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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Raffaele Floris

Argomento: Intervista

Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 23/07/2021 20:53:44

 

L’autore qui intervistato è Raffaele Floris, secondo classificato al Premio letterario “Il Giardino di Babuk – Proust en Italie”, VII edizione 2021, nella Sezione A (Poesia).

 

 

Ciao Raffaele, come ti presenteresti a chi non ti conosce? Qual è la tua terra di origine?

 

Calmo, riflessivo, inconsueto, paradossale, serio ma non privo di humor (nero), educato, non inerme se c’è da dibattere, solitamente taciturno al limite del mutismo. Concepisco esclusivamente le mezze misure; memoria ai limiti della capienza, narcisismo inapprezzabile (spero). Mio padre era sardo, mia madre piemontese. Sono sempre vissuto qui, in provincia di Alessandria, al confine con l’Oltrepò Pavese e la Lomellina, quindi il mio dialetto non è piemontofono.

 

 

 

Sei tra i vincitori del Premio “Il Giardino di Babuk – Proust en Italie”, perché hai partecipato? Che valore hanno per te i premi letterari? Che ruolo hanno nella comunità culturale e artistica italiana?

 

Se non ho niente di nuovo da proporre non partecipo. Se invece sono – o credo di essere – a buon punto con una silloge, propongo due o tre poesie inedite per ciascun concorso. Mi sembra una buona soluzione: da un lato evitare di autogiudicarmi, dall’altro limitare una fitta e continua corrispondenza con amici autori che hanno anche altro da fare. Solitamente scelgo 10-12 concorsi, affinché la silloge sia quasi completamente esaminata, sia pure da diverse giurie. Prediligo i concorsi che hanno tradizione e serietà alle spalle. Io stesso sono giurato al concorso Gozzano-Monti di Terzo (AL) nella sezione “poesia singola inedita”: mi ha fatto piacere sentire, da parte di più di un autore, lusinghieri giudizi sulla nostra serietà e imparzialità. L’infallibilità non esiste, qualche lavoro buono, talvolta ottimo, può sfuggire, considerato soprattutto l’altissimo numero di partecipanti. In altre parole, un buon concorso dovrebbe contribuire a far emergere buona poesia. Tornando a me, laddove possibile, preferisco affidare i miei lavori a giurati che conosco poco o non conosco affatto, affinché l’anonimato non sia solo un requisito di facciata. Non è nuovo il dibattito sulla serietà dei concorsi. Se ne aprissimo un altro sulla serietà dei poeti?

 

 

 

Quali sono gli autori e i testi sui quali ti sei formato e ti formi, che hanno influenzato e influenzano la tua scrittura?

 

Guido Gozzano e Giovanni Pascoli sono tra quelli che ho letto di più, quindi significa che li ho anche apprezzati. Ho cominciato dai classici: Omero, Dante, Petrarca, Tasso, Leopardi, Foscolo (per citare i più noti); soltanto dopo ho affrontato il ‘900, perché quella è una miniera tutt’altro che esaurita, scavando si trovano pepite preziose e rare. Ma la formazione vera è un’altra cosa; non ho avuto, in gioventù, frequentazioni accademiche: questo è un handicap. Inoltre, avendo concluso da pochissimo la mia vicenda lavorativa, ho perso - per ragioni professionali e personali - innumerevoli occasioni di crescita, dibattito, confronto. Quando ancora internet non esisteva, una delle poche “finestre poetiche” veramente accessibili era il mensile (ora bimestrale) POESIA, di Crocetti. Anche ora che minori impegni lo consentirebbero, mi rendo conto che sono innumerevoli le lacune da colmare, gli autori da leggere, le note critiche e i saggi da esaminare. In ogni caso la mia biblioteca è abbastanza ben fornita, e i libri su cui si è deposta la polvere sono decisamente pochi.

 

 

 

Secondo te quale “utilità” e quale ruolo ha lo scrittore nella società attuale?

 

Gianfranco Isetta ha affermato: “La poesia non serve a niente, per questo è indispensabile.” È un paradosso felice, in cui mi ci ritrovo. Sono convinto che figure come Silvio Ramat, Giacinto Spagnoletti, Elio Gioanola, Giorgio Barberi Squarotti, Vincenzo Guarracino, Mauro Ferrari dovrebbero essere conosciuti da chi legge almeno un giornale. Sui frequentatori di talk-show - grandifratellesche adunanze di esperti in vaniloqui estenuanti - sugli habitué di MasterChef o di x Factor non possiamo certo contare. Sono i media stessi, in altre parole, a peccare d’omissione. La società attuale sembra indifferente alla cultura. Si potrebbe anche tentare una riflessione sulla globalizzazione, sull’efficientismo, sulla massimizzazione del profitto, che tuttavia ci porterebbe troppo lontano. Sono convinto inoltre che nessuno ci costringa davvero all’adesione acritica di tali modelli, che nuovi non sono per niente. Forse ci viene somministrato esattamente quello che chiediamo: panem et circenses.

