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Quei post a infanti, conviventi e defunti

Argomento: Letteratura

di AvvocatoD’Aiuto
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Pubblicato il 18/12/2021 13:29:46

di Pasquale D’Aiuto, Avvocato, diciottodicembreventiventuno (per questo ed altro, sparappecoglie.it) Qualche giorno fa ho letto una notizia emblematica dei nostri tempi. Il comico Maurizio Battista, separatosi dalla giovane moglie, decide di scrivere un post su Facebook dedicato alla figlia della coppia, Anna: «Cara Anna, a volte nella vita capita che due persone non si capiscano più, che il loro sentimento svanisca lentamente e che, non riuscendo in alcun modo a ritrovarsi, decidano di allontanarsi l’uno dall’altra. La mia strada e quella della mamma si divideranno, ma io terrò sempre te al centro del mio mondo, preservandoti e sostenendoti. Ogni giorno continuerò a ricordarti di andare sempre dentro alle cose, di credere in te stessa anche quando il cuore ti sembrerà sia andato in pezzi, perché nonostante tutto l’unico faro rimane sempre l’amore». Tutto bello (?), se non fosse che Anna non sa leggere e non usa Facebook, perché ha cinque anni. Chi sa leggere molto bene ed usa Facebook è la mamma Alessandra, che replica aspramente (qualcosa riassumibile in un “Ma nun te vreògni?!”) e conclude: “Non comprendo l’esigenza [del post] giacché Anna non sa neppure leggere”. Come darle torto? Questa storia mi ha fatto pensare a due abitudini in era di social: scrivere ai morti e ai conviventi. Ma che significa?! Quanto ai morti, delle due, l’una: o il corpo è tutto e non c’è anima, e allora mi sembra chiaro che non usino i social; oppure continuano a restare in contatto con noi, e allora una preghiera, una messa in suffragio (per chi ci crede), un evento in memoria, una dichiarazione agli amici riuniti si rivelerebbero ben più confacenti al caso, anche perché dubito gli spiriti frequentino Facebook. Quanto ai conviventi, se vuoi sperticarti in dichiarazioni d’amore, usa dei fiori ed un bel biglietto, invitala a cena; se vuoi farle capire che è una stronza, diglielo oppure vai via. Dovrebbe esserci un limite, dettato dal buon senso, a questa sconfinata spettacolarizzazione dei sentimenti; a questo dire a nuora perché suocera intenda (e, qui, la nuora è una infante!); a questa costante, insopportabile autoassoluzione virtuale. A questa autoreferenziale analisi di gruppo da quattro soldi, dove gli altri assistono e – poveri noi – appongono un like alle più variegate elucubrazioni senza contraddittorio. E sì, perché chi non è d’accordo si guarda bene dal replicare ma reagisce con un dignitoso silenzio (e con un meritatissimo, intimo pernacchio davanti al monitor). Ci ragioni un po’ il comico Battista, vittima della sua puerile ricerca di rassicurazione e conforto social, che pensa bene di giocare al papà buono e zen esibendo in piazza il proprio amore per la figlioletta… incapace di leggere quel che scrive. Speriamo che, almeno, sappia far ridere quando serve.


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