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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Se un giorno d’estate ... Italo Calvino

Argomento: Libri

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 30/07/2021 06:35:22

Se un giorno d’estate … Italo Calvino
Una rilettura necessaria, una recensione impertinente.

Liberamente dedotta dal romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, Arnoldo Mondadori Editore 1979.

È lui. Non è lui. Credo di sì, è proprio lui. L’uomo in tuta che mi sorpassa di corsa per la strada, sta facendo jogging. Per un momento ho creduto fosse lui, aspetta dov’è che l’ho visto? Ma forse non l’ho mai visto. Eppure ho la sensazione di averlo già visto da qualche parte? – mi chiedo. No, altrimenti l’avrei riconosciuto a prima vita. Aspetta, sarà perché col sudore negli occhi non metto facilmente a fuoco. Mi fermo, aspetto che passi di nuovo. Di solito chi fa jogging ripercorre lo stesso percorso: da qui a lì e ritorno, da lì a qui il circuito cambia solo di prospettiva, il sentiero che si snoda fra gli alberi del parco, il piano, la finta collina che sale e che ridiscende e di nuovo il sentiero – stavolta dritto nella mia direzione di fermata.
È lui. Non è lui. Sono certo ch’è lui … ma sì lo scrittore Italo Calvino.
Senta, è lei o non è lei? … No, sa perché volevo dirle… – non si ferma. Continua accelerando il passo nella corsa. Lo inseguo per un breve tratto. Finalmente rallenta colto da un breve colpo di tosse – si ferma. Quando mi avvicino riprende imperterrito la corsa. Buongiorno! – esclamo raggiungendolo. Mi scusi, non volevo disturbarla. L’ho appena fatto. Mi scuso ansimando per il fiato grosso … lei non sa quanto le sono grato. Non saprei dirgli per cosa – per fortuna non me lo chiede. Sa, ho letto il suo ultimo libro, vorrei capire … Una panchina. Ci fermiamo. Mi siedo per primo, quando avrei dovuto aspettare che si sedesse prima lui – solo perché è arrivato per primo.
Non sempre chi arriva per primo dev’essere il primo in ogni altra cosa. Di fatto, da secondo smarrisco il tema della conversazione. Mi riprendo. Come le dicevo ho letto il suo libro “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, e a un certo punto mi sono perso. Già, in quale punto? – mi chiedo … che fosse alla stazione mentre aspettavo il treno. No, quello è all’inizio del libro. Di quale libro se uno dentro l’altro, alla fine, i libri sono così tanti che solo ad elencarli provo la vertigine da omissione mentale che non mi permette di ricordarne i titoli. Eppure c’è un punto in cui … ecco, sono davanti agli scaffali della sua ipotetica Libreria Universitaria cercando il libro di un autore sconosciuto. Ma se è sconosciuto come posso trovarlo? – mi chiedo.
Ovvio, se non ricordo il nome dello scrittore perché sconosciuto, dovrei sapere almeno il titolo del libro che sto cercando. Il conquibus rasenta l’incapacità di raccapezzarmi all’interno di una sì ampia libreria, dove a venirmi incontro sono i dorsi di migliaia di libri incastrati negli scaffali, di migliaia di autori sconosciuti, di titoli impossibili da ricordare – che fare? Mi scusi, esiste una lista? Sicuramente c’è da qualche parte, basterebbe appenderla all’inizio dello scaffale. Certo ma di quale scaffale, iniziando da destra verso sinistra o dall’alto al basso, che va dalla A dell’abbecedario all’ultima consonante Z – come si compongono nell’odierno Dizionario – oppure?
Tutto sta in quell’oppure che rientra nell’infinito labirinto delle parole usate dall’autore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” che, se non lo avete letto, non leggetelo. Ne vale l’incolumità della vostra mente che, ottusa-mente, si sofferma a voler comprendere ciò che non è dato sapere, se non l’astrusa (paranoica) volontà di incastrare situazioni possibili/impossibili racchiuse, come in una scatola cinese. Per poi svelare al lettore che si tratta di un gioco delinquenziale incastrato nel mistero occulto della parola. Quella parola di cui noi tutti, da sempre, andiamo alla ricerca del senso. Benché trattasi di un mosaico di preziose allocuzioni verbali, esortazioni arcane, arringhe filosofiche per ogni situazione – più che mai valide ancora oggi.
