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di Medina Lariana
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Pubblicato il 22/03/2012 20:48:53

Agosto 1978 presso Ouarzazate - Marocco.

Siamo sei persone sporche e puzzolenti che chiedono di poter riempire le borracce nella hall di un lussuoso albergo, nel bel mezzo del nulla più assoluto.

Figlia di un improbabile figlio dei fiori di periferia, sono cresciuta passando tutte le estati in giro per campeggi o direttamente sulla spiaggia; non ho mai messo piede in un albergo, nemmeno in Italia.

Appiccicata alla parete, concentro l’attenzione sulle signore presenti nella hall. Vestite a più strati con tessuti bellissimi, quasi tutte indossano gioielli che, tintinnando a ogni movimento, creano un piccolo componimento.

I miei compagni di viaggio, più grandi di me, commentano l'evidente sperequazione tra ricchi, pochi e probabilmente tutti lì, e poveri ovvero tutto il resto del Paese. Io sono aggregata più che altro per dividere le spese, quindi da me ci si aspetta solo un giudizioso silenzio.

Il ragionamento si avvia per conto suo e formulo una risposta senza sapere di essermi posta la domanda: "È per sapere dove vanno!" - Eh? - la ragazza davanti a me si volta un po’ sorpresa - "I braccialetti ai polsi e le cavigliere, è come con le mucche, per sapere quando si allontanano". Dopo un attimo di silenzio il gruppo riprende a discutere. –Accidenti! Dovevo parlare di gattini, non di mucche. -

Da circa un decennio, nella palazzina di fronte a casa, vive una famiglia egiziana; il capofamiglia e le figlie sembrano ben integrati, la moglie si vede di rado, quando esce per andare alla funzione o per accompagnare le bimbe a scuola. Lei indossa sempre abiti islamici.

Ho osservato le bimbe crescere vivaci, andare a scuola, imparare ad andare in bicicletta aiutate dal padre. Forse è anche per questo che un giorno, vedendo la più grande delle due uscire dal portone con il velo sul capo, rimango impietrita.

Cerco di metabolizzare l'immagine e combatto la momentanea assenza di pensiero che lo shock mi ha procurato: "Perché me l'hanno velata?”.

Pian piano inizio la "differenziata" e suddivido l'immondizia nel cervello. Mi viene in mente un episodio capitato ad alcune ragazze poco più grandi di me quando avevo la stessa età della ragazzina egiziana. Mentre in città cambiava tutto e in campagna non si spostavano di un centimetro, nella terra di mezzo passavamo dei brutti momenti. La domenica mattina il prete esponeva l'elenco delle ragazze che la sera precedente erano state "viste" entrare nella locale sala da ballo. L'iniziativa, in generale molto apprezzata a livello locale, aveva comunque suscitato un certo trambusto e qualche trasferimento di residenza. Un avvocato aveva infine interrotto la delazione seriale scrivendo alla Curia e spiegando che il prete era passibile di denunzia. La Curia aveva trasformato all'istante il nostro "Torquemada" in un "Don Abbondio" da esportazione: l’aveva inviato in Africa, sostituendolo con un prete progressista che fumava e parlava con i ragazzi. In breve tempo la terra di mezzo si era uniformata alle politiche cittadine.

Torno con la mente alla ragazzina egiziana: "Abbiamo delle leggi, non può succederle nulla di male, forse lo indossa solo per la funzione".

A distanza di qualche mese prendo atto del fatto che la ragazzina indossa il velo in maniera permanente. La incontro, la saluto, mi sorride. Non sembra una persona infelice. Un gruppetto di coetanee passa a prenderla la mattina per andare a scuola, ho l'impressione che sia una ragazza popolare, una specie di leader. Non posso fare a meno d'immaginare cosa succederebbe se il velo diventasse di moda anche tra le ragazzine italiane; così, per sfregio, come farsi un tatuaggio o farsi applicare un piercing.

Rido da sola. Te lo vedi il genitore “padano” alle prese con la figlia che pesta i piedi per avere il velo firmato? L'idea comincia a non sembrami così balzana. Cerco in internet e... eccolo là: “Dress up games - trendy snoods dress up”,  gioco per ragazzine. È solo questione di tempo.

Mia piccola egiziana, stai diventando un target commerciale e nessuna legge potrà proteggerti da questo.


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