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Scrivere per non morire

di Alessandra Ponticelli Conti
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Pubblicato il 08/03/2021 10:23:29

(Dal mio diario)

Domenica mattina. Mi vesto in fretta ed esco.

In cortile la mimosa è già fiorita. Rifletto sulle parole della signora che ho appena incontrato in ascensore.

"A volte fare una scelta è terribilmente doloroso, non crede?"

Già! Come darle torto.

Le domeniche di questi tempi si somigliano tutte, un po' come le famiglie felici di Tolstoj, penso.

Metto in moto. Parto.

Peccato che abbiano tagliato quel cipresso secolare, mi dico. A mia madre sarebbe preso di sicuro un colpo.

Ogni volta che in giardino si potava un albero succedeva l'inferno.

Chissà come saresti avvilita ora che la pandemia non ci consente di uscire sempre. Due infarti, un intervento a cuore aperto, eppure non riuscivamo a tenerti in casa. Nemmeno d'inverno.

Certo che ci hai fatto proprio dannare, mamma!

 

Devo ricordarmi di comprare le sigarette.

"Non fumare" dice mio fratello ogni volta che ci vediamo.

Ma con tutte le specializzazioni che esistono, proprio l'otorinolarigoiatra dovevi fare? 

Sorrido.

La mattinata è bellissima.

Raggiungo Settignano. Il bar nella piazza è aperto. Scendo.

Visto dal basso il cielo sembra terso. Che dire? Ci vuole un gran coraggio a credergli.

Bastardo!

Non è mai abbastanza per te, eh? Un giorno o l'altro però dovrai pur deciderti a dirmi che cosa ti ho fatto per odiarmi così tanto.

Sai che ti dico? Che con me hai proprio sbagliato indirizzo. Perché io non mi arrendo...

 

"Buongiorno" dice Paolo.

Paolo è il barista. Lo conosco da una vita.

"Ne usciremo mai?" Chiede con quei suoi occhi che somigliano a due punti interrogativi.

"Ha notizie del suo amico?" Domando.

"Dicono che sia ancora in terapia intensiva." Risponde, mentre mi prepara il caffè da portare via.

Cala il silenzio.

Entra una donna anziana. E' vestita di rosso. Ride.

"Avete guardato Sanremo? Che pena la gioventù di oggi!" Esclama.

Paolo fa una smorfia con le labbra e si gira dall'altra parte.

"Se non sbaglio lei, signora, ha una figlia?" Mi chiede.

"No, signora, si sbaglia. Un figlio. Io avevo un figlio."

Cala di nuovo il silenzio. E questa volta di tomba. 

Pago, saluto ed esco.

Mi guardo intorno. La città ha una faccia di bronzo, quasi come il cielo che è sempre più terso.

Dall'altra parte della strada, una donna un po' rattrappita mi osserva.

Ho caldo, mi tolgo la sciarpa.

La donna ha occhi sporgenti e una spilla attaccata sul bavero della giacca. Chissà chi gliel'avrà regalata. Suo marito? Suo figlio?

M'incammino verso la macchina. Accanto non ho nessuno.

 Abbasso la mascherina, bevo il caffè e dalla tasca prendo una sigaretta. L'accendo.

 Più in là un uomo anziano scuote la testa.

Pare che voglia dire: "non le piace vivere a lungo?"

Se devo soffrire troppo, no, non mi piace affatto.

E' ora di tornare a casa. E' ora di rimettersi a scrivere.

Scrivere per non morire. Non morire dentro.

Metto in moto. Riparto.

Sono arrivata.

In cortile una luce argentea illumina le foglie degli alberi e dei cespugli.

Sai che è vero? Penso. Le domeniche di questi tempi si somigliano tutte, un po' come le famiglie felici di Tolstoj. 

 

 


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