Il lettore assiduo di romanzi che sfoglia per la prima volta questo libro inconsueto, ben sa che a sua volta sarà preso nella trama inesistente, nel tessuto di quel “Il sentiero dei nidi di ragno”, dal quale non potrà sfuggire l’affabulazione dei suoi costrutti, delle sue incoerenze come delle coerenze, delle consistenze dei significati nascosti e palesi, degli assidui riferimenti storici e letterari – come in un compendio di un sapere ‘grande’ – accurato, definitivo. O, forse, non poi così definito, ma nell’accezione di composito, variegato e multiforme – eclettico (?). Sa che quel treno in partenza non arriverà mai a destinazione perché da sempre è fermo nella stazione delle sue “Città invisibili”, e da sempre arriva dove gli è concesso arrivare …
“Insomma, è preferibile tu tenga a freno l’impazienza e aspetti ad aprire il libro quando sei a casa. Ora sì. sei nella tua stanza, tranquillo, (si fa per dire), apri il libro alla prima pagina, no, all’ultima, per prima cosa vuoi vedere quant’è lungo. Non è troppo lungo, per fortuna.”
Distante dal concedere tregua alcuna l’autore de “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, alias Italo Calvino, mi trascina in luoghi a me sconosciuti, oltre il parco, oltre il sentiero che si snoda fra gli alberi – ben oltre la mondanità degli scrittori di best-sellers attuali che, prima o poi, si fermano in una qualche stazione evidenziata sulla mappa stradale d’una qualche città – qualunque città: New York, Singapore, Tokyo, Roma, Londra, Parigi, Amsterdam, Istanbul, Dubai … uguali l’una all’altra – tutte anonime allo stesso modo. In ognuna di esse vive, o forse pensa di ‘vivere’, un ammasso abnorme di gente conforme, omologata quanto ‘invisibile’. Sostenuta dalla speranza di un possibile/impossibile riscatto dalla schiavitù in cui volutamente soggiace – e che giammai sarà diversamente.
Ma ecco che egli non si concede, non mi sta a sentire, riprende la corsa. Non vuole saperne delle mie domande incongruenti, sbiadite, perse fra le pagine del suo libro “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. Eppure ero certo che l’avrebbe trovate interessanti. Anche se adesso, fra le tante, non ricordo quali fossero “…davanti agli accattivanti meccanismi di attesa ch’egli prepara ogni volta con stupefacente maestria, e che perfidamente si rifiuta di soddisfare” (*). È così che insieme al filo ho perso anche il segno, il treno sul quale sono giunto fin qui. Il nesso che mi conduce da un libro all’altro, da un vagone all’altro, è sintomatico della dimensione del tempo …
“I romanzi lunghi scritti oggi forse sono un controsenso: la dimensione del tempo è andata in frantumi, non possiamo vivere o pensare se non a spezzoni di tempo che s’allontanano ognuno lungo una sua traiettoria e subito spariscono. La continuità del tempo possiamo ritrovarla solo nei romanzi di quell’epoca (di ogni epoca) in cui il tempo non appariva più come fermo e non ancora come esploso, un’epoca che è durata su per giù cent’anni, e poi basta.”
Ma come, solo cent’anni? Senza continuità? E quelli che devono ancora passare? – mi chiedo. Sì tutti quei treni che affollano tutte le stazioni dei treni, lì dove tutto inizia e verosimilmente tutto finisce – come in questo romanzo …
“Il romanzo comincia in una stazione ferroviaria, sbuffa una locomotiva, uno sfiatare di stantuffo copre l’apertura del capitolo, una nuvola di fumo nasconde parte del primo capoverso. … Le stazioni si somigliano tutte; poco importa se le luci non riescono a rischiarare più in là del loro alone sbavato, tanto questo è un ambiente che tu (lettore) conosci a memoria, con l’odore di treno che resta anche dopo che tutti i treni sono partiti, l’odore speciale delle stazioni dopo che è partito l’ultimo treno. Le luci della stazione e le frasi che stai leggendo sembra abbiano il compito di dissolvere più che di indicare le cose affioranti da un velo di buio e di nebbia – tutto mescolato in un unico odore che è quello dell’attesa.”
O forse che è quello dell’assenza?
Già, l’assenza. Come parlare di un “margine d’indeterminatezza e di provvisorietà” cui non sappiamo dare forma, colore. In cui tutto si amplia e sfoca come dietro un vetro appannato, oppure tutto si riduce e svanisce dentro lo sbuffo di vapore di quella dannata locomotiva che nella corsa esclude ogni possibile immagine – ogni nostra convinzione di limpidezza. Ciò che manca, infine, e/o che viene a mancare, non è in ciò che crediamo, ma in ciò cui vogliamo credere – anche se non ci crediamo. Come di un ponte sospeso nel vuoto, sul vuoto della nostra incertezza, della nostra illusorietà che di volta in volta sbiadisce col passare del tempo – e la paura di “guardare in basso dove l’ombra s’addensa” …
