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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Enne enne

di Medina Lariana
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Pubblicato il 30/05/2011 16:15:52

Lo ricoverano al Pronto Soccorso il pomeriggio della vigilia di Natale e me lo mettono accanto; è un "nomen nescio" e sta dormendo coperto solo dal pannolone. Mi vengono in mente i putti della Cappella Sistina. Arrivano i carabinieri, lo svegliano e gli chiedono come si chiama; lui è confuso, non ricorda il proprio nome. I carabinieri gli fanno una foto e se ne vanno.
Il pannolone gli impedisce i movimenti e l'ago cannula inserito gli strappa un gemito di paura; scosta la tendina che ci separa e mi guarda con gli occhi sbarrati:
- Dove siamo?
- Al Pronto Soccorso; signore, non tiri l'ago, lo strappa e si fa male. Oddio, stia attento, le esce il sangue. Madonna che impressione.
- Dov'è l'enne enne? - Urla un'infermiera carica di carte -
- Ah! Eccolo.
Lui, l'enne enne, non sa di esserlo e quindi non capisce; si stupisce quando la corpulenta donna comincia a tempestarlo di domande, mentre lo sgrida e gli risistema l'ago cannula.
- Come si chiama?
- . . . Giovanni.
- E di cognome?
- . . . Adesso non me lo ricordo.
- Dove abita?
- . . .
- Quando è nato?
- . . . Mi sembra nel 1927
- Uhm. . . mi pare strano. Va bene, adesso viene il dottore a visitarla, stia giù.

La questione del "nomen nescio" mi aveva già procurato un'orticaria parecchi anni addietro, quando per lavoro mi era toccato di riordinare e archiviare i documenti del personale dipendente dell'azienda dove lavoravo.
In ufficio era arrivato il primo Commodore 64 e le colleghe più anziane non ne volevano sapere di dare confidenza allo strumento. Il PC era utilizzato, con non poche resistenze, solo come macchina da scrivere, con l'editing di DOS, quindi io che ero riuscita col comando play a creare una musichetta, assegnarle un nome e farla "girare" col comando "run" nella stringa di avvio all'apertura del sistema, ero considerata un tecnico della NASA; la persona adatta per creare le schede del personale.
Un fascicolo particolarmente disordinato aveva attirato la mia attenzione; dava l'impressione che le carte fossero state rimestate parecchie volte e senza alcuna delicatezza. Dalla cartella di cartone color verde disperazione, uscivano gli angoli dei vari fogli riposti alla meglio. Conoscevo la persona indicata sul dorso della cartella, si trattava della signora Cuda Assunta Traviata Carmela Incatenata, nata nel 1927 in un paesino del Sud, analfabeta sulla carta, in realtà autodidatta; unica donna in forza al reparto di produzione.
Conoscevo la signora perché avevo avuto l'onore di ascoltare la storia della sua vita; una storia per la quale avevo raccolto appunti e sottratto documenti, nella convinzione che avrei trovato un giorno uno scrittore degno di raccontarla. Una storia di estremo coraggio che ancora attende il suo "Pavese".
Con molta attenzione avevo sfilato dalla cartella un foglio più scuro, più spesso e più grande degli altri e l'avevo dispiegato sulla scrivania. Il certificato di nascita di Assunta era compilato con precisione in ogni sua parte con una macchina da scrivere del tipo "lettera", non trovava quindi spiegazione l'ulteriore apposizione di un'enorme timbratura a inchiostro rosso che occupava e sovrastava di traverso l'intero documento: "F I G L I A D I N. N.". Per un attimo avevo visto Angelina Merlin contorcersi sulla scrivania.
Oltre alle dimensioni esagerate del timbro (non riuscivo ad immaginare il relativo tampone), mi avevano colpito il colore rosso dell'inchiostro e la concordanza con il soggetto che presupponeva l'esistenza di due timbri, uno per le donne l'altro per gli uomini.
Mi ero posta alcune domande: cosa intendeva esprimere il solerte impiegato comunale al quale il precedente titolare della signora aveva richiesto l'invio del certificato? Un avvertimento? Una specie di lettera scarlatta? La stessa contenuta in due dei quattro nomi della signora?

