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Narciso

di Costanzo Rapone
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Pubblicato il 14/04/2021 12:27:58

NARCISO

 

 

-Alberto Mariiiaaaa! – La mamma aveva una voce cavernosa e un po’ rauca. Si ostinava a chiamarlo Alberto Maria e lo faceva in un modo curioso che lo mandava in bestia. Partiva con la voce bassa fino ad arrivare alla “i” di Maria, aumentava allora di intensità raggiungendo un picco nasale che rimaneva costante quanto il tempo che lui impiegava a rispondere, per poi acquietarsi nuovamente trascinando la “a” fino a farla morire in un bisbiglio: quasi il nitrito di un cavallo asmatico.

 

Il cognome era Alberti: un vero pasticcio.

 

Alberto, perché tua madre ti chiama anche Maria? Sei Alberto o Maria? Perchè ti hanno chiamato Alberto? Lo sapevano che ti chiamavi Alberti…Da bambino, i compagni di scuola non gli avevano dato tregua.

 

Acqua passata. Ora il nome Alberto Maria Alberti faceva un gran figura sul biglietto da visita. Alberto Maria Alberti  - Psichiatra  - : aumentava il distacco con il paziente, che si afflosciava sulla poltrona e pagava senza fiatare.

 

Va bene  i pazienti, ma per sua madre era Alberto e basta perché Alberto Maria era un bambino imbranato con i pantaloni alla zuava di velluto blu, che a giugno inoltrato correva appresso al pallone saltellando come un canguro per non rovinare le scarpe di vernice  e che sudava come una bestia dentro la dolce vita di seta grigia: così elegante sul pantalone blu!

 

-Sto uscendo! Non c’è bisogno di gridare! – La “i” del suo nome, pronunciata dalla madre, aveva una frequenza capace di fracassare i vetri, provocare valanghe, scuotere il sistema nervoso. Molti dei suoi pazienti avevano una madre come la sua.

 

Puntò gli indici sugli zigomi e spinse la pelle all’indietro fino a far sparire le rughe che segnavano gli angoli della bocca. Rimase un attimo a guardarsi allo specchio: il lifting poteva essere una soluzione temporanea, ma sarebbe arrivato il giorno in cui tutta la pelle arrotolata dietro le orecchie non sarebbe bastata.

 

Fece un passo indietro per guardarsi in tutta l’altezza, gonfiò il muscolo del tricipite e si girò di fianco. Puntava il piede indurendo il polpaccio in una posa da culturista, quando vide sua madre nell’angolo dello specchio.

 

-Mamma! Te l’ ho detto mille volte: questa è casa mia. Se vuoi venire a trovarmi devi passare dalla porta e suonare il campanello! Non entrare dalla finestra. Se continui così cambio casa. –

 

Alla morte del padre, la grande casa in cui era nato era stata divisa in due: camere e salone di rappresentanza per lui, cucina e lavanderia per sua madre. Ingressi indipendenti e balcone in comune.

 

A vederlo così, a sua madre venne da piangere: quasi quarant’anni, capelli a zero, bandana rossa, occhiali a specchio appoggiati in testa e quel costume indecente, lucido ed aderente come una seconda pelle con lunghe bretelle che lasciavano libera all’aria la folta peluria nera di cui aveva coperto il torace, la schiena e le spalle. Quasi una scimmia, non fosse stato per il fisico armonioso e quel bel viso rotondo con grandi occhi dolci castano chiaro: gli stessi del padre. Era così bello da bambino, pensò la mamma suo malgrado, mentre asciugava con le dita le lacrime che le rigavano il volto.

 

-Oddio! Adesso la tragedia!! Mamma per favore! Dicevo per scherzo…Dai che non cambio casa…-

 

Sua madre avrebbe voluto dirgli che non le importava dove viveva ma come viveva: senza regole, senza famiglia, senza veri amici o amiche, senza amore per nessuno all’infuori di sé. Anche il lavoro era ridotto al minimo indispensabile a finanziare sport estremi, viaggi esotici, orologi d’oro, beauty farms e donne: tutto consumato in fretta alla ricerca continua della novità di cui Alberto Maria aveva una fame ossessiva.

