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Daniele Barbieri ... e/o la metamorfosi del verso.

Argomento: Poesia e scienza

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 28/04/2024 09:29:53

Daniele Barbieri e/o la metamorfosi del verso.

“…ci sono tre mondi nel creato: la tronfia raggera / dell’essere, la nuvola del senso, le rassicurazioni / del vedere, per quanto fuori fuoco – tra le cose fili di ragno a collegarle, impalcature inutili, ma belle”
“ci sono tre mondi dentro un fiore, un’illusione ottica, / una deriva, la ruggine un cancro nel ferro del mondo”

C’è, in chi ponendosi davanti allo spettacolo fluorescente che si offre al guardo, un vedere che va oltre la superficie smagliante dei colori, al delimitare perimetrale che la luce albale aggiunge alla genesi straordinaria delle forme elaborate dalla natura in innumerevoli metamorfosi clorofilliane che la percezione visiva, non senza un sussulto di vitalità, rende percepibile all’emozionale cognitivo le immagini estatiche dell’essenza subliminale, una indicibile psicologia ascensionale che conduce a una più aderente quanto inconscia poetica dello spazio …

“…esigono attenzione queste cose, bisogna ascoltare / i vetri che si infrangono nel fiore, petalo su petalo / per propagarsi nelle mille e mille minime esplosioni sul prato / al limite del bosco, luce, buio, filamenti / che insistono /… / rimani con me, tienimi stretta la mano, / racconta come il fiore ti cattura / ti accende di rosso, / inonda il cielo di scaglie di vetro, ti graffia le guance / a sangue, lancia tutt’attorno vetri rotti sullo stelo, / vetri neri sul giorno, attenzione esigono le cose”

Dacché il progressivo sviluppo della creatività semiotica che Daniele Barbieri, autore della silloge letteraria “Erbario vivido”, offre al lettore attento, di un possibile comportamento semiotico della volontà conoscitiva della parola, di pertinenza linguistica, che porta alla dottrina dei segni e dei gesti che l’accompagnano, per una presa di coscienza dell’equilibrio dei comportamenti elementari che hanno portato allo sviluppo della tecnologia materiale che governa il ciclo della nostra esistenza e regola le alterne fasi della nostra sopravvivenza …

“…verso l’alto, improvvisa si solleva la sorpresa gialla, / la raggiera più viola sovrapposta a quell’altra più bianca, / non che adorino Dio, non che ci pensino mai, solamente / spingono, crescono, l’aureola è falsa, dentro quella luce / sono miseri, eccentrici, soste profane nel corso del prato”

“…gloria della tua pelle appena viola dai gridi dei vasi, / dalla traccia rocciosa, poi dall’orlo cucito dei prati, / e l’ombra che ci brucia , nell’odore delle notti a luglio / sotto la luce che oscilla, sfarfalla, volano le sfingi /… / gloria della notte che non finisce , appena viola oppure bianca /… / gloria del profumo dell’orlo slabbrato / dell’aria umida, del non finire mai più, mai più, mai più”

C’è un che di sacro e profano volutamente ricercato nel linguaggio esplicito, come se nell’improvvisa evocazione dell’uno si perori un senso di colpa dell’altro, nel ricordo di una mancata presenza che tuttavia risveglia una sensualità onirica e onanistica “…che non tarda a dissolversi – lasciandosi penetrare – dalla bellezza della natura, la purità, il silenzio dell’aria”, come nel Marcel Proust più maturo de ‘Le temps retrouvé’, commisurata a un suggestivo excursus in cui l’autore dei versi mescola all’essenza delle cose e delle forme l’ibrido sentire soprasensibile di una costante metamorfosi clorofilliana, insieme ai propri umori emotivi, al fluttuare delle sfumature nei colori, filtrati alchemicamente nella sua tavolozza mimetica, attraverso le diverse esperienze interstiziali che si riscontrano nella finitezza epidermica delle parole …

“…progressioni diverse e imparentate di suggerimenti, / di struggimenti, poi di suggestioni, poi di suggerimenti / come una grossa ape legnaiola, nera e preoccupante / eppure buona, va di bianco in bianco, ci sembra che canti”

“…mi hanno inseguito le tue labbra, rosse sulla pelle /… / quasi umane, mi hanno detto della tua fragilità, di come / si sfaldi la tua vita in prospettiva /…/ contro il muro, forse, contro il vuoto, credi magari baciandomi / che il mondo si riaffacci dalla nebbia, delle tue radici / risale poca linfa, acqua forse non ti do abbastanza”

C’è una poetica dei segni e delle forme, dei colori e dei ritmi di un immaginario improntato su illuminanti osservazioni e associazioni linguistico-mnemoniche proprie della memoria visiva, analizzate nel loro comportamento biologico-vegetale, riflesso di una preponderante attività metafisica dell’autore, che si svolge nel tempo e nello spazio di un potenzialmente sviluppo rivolto a interferenze psico-esistenziali, attinenti all’esperienza della propria maturità interiore …

“…andavo in altalena la mattina /…/ nel giardino/ ma adesso in quei fiori / ci vedo Calder, funambolismi lievi, che oscillando / ti portano nell’intimo dell’aria, belle nella notte / quelle corolle sognano, noi siamo appesi dentro loro”

