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Comprendere il bene comune non è da tutti.

Argomento: Società

di AvvocatoD’Aiuto
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Pubblicato il 01/05/2020 11:47:36

Di Pasquale D’Aiuto, Avvocato. Nel Cilento si dice: “Chiro nun sape fa’ la <> co’ ‘o bicchiere”. Vale a dire: colui è talmente incapace che non saprebbe disegnare un cerchio nemmeno mettendo un bicchiere tondo su un foglio e tracciando la linea ai suoi margini. Meraviglioso adagio tipico di una cultura millenaria, sedimentata su lasciti innumerevoli e preziosi: quella del nostro Sud. Frase che adotta (spesso) mio padre, da cui l’ho appresa. Che adopero (molto spesso) anche io. Per esempio, oggi è primo maggio. Sono sicuro che sarà all’insegna della preoccupazione: molti non riprenderanno come prima, in qualunque settore. Le conseguenze di questa pandemia sono inimmaginabili: potenziali occasioni di rinascita ma anche possibili baratri. E allora, succede che i politici si sbizzarriscano, gli scienziati formulino ipotesi e tesi, il Governo emetta decreti su decreti – vaghi e mancanti di una programmazione seria, ad esempio, in merito ai tamponi ed alla medicina di prossimità – e la gente… resti nel mezzo, in attesa di certezze. Quindi, in questo stato di cose vorticoso ed inatteso, per tutelare (prima) e far ripartire come si deve (poi) società e lavoro, bisognerà fare affidamento sul buon senso, sull’etica sociale anche minima delle persone. Il Bene Comune dipende da questo. E qui casca l’asino. Qualche tempo fa, si doveva dividere un gruppo di persone in ordine alfabetico. “Da Abaco a Fiandaca, ore x; da Giannino a Zuzzurellone, ore y”. Semplice, no? No. C’è stato chi – e non uno ma due o tre su una ventina: gente adulta, con figli – ha chiesto se il proprio cognome rientrasse, specificamente, in un gruppo o nell’altro. Cioè non era in grado di valutare autonomamente a quale raggruppamento fosse destinato. Id est: aveva dubbi sull’alfabeto della lingua che usa ogni giorno. Così nella mia testa è risuonata, puntuale, come un rintocco di campana, quella frase: “Chisti nun sano fa’ la <> co’ ‘o bicchiere”. Perché la verità è che, in questa società, molti non possono nemmeno aspirare alla comprensione dei massimi sistemi – come il Bene Comune o l’attualissima tutela del Lavoro di cui all’art. 1 della Costituzione, per intenderci – in quanto non sanno eseguire nemmeno comunissime attività quotidiane che s’immaginerebbero pacificamente acquisite, in tempi di astronauti e internet. Quel che manca non è, spesso, l’intelligenza ma la semplice cura. E questo, oggi, con i chiari di Luna che ci affliggono, è un vero guaio. Chi si lamenta di non essere preso in considerazione dal capo, dovrebbe chiedersi se sa realmente fare le fotocopie; chi vuole avere un cane in appartamento, dovrebbe domandarsi se rispetta gli altri quando lo porta a spasso; chi utilizza una strada, dovrebbe avere la lucidità di camminare sul marciapiede, che non sta lì a caso ma serve ad impedire che i veicoli possano investire i pedoni (per non parlare dell’attraversamento con il rosso o fuori dalle strisce); a chi si lamenta di essere incompreso in amore, si potrebbe chiedere se si lavi i denti regolarmente o se sappia ascoltare (no, questa è già di altro livello); da chi si mette in fila, sembra ovvio pretendere che sappia come si formi e si mantenga, una fila! Chi usa un bagno, dovrebbe essere (sin dall’età di 3 anni, più o meno) in grado di comprendere l’uso della tavoletta e della carta igienica e poi, salvo sfortunate patologie, avrebbe il minimo dovere di … beh, l’avete capito; chi intrattiene una conversazione, potrebbe facilmente rispettare lo spazio vitale dell’interlocutore – pandemia a parte – evitando di mettersi ad un centimetro o, peggio, trattenendo fisicamente il malcapitato, il quale magari sarebbe anche sinceramente, affettuosamente interessato ma diviene preda dello sconforto! Si può pretendere, con buona ragione, che tutti sappiano che ci si debba lavare – indigenza a parte, ovviamente; che il deodorante, se il corpo non è pulito, serva a ben poco; che una camicia andrebbe usata al massimo per una giornata e poi pulita, che le scarpe da ginnastica sono tanto care ma mostrano quel difetto olfattivo sopraggiunto che le rende, spesso, insopportabili; che dare del “tu” a chiunque non è carino, che non è consigliabile insultare chi abbia un’opinione diversa dalla tua o tifi per un’altra squadra; che se sbagli il numero poi non è il caso di offendere il malcapitato che già ti ha risposto per tre volte; che a Natale non puoi chiedermi di parlare della tua multa da quarantasei euro. Che – ecco, per esempio: ecco – il lavoro, per stare nel tema, è quella cosa con quel nome, “lavoro”, perché s’intende retribuito – sennò si chiamerebbe hobby – e merita rispetto. Rispetto. E invece, no. Non si può pretendere. Perché molti non sanno usare un marciapiede, un bagno, persino la parola se non il pensiero (poi, la grammatica, la grammatica… quanti, quanti in ruoli apicali, non in grado di scrivere in italiano). E votano! La verità è che bisognerebbe ripartire da questo: insegnare l’ovvio. Tenere lezioni, convegni, incontri, seminari sull’ABC del vivere sociale, per tutte le età, con il fine di concretizzare l’ovvio della civiltà. Oggi più che mai. 1° maggio 2020


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