 

Con Alberto Maria aveva sbagliato tutto: perché lui era bello, perché lui era bravo, perché non era colpa sua, perché era solo un ragazzo e andava aiutato.

 

-Adesso scusami. - Tagliò corto Alberto Maria accompagnando la mamma alla porta.

 

-Copriti che fa freddo…-

 

Doccia, crema idratante, una spruzzata di profumo.

 

Camicia bianca di sartoria aperta sul petto, pantalone di cotone blu, mocassino di camoscio e catena d’oro al collo.

 

Si guardò allo specchio per controllare l’effetto dell’abbronzatura sulla camicia bianca. Niente male pensò, scoprendo denti e gengive. Soffiò sul palmo della mano e soddisfatto del profumo di menta che emanava il suo alito, si diresse verso la cassaforte da dove tirò fuori un astuccio di cuoio con cinque orologi. Messo al polso un cronografo subacqueo in oro con il quadrante blu, prese le chiavi della macchina ed uscì di casa.

 

Ogni sera, al tramonto, c’è un attimo in cui il tempo si ferma: il profilo di cupole e pini marittimi della città resta impresso come un ricamo nell’aria fiammeggiante di arancio, rosso e viola. Il blu della notte incornicia l’immagine e la Roma del Papa Re appare in tutto il fascino immortale che ha ammaliato nei secoli, poeti, soldati, rivoluzionari e viaggiatori del Gran Tour .

 

Il canto delle cicale, di cui l’aria era piena, copriva ogni altro suono e la spider di Alberto Maria filava in silenzio attorno ai giardini della Mole Adriana. Alberto Maria aggiustò la posizione sul sedile gustando la facilità con cui i calzoni di cotone scivolavano freschi sui sedili di pelle. Guidava veloce, le braccia tese sul volante, vibranti d’asfalto.

 

Curva a destra, curva a sinistra. Di nuovo a sinistra tagliando la curva. Giù attraverso gli archi del passetto di borgo. A tutta velocità sui sampietrini e poi sparato nel sottopassaggio verso trastevere. E’ ora di cena, pensò con soddisfazione: tutti “a magnà”. In un attimo sono a testaccio. Gran figa Tatiana. Tutte Tatiana le Russe. O è Ucraina? Grande pure Tony, che  fatto i provini a lei ed all’amica e mi ha telefonato. Stasera prova generale.

 

Pestò sui freni come un pensionato in gita domenicale. L’uscita del sottopassaggio era chiusa da un muro di macchine in fila. Blocca, sblocca: l’ABS fece del suo meglio, ma una frenata ignorante come quella non se l’erano immaginata nemmeno i tecnici tedeschi al momento del collaudo in pista. La macchina si fermò ad un centimetro dalla fila. Qualcuno fece un fischio. C’era una gran puzza di freni e la camicia di Alberto Maria mostrava due grandi chiazze di sudore in prossimità delle ascelle.

 

Alberto Maria sentiva addosso gli occhi della gente che si era girata a guardare l’incidente. Accese lo stereo ed infilò un chewingum in bocca. Peccato aver smesso di fumare, pensò. Tutto bloccato: un tappeto di macchine strombazzante di cui non si vedeva la fine. Al lato, un fiume vociante e colorato di gente di ogni età: Noantri.

 

- Cazzo! Tutti gli anni la stessa storia.- disse tra i denti Alberto Maria picchiando stizzito il volante con la mano.

 

Già gli sembrava di sentire l’odore disgustoso di wurstel, pizzette e porchetta scaldati sulla piastra, gli altoparlanti gracchianti delle bancarelle del tiro a segno, i megafoni dei sindacati.