 

 

 

Come hai iniziato a scrivere e perché? Ci tratteggi la tua storia di scrittore, breve o lunga che sia? Gli incontri importanti, le tue eventuali pubblicazioni.

 

Il mio percorso poetico è fatto di “füga e scapüsc”: cito un bel verso dialettale di Luigi Balocchi che con due parole (fuga e inciampo, o caduta, per estensione) riesce a inquadrare il concetto meglio di molte perifrasi. Ho cominciato a scrivere versi a diciassette anni, riservando la metrica esclusivamente alla satira e affrontando il verso libero nelle altre composizioni; che ovviamente risentivano dell’età e di un’esperienza ancor tutta da fare. Nel corso degli anni mi sono reso conto che il verso libero non mi apparteneva: per questo ammiro molto quegli autori che, invece, lo padroneggiano con eleganza. Ho pubblicato, sotto la direzione editoriale di Mauro Ferrari (che ho conosciuto negli anni ’90), L’ultima chiusa nel 2007, Mattoni a vista nel 2017, Senza margini d’azzurro nel 2019. Il tempo è slavina (1991) raccoglie invece quei lavori giovanili di cui oggi farei volentieri a meno, se escludiamo due o tre componimenti accettabili. Sul perché non ho risposte, come a dire: perché ci si innamora?

 

 

 

Come avviene per te il processo creativo?

 

Mi piacerebbe poter affermare che avviene per “asciugatura”, “spoliazione”, partendo da un materiale ancora magmatico e incandescente, ma non ci sarebbe nulla di più falso. In realtà è quasi una clonazione: prende forma da una cellula (può essere un’idea, un concetto, un’idea; un ricordo, una sensazione visiva, o olfattiva, più raramente acustica) che ultimamente ha la forma della quartina in endecasillabi. Rimati, per giunta! Da questa cellula ne nascono altre due. Sono consapevole dei rischi connessi all’uso della forma chiusa: si può spalancare un abisso di retorica, incappando nella tagliola di rime usate e abusate; perché, come affermava Giorgio Manacorda in un articolo del 1995 pubblicato su POESIA, “un profluvio di sonori endecasillabi non fa, non dico un libro, ma neppure una poesia.”

 

 

 

Quali sono gli obiettivi che ti prefiggi, se ci sono, con la tua scrittura?

 

Un bellissimo testo di Fabrizio De André, Khorakhané, ha un passo illuminante: “saper leggere il libro del mondo con parole cangianti e nessuna scrittura (…)”. “Nessuna scrittura” a parte, ovviamente, perché un conto è leggere una poesia, quindi vederla, un altro è ascoltarla, credo che per scrivere versi occorrano lenti bifocali. Per vedere chiaramente da vicino senza rinunciare a guardare lontano. L’autore credo debba avere una visione: di sé, della vita, del mondo, e non possa far altro che proporla. Per questo alcune definizioni quali “poesia intimista” o “poesia civile” mi lasciano piuttosto perplesso, così come molte altre categorizzazioni e catalogazioni.

 

 

 

Secondo il tuo punto di vista, o anche secondo quello di altri, che cos’ha di caratteristico la tua scrittura, rispetto a quella dei tuoi contemporanei?

 

Alcuni mi sembra che abbiano “buttato a terra la brocca di cristallo della poesia e stiano giocando con i cocci” (Giorgio Manacorda). Sarebbe da parte mia presuntuoso accostare me stesso a nomi che hanno tutte le caratteristiche per entrare nella casa della poesia dalla porta principale, per le loro opere, le loro traduzioni, i loro saggi critici. Tuttavia non mi sottraggo alla domanda: i versi di Carlo Tosetti e del compianto Gabriele Galloni credo mi siano affini. Gabriele, purtroppo, non l’ho conosciuto e Carlo devo ancora conoscerlo personalmente, quindi il riferimento a questi due autori è doppiamente sincero. Leggo sempre volentieri, inoltre, le opere di Alfredo Rienzi, di Fabrizio Bregoli, di Gianfranco Isetta, di Ivan Fedeli, di Alessandra Paganardi, di Luigi Cannone, di Piero Marelli, di Marco Maggi…L’elenco sarebbe più lungo, in realtà, ma so che gli amici non citati mi perdoneranno. Questa settimana sicuramente ordinerò l’ultimo libro di Raffaela Fazio, pubblicato per i tipi di puntoacapo, casa editrice che mi ha accolto e incoraggiato durante tutti questi anni.