- Dov'è l'enne enne? - Urla il medico di turno al Pronto Soccorso -
- Come si chiama?
- . . . Giovanni.
- E di cognome?
- . . . Donni, sì, sì, Donni.
- Donni? Con due enne?
- No! D-o-n-n-i, con una enne sola
- Dove abita?
- . . . in via Piave
- A che numero?
- . . . Adesso non me lo ricordo
- Quando è nato?
- . . . nel 1927
- Uhm . . . stia giù.

È quasi sera ed è la vigilia di Natale, il Pronto Soccorso si sta svuotando; rimaniamo solo io e Donni con una enne sola. Sento il rumore del pannolone che cade a terra e capisco anche che Giovanni sta cercando di togliersi l'ago cannula; faccio dei gesti verso la telecamera e gli infermieri arrivano di corsa.

- Non è la signora, è l'enne enne, gira nudo! - Urla l'inserviente agli infermieri -

- Come si chiama?
- Giovanni.
- E di cognome?
- Donni.
- Donni? Con due enne?
- Noo! D-o-n-n-i, con una enne sola!
- Dove abita?
- In via Piave
- A che numero?
- Al sette
- Quando è nato?
- Nel 1927
- Che giorno?
- . . . Non me lo ricordo
- Non ha parenti?
- No, non ho nessuno. Adesso vado a casa. Perché sono qui? Cosa mi avete fatto?
- Lei non ricorda cosa è successo? L'hanno trovato svenuto davanti a un bar e hanno chiamato il 118.
- Non lo so se è vero questo che mi sta raccontando, io non mi ricordo, ma ormai è da questo "basso" che sono qui e adesso voglio andare a casa! - Povero Giovanni, mi sembra l'ultimo dei moicani, credo di essere l'unica in tutto il Pronto Soccorso a sapere cos'è il "basso" -.
- Va bene, adesso vediamo se possiamo dimetterla.

Giovanni ha perso la pazienza, si è alzato e ha tirato fuori i suoi vestiti dal sacchetto di plastica ai piedi del letto. I pantaloni hanno un odore impossibile da descrivere: "Cavolo, ma che ti è successo questa notte Giovanni?"; se li infila comunque. Con calma prende una bella sciarpa di lana grigia e la indossa a pelle perché non trova né la canottiera né la camicia; la gira dietro al collo, la incrocia sul petto e la infila nei pantaloni. Mi faccio l'idea che Giovanni sia un "marello" di quelli ai quali la mamma ha sempre voluto un gran bene e ne ha avuto cura per un bel po'.
Quando arriva l'infermiera, Giovanni chiede un calzascarpe oppure un cucchiaio altrimenti non può infilarsi le scarpe, chiede anche come mai non c'è la camicia e quando si accorge che il giaccone è tagliato lungo la cucitura interna, per tutta la lunghezza delle maniche perde le staffe: "Cosa mi avete fatto? Perché mi avete tagliato il giaccone?".
L'unica infermiera che lo chiama per nome, si offre di rattoppargli il giaccone con del cerotto per sutura e si allontana decisa a recuperare anche un camice da degenza da infilare a Giovanni al posto della camicia.
Una volta solo, Giovanni inizia ad aprire i cassetti del carrello appoggiato al muro in cerca di qualcosa da utilizzare come calzascarpe; trova una confezione di provette ancora sigillata, la usa per infilarsi le scarpe e poi la ripone con cura dove l'aveva trovata.
La dolce infermiera torna con un camice di quelli che si allacciano sulla schiena e lo fa indossare a Giovanni, poi gli fa indossare anche il giaccone e lo "cuce" con il cerotto da sutura.
- Ma perché mi avete tagliato tutto il giubbotto?
- Giovanni, non si ricorda proprio? Hanno dovuto rianimarla sul marciapiede.
- Non so se è la verità che mi state dicendo.
- Adesso come fa ad andare a casa? È sicuro che non ci sia nessuno che possiamo chiamare?
- No. Che sono da solo me lo ricordo.

Giovanni se ne va. Va via con il camice che spenzola fuori dal giubbotto, va via da solo; torna a casa in Via Piave al sette.
Completamente sola nello stanzone ormai vuoto, penso che vada bene così; del "nomen nescio" rimane solo l'aspetto burocratico. Niente lettere scarlatte.
Buon Natale ad Assunta, figlia di N. N. per tutta la vita. Buon Natale a Giovanni Doni, N. N. per un giorno. Buon Natale a Rosa, la giovane infermiera che ha rivestito Giovanni come fosse la sua mamma.
E Buon Natale anche a me che di nome faccio Speranza.

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