Noantri! Sembrava aspettassero tutto l’anno per riversarsi nelle strade. Lui in tuta da ginnastica, lei fianchi e pancia straripanti dalla minigonna jeans con cerniere e bulloni. I piccoli, con le bandiere rosse, il fischietto e lo zucchero filato in mano. I più anziani, rigorosamente in calzoncini corti, canotta di lana, calzini bianchi e ciabatte di plastica.

 

 Dopo aver masticato furiosamente il chewingum per cinque minuti, Alberto Maria regalò agli spettatori un altro brivido: venti metri in retromarcia a seimila giri, sterzata, testa coda  e parcheggio con sgommata. Dennis, l’ex pilota di rally che gli aveva insegnato a guidare a quel modo, sarebbe stato orgoglioso di lui. Frenata esclusa.

 

-Tony…No, non ce la faccio…E’ tutto bloccato…la Festa de’ Noantri…Cosa? Significa: noi altri….Lascia perdere…Senti, venite voi verso di me: lascia la macchina a Porta Portese e prosegui a piedi. Ci vediamo a Santa Maria in Trastevere. Si… Chi arriva prima aspetta. Ciao.-

 

Tirò giù l’aletta parasole e si diede un’occhiata allo specchio. Gran cosa l’abbronzatura, pensò. Copre le rughe che è una meraviglia. Tatianona bella, aspettami…! Si alzò fischiettando, chiuse la portiera e tirò fuori dal portabagagli una specie di matassa di alluminio che trasformò  in bicicletta con poche, abili mosse. Si allontanò infine come un orso da circo, sotto gli occhi increduli di un gruppetto di ragazzi, ancora intenti a commentare la manovra di parcheggio.

 

Le campane suonavano a stormo quando la Madonna Fiumarola fece il suo ingresso in Piazza Santa Maria in Trastevere. Si dice che la processione non fu interrotta neppure sotto il bombardamento di San Lorenzo, durante la seconda guerra mondiale, quando i trasteverini portarono la Vergine in processione, al buio ed a piedi scalzi. Non erano certo quattro disperati finti No Global che potevano intimorirla. I ragazzi, ubriachi, erano intenti a sfasciare la vetrina di un bar. Si girarono a guardare la Vergine come i magi verso la stella cometa. e prima che potessero muoversi ancora, la Celere li aveva già impacchettati e portati via.

 

La gente prestò poca attenzione all’episodio. L’aria vibrava d’estate, spensieratezza e voglia di divertirsi. Alberto Maria fece un rapido calcolo: madonna e baldacchino erano non meno di una tonnellata e mezza, i portatori erano trenta. La Madonna arrivava in barca da Ponte Sant’Angelo fino a Ponte Garibaldi e poi in spalla fino a Piazza Santa Maria in Trastevere passando da Via della Lungaretta: meno di un chilometro a piedi ma con cinquanta chili a testa sulle spalle. Giovani e vecchi insieme, muovevano i passi cadenzati come un grande millepiedi. I due a destra si assomigliavano, forse erano padre e figlio. Il Padre, avanti, dava il ritmo aprendo la strada ed il figlio teneva dietro, pronto a sostenerlo al primo inciampo.

 

Alberto Maria si guardò attorno nervoso. Forse Tony ci aveva ripensato ed ora era solo a spassarsela con le due russe.

 

Al diavolo Tony e le russe. La piazza era piena di gente che si divertiva.

 

Solo! Pensò. Come gli inglesi, gli americani, i tedeschi, che girano da soli e se ne fregano… 

 

Si ricordò di quando da ragazzo, prima di scendere in spiaggia, guardava per individuare il posto giusto per piazzare l’asciugamano. Bionda, alta, jeans e maglietta aderenti e…Fucsia! La ragazza si piegò per raccogliere la bottiglietta dell’acqua che le era sfuggita di mano lasciando fuori dai pantaloni metà del sedere, appena disegnato da un perizoma fucsia. E soprattutto sola, pensò Alberto Maria avvicinandosi. Americana di sicuro.

