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Lampi

di Teresa Cassani
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Pubblicato il 02/11/2021 17:30:24

LAMPI

Le cime dei monti cominciavano a velarsi di bianco, la pioggia battente dilavava i sentieri, intensificava il freddo della valle. Veniva il momento di riporre in cantina il bastone e il cestino: la stagione dei funghi era finita. A Michele sarebbe mancata la scoperta di quella meraviglia donata per secoli dalla terra odorosa, quel cibo che si offriva a tutti come manna, ma l’attendevano due mesi di sola scrittura a cui avrebbe ceduto volentieri.
Il memoir che aveva in mente era un percorso dentro l’esistenza e quello scavare nell’interiorità avrebbe identificato le esigenze del lettore. Si compiaceva del fatto che si trattava, in fondo, di un inno alla vita, considerando di essere giunto alla soglia dei sessant’anni senza risparmiarsi prove.
Inoltre, stava concependo un altro testo per neofiti, uno strumento col quale continuare a tenere corsi di scrittura.
Voleva dotare di quella pratica altri che avevano la sua stessa vocazione. In lui c’era l’indole del buon maestro incline a distribuire a piene mani quello di cui disponeva.
Pensava che la ripetuta presentazione di una sua opera in varie località italiane gli aveva dato la possibilità di conoscere persone bellissime, innamorate della vita e gentili, degne di essere oggetto di gesti generosi e salvifici.
Lui, che spesso, soprattutto durante le soste tra i boschi e gli scoscendimenti rocciosi, meditava in solitaria sulla propria natura ferina, propensa all’evasione dai sistemi sociali come il “lupo della steppa” di Hesse, non poteva fare a meno di trovare nell’entusiasmante verità dell’arte quell’amore per gli uomini in cui riconosceva l’ispirazione divina.
Tuttavia, se il suo contributo letterario determinava un coinvolgimento del pubblico, se i personaggi dei suoi testi venivano incontro plastici e familiari, la critica non manifestava, invece, alcuna considerazione. Lui avrebbe preferito al silenzio il dileggio per ogni uscita di un suo libro, ma diversi anni di scrittura erano passati sotto quasi totale silenzio.
Era un tarlo che rodeva dentro silenzioso e di ciò, da buon riminese figlio di una terra schietta, ne dava conto per alleggerirsi di un peso. Cercava anche di comprendere quella indeterminatezza dello sguardo che fa vedere, magari solo per lampi secondo l’insegnamento di Pascoli, la strada dentro la nebbia, dentro la coltre della semi invisibilità in cui siamo immersi.

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