 

 

 

Si dice che ogni scrittore abbia le sue “ossessioni”, temi intorno ai quali scriverà per tutta la vita, quali sono le tue? Nel corso degli anni hai notato un’evoluzione nella tua scrittura?

 

Pur apprezzando altre strade poetiche che sono certo non potrei percorrere, le mie ossessioni sono sempre quelle, ed è inevitabile ripetersi (me ne scuso): la vita, la morte, gli affetti, le assenze, i morti che sono “più permanenti di noi” (M. Ferrari), il tempo – che torna e che non torna – la ciclicità delle stagioni. Non so dire se ci sia stata un’evoluzione, se non dal punto di vista stilistico (non uso quasi più la metafora e anche l’aggettivazione è ridotta all’osso); so di pretendere da me stesso onestà, scegliendo innanzi tutto cosa scrivere, poi come scrivere. La conseguente domanda è: quell’onestà che pretendo da me stesso, poi, l’ho ottenuta?

 

 

 

Hai partecipato al Premio Babuk nella sezione Poesia, scrivi anche in prosa? Se no, pensi che proverai?

 

In realtà ci ho già provato, con il romanzo breve La croce di Malta, pubblicato nel 2013. Ma affrontare la scrittura del romanzo o del racconto è per me enormemente difficile: non credo ritenterò, a meno che fiorisca qualche buona idea. Sarebbe un florilegio tardivo, data l’età, sempre meno affine ai gigli e sempre più protesa verso i crisantemi. Mi sono complimentato recentemente con Daniela Raimondi per La casa sull’argine, una stupenda saga familiare che merita tutto il successo che sta avendo e che avrà. La lunghezza media dei miei articoli (è recentissima la mia collaborazione con l’International Web Post, con le rubriche Proposte di lettura e Rileggendo POESIA) non eccede un A4.

 

 

 

Quanto della tua terra di origine vive nella tua scrittura?

 

Forse non sono neppure un poeta, se consideriamo che non ho mai utilizzato la parola “mare”; inoltre, “luna” ricorre ben poche volte. Che disastro! Ma quanti riferimenti, invece, alla pianura, ai fossi, alle rogge, ai gelsi, alle viti, alle robinie, alle colline (ma in lontananza!) anche in queste ultime poesie presentate al Babuk. Quando ascolto interventi di assessori alla cultura apparentemente inappuntabili, sempre ben disposti alla loquela discettante “le nostre radici culturali” vorrei chiedere loro: com’è possibile recuperarle, dal momento che avete (che abbiamo) fatto di tutto per estirpare le radici dei salici, dei gelsi e delle viti? Non sappiamo più che sapore hanno le more bianche, le pesche da vigna o le amarene selvatiche. Quindi non sappiamo più niente.

 

 

 

Qual è il rapporto tra immaginazione e realtà? Lo scrittore si trova a cavallo di due mondi?

 

Se per immaginazione s’intende la visione utopica del futuro, cioè della realtà del domani (la definizione è di Mons. Bettazzi), allora il compito dello scrittore è quello di riallacciare i fili pendenti del tempo, sperando che siano di numero pari: in questo caso sì, lo scrittore è a cavallo: ma stare in sella non è sempre facile, si rischia di essere disarcionati alla prima occasione. Se per immaginazione s’intende invece fantasia pura e semplice, credo il rapporto funzioni meglio nella narrativa: è più fecondo e proficuo.

 

 

 

Chi sono i tuoi lettori? Che rapporto hai con loro?

 

Inutile qui ribadire che la poesia può contare su un numero esiguo di lettori. Ma qualcuno c’è. Se escludiamo i poeti stessi, con cui più o meno abitualmente ci si confronta e si discute, ricordo un messaggio che mi è molto caro: “l’ultima poesia che hai postato è così vera e bella da far male”. Forse toccava nervi scoperti di entrambi: ciascuno aveva perso da poco un genitore.

 

 

 

“Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso”. Che cosa pensi di questa frase di Marcel Proust, tratta da “Il tempo ritrovato”?

 

Ne sono convinto anch’io, e forse in parte ho già risposto, rileggendo la domanda precedente. Mi piace pensare che quella “specie di strumento ottico” siano le lenti bifocali di cui parlavo prima.

 

 

 

Quali sono gli indicatori che utilizzi nel valutare, se così ci è permesso dire, un testo? Quali sono, a tuo avviso, le caratteristiche di una buona scrittura? Hai mai fatto interventi critici?Hai scritto recensioni di opere di altri autori?