 

Le campane si erano quietate e subito la banda dei vigili urbani aveva attaccato un marcetta militare, tutta timpani e ottoni, che sembrava essere il vero motivo delle lacrime della Vergine. Istintivamente i portatori avevano preso a marciare e la Vergine pareva pronta a spiccare il volo da un tappeto elastico. La scena era ridicola e giustificava ampiamente un commento

 

-This is quite a music for the Virgin Mary…I swear she wasn’t crying before…- disse a voce alta Alberto Maria girando appena lo sguardo per accertarsi che la ragazza lo avesse notato. C’era molta gente che si accalcava per arrivare alla prima fila dove la gente allungava la mano per toccare la Vergine o per lasciare un’offerta. Quando la statua si fece più vicina, la spinta fu tale che Alberto Maria finì addosso alla ragazza in jeans.

 

-I am sorry…- disse Alberto Maria simulando imbarazzo.

 

- Aho! Che tocchi? Guarda che so de Trastevere e vedi de falla finita che si nun te ne vai via subbito chiamo l’omo mio che t’aprer culo comen portone. Ma vedin po’ che ggente…-

 

Non è americana, pensò Alberto Maria allontanandosi velocemente dalla ragazza che già faceva cenno ad un energumeno pochi metri più avanti.

 

Tony dove cazzo stai!

 

Alberto Maria fece due passi e si fermò a Largo San Giovanni de Matha dove sul palco, sotto lo striscione “Come ‘na vorta a Trastevere” un attore declamava i sonetti del Belli. Rimase un po’ ad ascoltare. Erano divertenti: tutti su medici, pazienti ed ospedali. L’ultimo “Er rimedio der cazzo” gli fece passare la voglia di cercare Tony e le due Russe. Il protagonista “avanti d’infrugasse Dorotea” pigliò un po’ di budello d’agnello e “se conciò l’uscello”, ma il rudimentale preservativo non servì ad evitargli “marfrancese scolazzione e ggomorrea” e “s’empì” di “pulenta e dde tinconi”.

 

Alberto Maria se lo sentì sparire nelle mutande.

 

- Se riempì de pustole e bubboni! – tradusse graziosamente con una risata catarrosa il signore che gli era a fianco: vero estimatore del Belli. 

 

C’era vicino a lui un ragazzo. Aveva la faccia butterata dall’acne, un naso aquilino enorme, i capelli unti. Rideva felice stringendosi alla sua ragazza: una cicciona con la faccia suina e le labbra sottili, su cui era disegnata con il rossetto la bocca carnosa che avrebbe voluto avere. Li immaginò a letto mentre facevano l’amore ed ebbe quasi un conato di vomito. Cercò di immaginare come potesse essere la vita di uno che tutte le mattine si sveglia con quella cicciona nel letto, va in bagno a pisciare e vede quella faccia allo specchio. Uno che scivola in mezzo alla folla cercando di passare inosservato perché sa di avere un aspetto ripugnante e che un bel giorno decide che il mondo fa schifo e che lui ne è la prova vivente e allora incomincia a godere della sua bruttezza; decide di non lavarsi, di indossare per giorni la stessa camicia di poliestere fino a puzzare di formaggio rancido. Lo immaginò mentre gli si avvicinava e gli si sedeva al fianco fissandolo negli occhi per godere della smorfia di disgusto provocata dal contatto con il suo essere ripugnante. Si sfilò dalla folla, che d’un tratto immaginò coperta di bubboni purulenti.