“Portulaca grandiflora, /…questo tuo esplodere, e un insetto estraneo a questo boato / immobile ma ritmico, rinuncia a tutto quando puoi / rinuncia alla bellezza quando puoi, esplodi, rinuncia / ad esplodere, vinci ogni colore fuori e dentro te, / essere insetto, perdere, smettere di sentire tutto, rinuncia la fiore, non essere, smetti di desiderare”
C’è una verità, , che si rincorre in ognuno di noi, sempre allo stesso modo eppur mai uguale, che si concentra nella consunzione accertata del ciclo vitale della nostra materia umana, che certo non disconosciamo ma che abiuriamo di voler conoscere, e che concerne quella finitezza che non c’è data …

“…sullo sfondo di un distacco di luce /… / quasi fosse un silenzio, variamente osceno, fino al fondo / frantumato del campo, / quasi fosse una storia vera”

“…la luna (Silene latifolia), fa da postino talvolta, recapita atti / in girandole bianche, quasi angeli (caduti) dalle ali crespe, / consegnando condanne in fogli candidi come corolle, /… / è sempre ambivalente il tuo destino (anatema), qualcuno ha deciso / per te, hai perso la causa, solo dopo la fine avrai la gloria (sentenza), / sotto la luna soltanto dolore, un figlio morto giovane (condanna), / sai che la lettera uccide, parole (di rosso sangue) sul bianco (anche l’amore uccide)”

C’è dunque un riscatto al dolo che inconsciamente abbiamo inflitto a quel Dio nascosto “nel bagliore sfiancante della storia”, ed è l’incomunicabile vicinanza dell’ombra che si rivela oltre la comprensione, custodita nel liminare labirintico della mente, nel singolare chiaroscuro che deforma l’esperienza materiale della vita. “E ora suonate alla danza ... lasciate che suonino i violini” scrive Paul Celan sull’orlo della notte che s’imbeve d’oscurità di tenebre e grida di morte, al cui invito sembra rispondere il nostro autore in esergo …

“…se vuoi danzare, tienimi, sollevati, grida molto forte, / sei la contraddizione del colore, sei rimasta secca, / apri le labbra, ma sei così piccola, gridi molto forte, /… / tu che oscilli dentro un ritmo di follia”

“…come un’erbaccia impolverata, tutto racconta miserie / immeritate, tutto testimonia bestemmie, eresie”

“…un sesso ostentato / paonazzo osceno, rosso vero, vivido, /… / afferravo col naso verità altrove improponibili, / credevo alla sua voce calma, al pelo minimo sul verde / delle sue foglie, era un tipo serioso, raccontava miti / africani, il suo sesso si levava improvviso, un vessillo / vociante, rosso, scarlatto, paonazzo, come fosse grida”

Pur c’è nel fitto che avvolge l‘incomunicabile vicinanza dell’ombra nelle parole di Daniele Barbieri, un ché sommesso che rivela ciò rimane di un amore, ‘interior intimo meo’, e che riemerge dalla solitudine esistenziale propria del solo essere umano…

“…dall’orlo del deserto / ispirano / venti imprevisti e ancora nomi, e fiori chiari nella / luce /…/ le cose (le piante e i fiori come gli animali) non trovano sempre le parole / per nascere nel mondo, mura cingono quello che passa”

“…nel buio, piccoli e fuori stagione, il nostro vecchio lutto / riemerge dalle luci sullo sfondo, che quasi spaventano, / sembrano dialogare con te, sono stelle monocordi / nel buio di dicembre, quasi sembrano polemizzare / con te /… / non c’è colore qui, soltanto spine, tormenti sul corpo /… / non c’è decorso qui, le spine dure al bordo dell’inverno / fanno corona al mito”

Quel mito dismesso che accoglieva in sé l’essenza linguistica incontrastata della comunicazione diretta sostituita ‘senza governance’ con altri sistemi di valori che, al contrario, accentuano ciò che più ci nega gli uni agli altri, con l’erigere barriere d’incomprensione, e che forse, nella speranza che non si riveli un’attesa vana, l’avvento dell’Intelligenza Artificiale riuscirà a riequilibrare. Ma solo se l’intero pianeta, questo nostro mondo altero, saprà avvalorare le sue funzioni primarie di quel processo scientifico comparativo che l’ha resa umana. In conclusione, per dirla con l’etologo Eibl-Eibesfeldt:

“Le potenzialità del bene sono biologicamente presenti in noi quanto quelle dell’autodistruzione”, pertanto adoperiamoci per il bene comune e restituiamo al mondo intero quella ‘pace’ edenica che l’autore avalla in queste sue “favole nello sguardo”.

Biografia dell’autore:
Daniele Barbieri, di formazione semiologo, insegna presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ha pubblicato numerosi volumi di carattere critico e raccolte di poesia. Presente inoltre nel blog “Guardare e Leggere” www.guardareleggere.net con sue opinioni su molti argomenti letterari e filosofici.

“Erbario vivido” è la silloge poetica contenuta nel libro “Rosso” di Daniele Barbieri, vincitrice del XXXVII Premio Lorenzo Montano, pubblicato nella collana La Ricerca Letteraria edita da Anterem Edizioni 2023.







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