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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Strage di passaggio

di Filippo Di Lella
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Pubblicato il 07/03/2019 21:40:22

Lungo il fiume l'acqua scorre tra rocce e fango, gli alberi sembrano dipinti sullo sfondo di alcuni campi abbandonati a loro stessi.
Due cani sul balcone abbaiano ai piccioni, una tenda sventola, qualche dio ha appeso un'arancia matura al finire dell'orizzonte.
La dolce malinconia di fine estate si riflette negli occhi di una ragazzina vergine capitata in questo angolo di bar chissà per quale caso, quella malinconia s'avverte come un venticello fresco che fa venire un brivido e un accenno di pelle d'oca.
Il vecchio giacca-blu sta seduto nell'angolo tra la parete e un frigo-vetrina così vuoto da richiamare i demoni della miseria, ha la testa reclinata e russa stringendo in una mano il calice di rosso mezzo pieno che l'ha steso, sul suo viso le lacrime di tempi felici e i solchi d'una vita fatta d'attese e rimpianti.
Mi sembra di vagare, mi sembra che le facce siano paesaggi, so che c'hanno maledetti, so che c'hanno maledetti.

Volano le mosche, cola tempo aracione sulle pareti.
Il terzo giro mi pesa come una montagna d'amianto sulle mie spalle d'argilla; nella veranda l'aria gira poco, accendo una sigaretta.
Non mi abituerò mai a vedere la camionetta dei militari all'angolo della piazza, poco lontano dalla magnolia, la stessa magnolia che un giorno venne rubata, ma quella è un'altra storia...
Poi succede, è un attimo: un bimbo corre verso i militari, li raggiunge e poi l'esplosione; in un attimo la scena s'infuoca non solo di tramonto, volano schegge di vetro, finisco seduto col culo sulla sedia coprendomi gl'occhi, mi fischiano le orecchie, tutto il mondo è un fischio e la ragazzina vergine s'è infilata sotto al tavolo così in fretta che nemmeno un fulmine. In mezza piazza ci sono arti mozzi, sangue e rottami vari, quel che resta della camionetta brucia con la dovuta calma. La magnolia ha perso qualche ramo e un paio di foglie fumano esauste sul bordo marmoreo e scheggiato del vaso.
Si sentono sirene da lontano.
Rientro, prendo un'altra birra, giacca-blu ha riaperto gl'occhi e sembra c'abbia visto l'abisso d'un inverno russo di cinquant'anni fa; Frank mi chiede se questa ho intenzione di pagarla, gli rispondo che prima è meglio se vado a vomitare.

A quanto ne so tutti muoiono, a quanto ne so poche cose sono a prova d'esplosione e se devi pagare il conto è meglio farlo a cuor leggero, in fondo, il fiume scorre sempre limpido tra rocce e fango, tra gl'alberi dipinti sullo sfondo di campi abbandonati e, se hai fortuna, te ne vai nella dolce malinconia di fine estate che si riflette negl'occhi d'una vergine col ricordo di bei tempi che cola con le lacrime d'un vecchio mentre il mondo s'infiamma d'un fischio e dell'oro d'un tramonto.
In fondo siamo solo ciò che siamo e il cielo c'ha già maledetto col suo peso a tener su il mondo degli dèi.

Vorrei solo non dover segnare anche questa sera. Vorrei solo non arrugginire, vorrei non aver veduto.

Il vecchio s'alza piano e se ne va, dietro ai suoi passi una ragazzina vergine capitata là per chissà quale caso, va così e scende il buio riscaldato per davvero dal fuoco dei bambini.

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