 

Passeggiava lento con le mani in tasca gettando l’occhio sulle vetrine scure dei negozi, che gli restituivano l’immagine rassicurante di un uomo elegante, slanciato e ben vestito. D’un tratto, l’odore intenso dell’aglio appena soffritto gli solleticò l’appetito. Il cuoco, dietro al bancone,  faceva saltare gli spaghetti aglio, olio e peperoncino su una enorme padella. Di lato, una bella ragazza, con un seno florido ben esposto sul balconcino quadrato del costume da locandiera dell’ottocento, spillava vino bianco ghiacciato dei castelli romani. Quando il cuoco prese una manciata di prezzemolo fresco tritato fino e lo spruzzò sugli spaghetti dorati, Alberto Maria decise che avrebbe cenato da solo: al diavolo Tony e le russe.

 

I tavolini erano di legno con la tovaglia bianca di carta. Alberto Maria aggiustò tavolo e sedia, in cerca di un equilibrio precario sui sampietrini sconnessi, si versò un bicchiere di vino e fece cenno alla bella locandiera.

 

-Hai un costume splendido. -

 

-E’ quello tradizionale che indossavano le contadine della campagna romana nei giorni di festa. E’ una manifestazione organizzata dal comune di Marino. Spaghetti?-

 

Alberto Maria avrebbe voluto approfondire usi e costumi della campagna laziale, ma la locandiera era già sparita con la sua ordinazione mentre altre ragazze vestite come lei sfilavano nella piazza antistante. Pastori e contadine si fronteggiavano su due linee. Uomini e donne si muovevano simmetricamente, al ritmo del tamburello: un passo avanti sollevando indietro l’altro piede, poi un passo indietro, uno a destra ed uno a sinistra. Le due file si sovrapponevano a tratti l’una all’altra come i battenti di un telaio. L’uomo e la donna ballavano guardandosi negli occhi. Lei, mano sinistra sull’anca, apriva e chiudeva con la destra il grembiule, accompagnando il movimento con una leggera estensione del busto. Era un corteggiamento che sembrava nascondere nella forma imposta dall’uso, una passione intensa, primitiva e carnale.

 

Gli spaghetti erano al dente, piccanti e fragranti di prezzemolo. Il vino ghiacciato scivolava giù a spegnere la sete ed Alberto Maria incominciava a sentirsi uno de Noantri. 

 

Si era formato attorno ai ballerini un circolo di persone che battevano le mani assieme ai tamburelli. Alcuni, presi per mano dai ballerini, giravano vorticosamente, agganciati in una tarantella improvvisata. Il tavolo di Alberto Maria era in prima fila. Una bella contadina lo invitò ad alzarsi ed un attimo dopo anche Alberto Maria girava assieme agli altri agganciando ad ogni giro i fianchi di una donna diversa.

 

Niente male, pensava palpeggiando i fianchi della dama di turno, altro che quelle mosse disarticolate che fai da solo in discoteca.

 

-Dottor Alberti!-

 

I fianchi di Marina Casale erano larghi e rotondi. Aveva la schiena nuda lucida di sudore e gli sguisciò di mano come un’anguilla. Alberto Maria continuò a girare: una signora di mezz’età che puzzava di deodorante, un uomo, una ballerina, una bambina con gli occhiali e le lentiggini e, finalmente Marina Casale. La tenne stretta e la fece girare fino al suo tavolo.

 

-Signorina Marina Casale. – disse con voce da medico, simulando lo sforzo di memoria.

 

-Marina e basta. Guarda che non sono una tua paziente. – Capelli neri, pelle bianchissima. Le  sopracciglia ben marcate ed il naso, lungo e sottile, le davano un’aria decisa ed impertinente. La bocca era invece grande e sensuale.

 

-Non lo sono mai stata. Mi serviva per la tesi…- aggiunse, pronta a spiegare.

 

Alberto Maria  era senza fiato ed avvampava in volto. Voleva fare il fico e stava per fare una figura da coglione. Bofonchiò un: cosa vuole dire, non capisco….Se ne rese conto mentre pronunciava quelle parole. Lei! Le stai parlando in terza persona! Vecchio rincoglionito che non capisci un cazzo! Questa ti ha preso per il culo per tre mesi e tu gli dai del lei.