Siamo ad una svolta, allorché l’autore fa dire alla donna delusa, uno dei tanti personaggi che riempiono le pagine del libro: – “I romanzi che preferisco, sono quelli che comunicano un senso di disagio fin dalla prima pagina…”. Per quanto, va detto, che il disagio in qualità di lettore, lo si percepisce dalla prima all’ultima pagina – un’ansia trasmessa dal ritmo intermittente del treno sulle rotaie – ta-tata-tatà-traaash – pari allo stridore metallico che talvolta fa raschiare i denti al viaggiatore e che lo mantiene sveglio per tutto il tempo. Specialmente di notte quando tra un dormiveglia e un altro, la mente allertata, immagina, vagheggia quel che non è tipico del sogno, bensì si rappresenta scene: velleità, ambizioni, suspense, protagonismi – come per un film tutto da scrivere.
La sceneggiatura, anzi le sceneggiature, sono già tutte scritte in questo libro dai risvolti onirici, tendenzialmente mirate, per quanto manierate, dentro i risvolti di una detective story e/o di una short stories che di volta in volta si colora di nero, di giallo, di rosa “In una rete di linee che s’allacciano” – nient’altro. Tutto il resto continua a correre, anzi, si direbbe a scorrere come un fiume in piena – verso quale mare (?) Che importa se del “resto viviamo in una civiltà uniforme, entro modelli culturali ben definiti”. Se “Questo libro è stato attento finora a lasciare aperta al Lettore che legge la possibilità d’identificarsi col Lettore che è letto: per questo non gli è stato dato un nome che l’avrebbe automaticamente equiparato a una Terza Persona, a un personaggio … e lo si è mantenuto nell’astratta condizione (e convinzione) dei pronomi, disponibile per ogni attributo e ogni azione.”
Ciò, per quanto nella foresta dei nomi, tra gli autori citati (fittizi) e pseudo personaggi (vari), il Lettore è sempre presente, anzi è il personaggio chiave del libro, sì che sembrerebbe non essere mai uscito dagli scaffali della Biblioteca Universitaria dove ci si è incontrati per la prima volta. Persi fra i tomi, dai dorsi e dalle coperte stampate, dagli interstizi lasciati dai rilegatori degli impaginati, dai molti titoli enunciati, dalle vanaglorie dei loro incipit – dacché il presunto Lettore dispone a perdita d’occhio di un numero esorbitante di volumi. Per quanto distinguibili gli uni dagli altri, magari divisi per altezza: da quelli più voluminosi ai più striminziti, dai più alti ai più bassi, senza un ordine cronologico per data o per autore – quindi da dove incominciare, o meglio, da dove ricominciare? – non saprei mi dico …
“La ragione principale degli accostamenti …”, ha forse un suo senso personale, ma caro Lettore, non si gestisce così una biblioteca che possa dirsi una Biblioteca. C’è bisogno d’altro. Per esempio di leggerli, di averli letti, di una promessa di lettura, altrimenti tenerli lì a prendere polvere prendono peso, s’inaridiscono e poi addio, non li si aprono più. Come per esempio questo “Se una notte d’inverno un viaggiatore” che dall’anno della sua pubblicazione è rimasto lì inerte fino al 2021, lasciando che il tempo si appropriasse dei suoi canali di trasmissione – che altri, estranei, misurassero la propria voce alla tua di Lettore …
“Dalla voce di quel silenzioso nessuno … fatto d’inchiostro e di spaziature tipografiche”, che avrebbe potuto essere la tua, (e/o la mia), e dar luogo a uno scambio di linguaggio, d’idee, di creare un codice per reciproci scambi futuri – segnali, riconoscimenti. Del resto … “Leggere come io l’intendo, vuol dire profondamente pensare” (*), ha lasciato scritto il poeta, quasi che il sapere (conoscere) fosse la sua sola passione. Ma noi Lettori sappiamo già essere così, ciò a cui il rinnovato invito dell’autore, alias Italo Calvino, punta con questo suo libro: l’invito a una reciproca ‘condivisione’ di lettura, allo scambio affettivo fra la parola scritta e la voce narrante – fra la passione per i libri e il detenerli, magari collezionarli – che è poi un atto d’amore che intercorre fra lo Scrittore e il Lettore …
È lui. Non è lui. Sono certo ch’è lui … ma sì lo scrittore Italo Calvino. Senta, è lei o non è lei? … No, sa perché volevo chiederle… – questa volta si ferma. Al che posso finalmente porgli la domanda finora omessa per futile dimenticanza:
Scusi, ma lei è mai sceso dal suo treno? Sì certo, molte volte, ma solo per prendere una qualche coincidenza!

Note:
(*) Dalle note di copertina.
(**) Vittorio Alfieri
Tutti i virgolettati sono di Italo Calvino - Tratti da "Se una notte d'inverno un viaggiatore" - Arnoldo Mondadori Editore 1979.
Le foto con aforismi - sono presi da 'Aforisticamente' che ringrazio sentitamente.



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