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Tamerisco VII

di Salvatore Solinas
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Pubblicato il 22/11/2021 18:15:31

Il primo amore



Adelina diventava per me molto più di un’abitudine. Sono di indole solitaria, sono come quei vecchi manieri cinti dal fossato, con il ponte levatoio, i portoni di legno spesso rinforzato dal bronzo degli stipiti e degli scudi, tante file di mura. Assediare e prenderli è un’impresa impossibile. Eppure Adelina sembrava avere le chiavi delle porte; sembrava conoscere i tranelli nascosti, i cunicoli, i passaggi segreti per accedere al palazzo. Presto mi accorsi che i pomeriggi senza di lei erano vuoti. La mia birra solitaria e la lettura del giornale avevano perso di significato e di gusto. Quando lei diceva di non poter uscire, mi nasceva un sentimento mai provato prima, una specie di angoscia, di vuoto. In verità accadeva raramente che lei mi dicesse che quel pomeriggio aveva altri impegni inderogabili. Niente di male! Eppure di pomeriggio, mentre in autobus mi recavo al parco, mi nascevano nel cervello i dubbi: -Come mai non può? Forse è stanca di me? Forse ha conosciuto un altro!- .  Accusavo me stesso di essere stato noioso, di avere fatto qualcosa che l’aveva offesa e così via. Mi ridussi a comprare un cellulare per poterla chiamare in qualsiasi momento, per sapere dove fosse, capire dal tono della voce se fosse dispiaciuta veramente di non essere con me. All’appuntamento successivo avevo in tasca un piccolo regalo, un pupazzetto di legno smaltato o qualcosa di simile.

Nel parco c’erano bellissime piante latifoglie dal fitto rameggio lucido e nero, piante rare che i principi, cui era appartenuto il giardino, avevano fatto arrivare da ogni parte del mondo. Noi amavamo sederci sulla panchina al riparo di un antico cedro del Libano, una pianta gigantesca donata alla città da un sultano che era stato ospitato con le mogli nel palazzo del parco circa due secoli or sono. La pianta era cresciuta a dismisura in quell’habitat così diverso dalle rive africane, e faceva un bellissimo arabesco contro il turchese del cielo primaverile. Raccontavo ad Adelina in modo fantasioso e colorito della visita del sultano, dicevo che gli arabi sono molto munifici con le loro donne, ma molto esigenti e gelosi. Adelina ascoltava divertita e mi domandava quante donne sarei stato capace di soddisfare contemporaneamente. Ridevamo di quei discorsi che segnavano un periodo spensierato e felice della nostra esistenza, come sono i giorni in cui nasce l’amore. La nostra storia procedette secondo i canoni di tutte le storie d’amore: la invitai a cena a casa mia, fu la prima e unica volta che cucinai per lei. Era, infatti, una bravissima cuoca, soprattutto nei piatti a base di verdure. Faceva una zuppa di ortiche a dir poco deliziosa. Diceva per scherzo che raccoglieva le ortiche ai piedi del muro di cinta del cimitero, perché in quel posto crescevano più grasse, nutrendosi degli umori dei cadaveri. E poi proseguiva in tono non so più quanto scherzoso: “Almeno questo era vero alcuni secoli fa, quando mettevano i morti per terra, in casse di legno o dentro sacchi. Ora li mettiamo in loculi di marmo e cemento, sottraendoli alla catena alimentare, così sono morti due volte”. Era convinta che il mondo vegetale, non quello animale, fosse all’apice della creazione “Quanto vive un passero, un leone, un falco? Dove vanno a finire i loro corpi quando sono morti? Si macerano, sono assorbiti dal terreno e le radici delle piante li divorano. Ecco, le piante sono la fine della catena alimentare. Non gli animali! Le piante trasformano la luce in vita. Esse sono in comunione con il sole, in esse si incontrano il cielo e la terra”. Ascoltavo quei discorsi con devota attenzione, mentre lei con sapienti manine potava le camelie che Gina mi aveva imposto di tenere sul terrazzo. Accarezzava delicatamente le foglie, quasi a instaurare con esse una comunicazione tattile; staccava i boccioli che le povere piante, troppo cariche, non riuscivano a portare a maturazione. Io collaboravo riempiendo le bottiglie d’acqua necessarie a dissetarle. Quando facemmo l’amore eravamo tutt’e due emozionati. Ne venne fuori un pasticciaccio. Alla fine Adelina, con aria di confusa meraviglia disse: “Non sono sicura di non essere ancora vergine!”. Ridemmo abbracciati. Un uomo che fallisce ha dentro di sé un senso d’umiliazione che lo allontana dalla donna. Questa coltiva la frustrazione, se non addirittura il rancore, con la paura di non essere piaciuta. Si crea a volte un intreccio di incomprensioni che avviluppa e soffoca il rapporto tra due che pure si amano. Con quelle parole semplici e sincere Adelina aveva creato un’intimità profonda nella quale le difficoltà, i fallimenti, potevano essere condivisi e superati insieme. Una premessa indispensabile, pensavo, a un’unione duratura. Gli amplessi dei giorni che seguirono furono delle vere prove d’autore, in preparazione del capolavoro che non fu mai eseguito.




 

 


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