 

Gli indicatori, gli strumenti non cambiano nel tempo. Il tema centrale, cioè il nucleo della poesia, dev’essere individuabile, altrimenti il testo è sfocato. Cosa ha voluto dire l’autore? E, successivamente, come lo ha detto? Non ho la competenza sufficiente per definire le caratteristiche di una buona scrittura, non avendo mai scritto recensioni, ma so che, leggendo 999 poesie, difficilmente potrebbe sfuggirmi la millesima.

 

 

 

In relazione alla tua scrittura, qual è la critica più bella che hai ricevuto?

 

Se escludiamo le prefazioni di Ivan Fedeli e di Mauro Ferrari (bellissime entrambe) alle mie ultime pubblicazioni, non ho molte frecce nella mia faretra. Non mi piace autopropormi, tanto meno impormi. Naturalmente accetto volentieri gli inviti. Credo che Francesco Destro, sul blog AlmaPoesia, abbia fatto una lettura eccellente di Senza margini d’azzurro. Anche la recensione di Paolo Pera ha spunti felici e notevoli. Molto gradita, mi è giunta una mail di Silvio Raffo, che tuttavia non voglio “sbandierare come fosse un trofeo” (cito Alfredo Rienzi e il suo blog Di sesta e settima grandezza: in quell’occasione egli si riferiva a Bàrberi Squarotti, generosissimo e disponibile con tutti). So che anche il grande Angelo Lumelli ha scritto qualcosa su Mattoni a vista, ma non ho ancora avuto l’occasione di chiedergli il “pezzo”. Quando ci rivedremo (magari) lo farò.

 

 

 

C’è una critica “negativa” che ti ha spronato a fare meglio, a modificare qualcosa nella tua scrittura al fine di “migliorare”?

 

Non ancora, ma non è mai troppo tardi. Le critiche, quand’anche fossero stroncature, sono sempre legittime e fanno parte di un tavolo a tre gambe: l’autore, la critica, il pubblico. Tre o meglio quattro, se consideriamo il tempo.

 

 

 

A cosa stai lavorando? C’è qualche tua pubblicazione in arrivo?

 

Credo che il titolo definitivo della mia nuova raccolta sarà proprio La macchina del tempo: in questa scelta c’è anche riconoscenza verso il Babuk e LaRecherche, indubbiamente; in ogni caso credo sia il titolo più adeguato a un’eventuale pubblicazione, che non so ancora se e quando arriverà.

 

 

 

Quali altre passioni coltivi, oltre la scrittura?

 

Se escludiamo la lettura, mi appassiona molto la musica, o meglio, un certo tipo di musica (il melodramma, il canto gregoriano): quando un brano mi interessa cerco di procurarmi lo spartito. Per chi ne ha la possibilità, “vedere” la musica è altrettanto bello che sentirla. Mi piace il calcio (ma forse soltanto un certo tipo di calcio), la buona cucina, gli ambienti caldi e confortevoli. Detesto la fatica fisica e sono ormai quasi dimentico dell’attività motoria. Mi piacerebbe seguire un corso di cucito (a mano e a macchina), ma “in presenza”: niente tutorial su YouTube. Saranno anche gratuiti, ma la verbosità intrinseca è davvero eccessiva. Sinceramente, fatico a comprendere come si possa parlare tanto senza soffrire neppure un po’ la sete.

 

 

 

Hai qualcosa da dire agli autori che pubblicano i loro testi su LaRecherche.it? Che cosa pensi, più in generale, della libera scrittura in rete e dell’editoria elettronica?

 

Su LaRecherche mi sono già espresso prima, sottintendendo quanto sia importante il lavoro in rete di blog seri e ben costruiti. Uno di essi, certamente non l’unico, è quello di Fabrizio Bregoli, che seguo sempre con interesse. Poi c’è AlmaPoesia;Umberto Fiori, in quella sede intervistato, affermava: la Rete può servire in parte, ma mi sembra generi anche un polverone, dove il meglio e il peggio stanno un po’ sullo stesso piano.

 

 

 

Vuoi aggiungere qualcosa? C’è una domanda che non ti hanno mai posto e alla quale vorresti invece dare una risposta?

 

Sono talmente poche le interviste che mi hanno riguardato, che la mia esperienza in tal senso può definirsi inconsistente. È più probabile che ci siano domande a cui non vorrei rispondere: talvolta le mie affermazioni sono volutamente paradossali, scarsamente politically correct, in qualche caso dedite al sofisma. Scatenerei soltanto polveroni.

 

 

 

Grazie.

 

Grazie a voi e a chi vorrà leggere.


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