lettore.” Domenico Vuoto.

 

 

Si dice che ogni scrittore abbia le sue “ossessioni”, temi intorno ai quali scriverà per tutta la vita, quali sono le tue? Nel corso degli anni hai notato un’evoluzione nella tua scrittura?

 

Credo che la mia “ossessione” sia il dolore. Non un dolore in particolare ma il dolore nelle sue diverse accezioni, compresa quella della sua risoluzione, della liberazione dal dolore e della rinascita alla vita.

Se la mia scrittura ha subito un’evoluzione vorrei che me lo dicesse qualcun altro. Ogni volta che inizio a scrivere mi sembra la prima volta.

 

 

Hai partecipato al Premio Babuk nella sezione Racconto breve, scrivi anche in versi? Se no, pensi che proverai?

 

La poesia la leggo spesso, con piacere e passione ma ancora non mi sento di scrivere in versi. Provo, nei confronti della poesia, una sorta di “timore reverenziale”.

 

 

Quanto della tua terra di origine vive nella tua scrittura?

 

A proposito di poesia, ho incontrato questi versi che parlano di Roma, di un poeta straordinario, non conosciuto come dovrebbe, Alessandro Ricci “Ho amato la mia città. Il sacro odio d’esservi vittima e complice non la tocca.” Roma crea delle suggestioni molto forti, positive e negative. A volte è entrata nei miei racconti ma non con riferimenti precisi. Più come una suggestione appunto.

 

 

Qual è il rapporto tra immaginazione e realtà? Lo scrittore si trova a cavallo di due mondi?

 

Un po’ sì. Sono due mondi necessari l’uno all’altro, che si intrecciano e si lasciano in continuazione, anche se per me l’idea di un racconto nasce sempre da un elemento di realtà.

 

 

Chi sono i tuoi lettori? Che rapporto hai con loro?

 

Non sono tante le persone a cui faccio leggere i miei racconti. Quasi sempre sono amici o persone che sento affini, che stimo per la loro capacità di giudizio e sincerità.

 

 

“Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso”. Che cosa pensi di questa frase di Marcel Proust, tratta da “Il tempo ritrovato”?

 

Sento di peccare di presunzione, ma è quello che intendevo dire prima nella risposta sull’utilità dello scrittore. Proust – ovviamente - lo ha detto meglio di me.

 

 

Quali sono gli indicatori che utilizzi nel valutare, se così ci è permesso dire, un testo? Quali sono, a tuo avviso, le caratteristiche di una buona scrittura? Hai mai fatto interventi critici? Hai scritto recensioni di opere di altri autori?

 

Mi piace leggere testi in cui l’espressione sia asciutta e elegante. Mi piacciono le storie in cui succede qualcosa di spiazzante, che non ci si aspetta o che sovverte l’ordinario punto di vista, magari descritto con ironia. Mi è capitato anche di leggere libri dalla forma improbabile, ma di grande forza narrativa. In generale, per il racconto breve penso sia importante creare nel lettore l’attesa, non dire troppo ma lasciare svelare poco a poco la situazione o il personaggio. Ho scritto una recensione, pubblicata sul sito de “La Recherche”, al libro di Domenico Vuoto “Nessuna direzione” pubblicato con le edizioni Il Labirinto.

 

 

In relazione alla tua scrittura, qual è la critica più bella che hai ricevuto?

 

“Mi sono emozionata, mi sentivo parte integrante del racconto tanto da immedesimarmi nel protagonista, nei luoghi descritti. Ho rivissuto, per brevi attimi, sensazioni di eventi personali.” Un’altra grande soddisfazione è stata la richiesta di tradurre il mio libro in inglese. Più positiva di così!

 

 

C’è una critica “negativa” che ti ha spronato a fare meglio, a modificare qualcosa nella tua scrittura al fine di “migliorare”?

 

Sì. “Dai troppi dettagli nel descrivere le situazioni, le spiegazioni troppo precise tolgono al lettore il suo spazio d’immaginazione.” Ora faccio più attenzione a costruire le situazioni in modo da bilanciare chiarezza e curiosità. Ecco, questa è un’evoluzione della mia scrittura.

 

 

A cosa stai lavorando? C’è qualche tua pubblicazione in arrivo?

 

Questo racconto è nato dall’idea di un progetto fatto con un’amica pittrice e scultrice.

Ci piacerebbe che diventasse una raccolta di tre racconti, associati a delle opere pittoriche che parlano del ricordo e dell’oggetto “reliquia” come attivatore della memoria.

 

 

Quali altre passioni coltivi, oltre la scrittura?

 

Coltivo fiori, con cui mi piace fare composizioni. E mi piace leggere.

 

 

Hai qualcosa da dire agli autori che pubblicano i loro testi su LaRecherche.it? Che cosa pensi, più in generale, della libera scrittura in rete e dell’editoria elettronica?

 

Su La Recherche ho trovato moltissimi brani e proposte di valore. Quindi direi che è uno spazio prezioso per la scrittura. Anche l’editoria in rete è un’opportunità. È importante che ci sia un filtro, una selezione, per evitare che la grande offerta generi scarsa qualità.

 

 

Vuoi aggiungere qualcosa? C’è una domanda che non ti hanno mai posto e alla quale vorresti invece dare una risposta?

 

Non per convenzione ma vorrei fare i complimenti a Sara, la vincitrice del premio. Ha un bellissimo modo di raccontare e una scrittura a tratti poetica. Il suo racconto poi parla di un cammino e di montagne e già solo con questo, per me, ha vinto due volte.

 

 

Grazie.

A voi.

 


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