 

- Ma come, non te ne sei accorto?- disse Marina con un sorriso senza malizia. Alberto Maria era nel pallone. Pensò alle ricette di antidepressivi che aveva firmato, poi ipotizzò un disturbo del pensiero di origine schizofrenica, infine concluse che era ubriaco e che non glie ne fregava un cazzo.

 

-Le medicine che…-

 

-Ma no… – disse ridendo – Non ho  preso nulla…Mica sono scema. – Già, mica è scema. Alberto Maria pensò a quanto fosse sottile la linea che divide il medico dal paziente, la mente sana da quella malata.

 

- Sei carino a preoccuparti di me. – abbassò gli occhi giocherellando con una forchetta.

 

-Non vuoi sapere come sono arrivata da te? Beh! Stai a sentire che te lo dico. - aggiunse senza dargli tempo di rispondere.

 

-Abito vicino a Villa Pamphili e ti vedo passare in bicicletta quando vado a fare jogging. Ci ho messo un po’ a riconoscerti. Come ti conci quando vai in bici!? Ho delle amiche a medicina e ti avevo visto all’università. Allora mi sono detta, se proprio ci devo andare meglio questo in calzoncini e bandana piuttosto che uno di quei vecchi bavosi che ti sdraiano sul lettino e ti guardano le cosce mentre ti chiedono a che età hai incominciato a masturbarti.. E tu?-

 

-Io cosa?-

 

-Beh, non lo so. –

 

-Io le cosce non te le guardavo. –

 

-No, hai ragione, non sembri proprio uno psichiatra. –

 

-Io mi faccio una media. La vuoi pure tu? – disse Marina fischiando alla cameriera.

 

- OK, ho capito, niente birra, mezzo litro di Marino va bene. Offro io, mi devo far perdonare. -      

 

  -Non rispondi al telefono?- Alberto Maria, pensava alle cosce di Marina che non erano le cosce di una paziente ed ora le poteva guardare quanto voleva.  Marina e basta. Prese il telefono, lo spense e lo mise nuovamente in tasca.

 

- E se fossi stata io a chiamare? Magari in preda ad una delle mie crisi di pianto…Marina rideva. Quello era stato uno degli argomenti ricorrenti durante le sedute. Alberto Maria aveva preso appunti.

 

- Ok scusa.- disse poi ricomponendosi.

 

-E ora? Come ti senti ora? – Imbecille, pensò Alberto Maria. Come vuoi che si senta? Sta bene, te lo ha detto, ti ha preso per il culo!

 

-Bene… - Marina si fece seria.

 

-Perché mi guardi così? – Che fa? Non mi crede? Forse c’è veramente qualcosa che non va.  

 

Alberto Maria la guardava incantato. Sembrava essere alla ricerca di chissà quale sintomo ed invece era solo ubriaco e lei una ragazzina. Marina rideva per qualsiasi cosa e parlava ininterrottamente pronunciando le vocali aperte, con le labbra carnose schiuse come i petali di un fiore.  Infilava e sfilava dal dito una sottile fedina d’oro bianco e pavè. Muoveva la testa ravviandosi di continuo i capelli da un lato e dall’altro come in cerca dell’inquadratura giusta. Era bella perché era giovane. Non rideva di lui. Era estate, stava per andare in vacanza con gli amici, la mattina dopo si sarebbe svegliata a mezzogiorno.  Rideva e basta.

 

Tony era al centro della piazza, in cima alla gradinata, abbracciato alle due russe: una mano sul seno a destra, mentre baciava la guancia dell’altra a sinistra. Incrociò lo sguardo di Alberto Maria ed alzò un braccio per farsi vedere. Prima che Tony si avviasse a raggiungerlo, Alberto Maria si alzò facendogli segno di aspettare.

