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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Storia di fra un po’ di tempo

di Alberto Rizzi
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Pubblicato il 28/04/2017 13:08:32

Io sono convinto che ci si abitua a tutto, col tempo non ci si fa più caso e tutto sembra normale: come se ci fosse sempre stato.

          Così io lo so, o meglio lo sento, questo paesino già povero di gente non era tanto deserto, tempo fa (qualche settimana? qualche mese? qualche anno?); eppure nessuno sembra farci caso ed anch’io ho l’impressione di abituarmi all’idea.

          E apparentemente non c’è niente di mutato, nel paesaggio attorno: solo le case che - anche se sono in buono stato come prima - ora ti accorgi da un non so che, che pare non ci viva nessuno. E le poche persone che incontri per strada, fanno fatica anche a salutarti. Pare che continuino a vivere, ma solo per se stesse.

          Poi – almeno a me – capita di vedere cose strane.

          Due mattine fa tiro su la persiana di camera mia e vedo, sui campi qua dietro, una specie di piccolo dirigibile, che evoluisce in modo strano. Era fatto come un dirigibile, appunto, ma sarà stato lungo non più di una ventina di metri; e l’involucro era mezzo di plastica bianca e lucida, l’altra metà tutto sfinestrato e trasparente, come il cellophane di certi pacchetti di alimentari.

          Dalle manovre che faceva si capiva che era in difficoltà: perché andava di qua e di là, ma con dei cambi di direzione che nessuno se li sognerebbe, in un veicolo del genere; e poi non riusciva ad alzarsi di più che qualche decina di metri dal suolo. Alla fine, quando ormai era vicinissimo a terra ed era chiaro che non poteva più farcela, è andato giù pian piano, negli ultimi metri, ondeggiando come una foglia secca; e, all’ultimo momento, tutte le parti si sono ripiegate su se stesse, fino a far venir fuori una struttura simile a quel marchingegno, il LEM, che nel 1969 scese sulla Luna.

          Una volta che si era piantato così goffamente al suolo – e finalmente facendo un po’ di rumore – si apre un portello in alto e se ne esce un tizio, in tuta lucida, una via di mezzo fra quella di un pilota e quella di un motociclista, anch’essa bianchissima; si toglie il casco e appare una faccia giovanile e sorridente. Lui mi guarda e mi fa, scendendo la scaletta: “Beh certo, è un po’ da perfezionare… Non è così facile tenerlo su, ancora.”

          E io: “Ma come fa a farlo muovere così?”

          Quello mi fa cenno di seguirlo, sempre con quel sorriso aperto e rassicurante: “Se vuole saperlo, mi venga pure dietro: il laboratorio è proprio là in fondo.”

          Lo accompagno e arriviamo dopo qualche centinaio di metri a un parallelepipedo basso e bianchissimo costruito quasi sotto l’argine del fiume che passa per di qua: un laboratorio non grande ma pieno di sale pulitissime e vuote di gente, solo computer e tantissima luce. Dentro ci si muoveva uno scienziato (lo si capiva dal camice), un uomo anziano basso di statura e con tanti capelli bianchi, un sorriso aperto e rassicurante.

          Cortesissimo, mi ha spiegato diverse cose; ma che io sia dannato se adesso me le rammento.

          E poi, chi se lo ricordava che lì c’era un laboratorio per esperimenti di aeronautica? A me sembrava che fino al giorno (alla settimana? al mese?) prima, ci fosse una vecchia porcilaia.

          Ma farò l’abitudine anche a questo. Come al paese ormai deserto, la maggior parte andata via. O forse morta? Non so perché, ma ho l’impressione che in molti siano morti… Questo paese con le botteghe vuote, ancora con i generi in vendita esposti alle vetrine e non un granello di polvere. Le poche persone che t’incontrano per strada e ti passano via senza dirti niente, anche se ti guardano, se ci guardiamo.

          Curvi e affaticati, perlopiù. Forse anch’io appaio curvo e affaticato. Ma non abbiamo nulla da dirci.

          Tornando indietro da quel laboratorio, son passato davanti ad una delle poche case ancora abitate. Ci vive una vecchia, è una delle poche persone che ancora parla un po’, almeno con me. È una di quelle vecchiette sempre attive, non molto alta, vestita quasi sempre di bianco - o se no, di chiaro - tanti capelli bianchi, un sorriso aperto e rassicurante; quando la incontro mi viene in mente la nonna dei cartoni animati che in casa ha Titti.

          Salgo da lei e parliamo un po’, mi mostra le sue piante, che cura con grandissima attenzione; confesso che ce ne sono di strane, che non mi ricordo di aver mai visto; del resto gliene avevo appunto portate un paio, che avevo raccolto tornandomene da quel laboratorio; e non chiedetemi perché erano strane: in fondo erano solo piccoline, con qualche fogliolina verde, impolverate; malridotte come se avessero avuto poca acqua. Ma, onestamente, io le sentivo strane, come se nemmeno quelle le avessi mai viste prima.

          La signora mi ha offerto un the, mentre si parlava, mi ha ringraziato molto per quelle due piantine, che adesso – mi diceva – stanno crescendo una meraviglia; poi mi ha congedato, sempre con quell’amabile sorriso aperto.

          Sono tornato a casa – che poi è poco più in là, dall’altra parte della strada – in questa giornata di sole, nessuna persona in giro; nessun’auto, nessuna bicicletta.

          Nessun rumore nemmeno dal viadotto dell’autostrada a un paio di chilometri da qui; e sì che giurerei che una volta il traffico si sentisse di continuo, specie quando il vento soffiava da quella direzione.

          Da quanto tempo (un giorno? una settimana? un mese? anni? da sempre?) sarà così, ormai? Non importa; ci farò l’abitudine.


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