 

-Marina, mi devi scusare, devo andare…- Marina lo fissò stupita. Sembrava una bambina.

 

-Ho fatto male a spegnere il telefono. - Mentì Alberto Maria.

 

-Devo richiamare. Vado a cercare un posto tranquillo e ne avrò per un po’.-

 

Marina lo immaginò in ospedale, con il camice. Non le importava se la mollava così, al tavolo. Può succedere. Peccato, le sue amiche stavano per raggiungerla.    

 

                                               -------------------------o------------------------------

 

 

Un spiffero d’aria gelata finì di asciugare il sudore di quella notte d’estate. Alberto Maria rabbrividì cercando con mani tremanti la chiave del cancello. Dormivano tutti: Noantri, Tony, le russe, Marina, le cicale…Era rimasto solo. Aveva la camicia aperta fino all’ombellico ed il collo macchiato di rossetto. Il sangue gli pulsava nelle tempie in cerca d’una via d’uscita ma l’ascensore era troppo piccolo, la testa troppo grande. Appoggiò la fronte sullo specchio in cerca di un po’ di sollievo. La luce gialla della plafoniera dava forma ai suoi occhi gonfi disegnando sul volto due semicerchi scuri e flosci.

 

E’ così che mi dovresti vedere, Marina. Era tanto tempo fa. Ho continuato a ridere, come ridi tu. Continuo a giocare, perché il tuo gioco è anche il mio. Sono diventato bravissimo e non è più divertente.  

 

Quando aprì la porta del suo appartamento, volarono in aria fogli di carta assieme a foglie secche ed aghi di pino. Prima che Alberto Maria riuscisse a chiudere la finestra del balcone, anche un vaso di fiori si rovesciò a terra e sua madre era lì, girata su un fianco, vicino all’armadietto delle medicine.

 

Non serve essere medico per riconoscere una maschera vuota. La gonna, tirata giù da un lato, lasciava scoperto un gluteo: non aveva mai imparato a fare le iniezioni. Aveva paura di sbagliare, diceva che le sue natiche non erano come le arance su cui Alberto Maria le diceva di esercitarsi e che alla fine, se anche fosse stata un’emergenza, se anche l’infermiera fosse stata irreperibile e la badante in vacanza, c’era sempre lui, suo figlio: Alberto Mariiiia! E’ solo un’iniezione!                                 

 

A terra, il telefonino di sua madre era vivo e continuava a lampeggiare: Alberto Mariiia! Alberto Mariiia! Alberto Mariiia! Alberto Mariiiiiiiiia!

 

Non lo avrebbe più chiamato. Non sarebbe più entrata in casa dal balcone per offrire il tè alle sue pazienti. La casa tutta per sé...?

 

Si inginocchiò e ricompose la gonna indosso alla mamma. Da bambino, le solleticava i fianchi per liberarsi dal suo abbraccio. La guardò. Erano passati trent’anni ed erano trent’anni che non la guardava a quel modo. Era dimagrita. I capelli, di un colore diverso, ora crescevano bianchi. La pelle si era assottigliata e luccicava di crema.

 

Alberto Maria fece scorrere le mani sui pantaloni in cerca del suo telefono, mentre le ultime lacrime di bambino gli rigavano il volto.  

 

L’elenco delle chiamate non risposte scorreva in silenzio sovra impresso sul suo volto: il sorriso di plastica, lo sguardo ammiccante impostato dal fotografo. I numeri, liquidi delle sue lacrime, si mescolarono l’uno con l’altro mentre pigiava furiosamente sul telefono. Dal primo all’ultimo e poi di nuovo da capo. Sempre lo stesso sorriso. Uno ad uno scomparivano tutti. Li conosceva a memoria. Il numero di sua madre era quello più ricorrente. E nello schermo del telefono, quello della foto continuava a ridere, insensibile al suo dolore, ignaro degli altri, pieno solo di sé.

 

 


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