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Tamerisco VIII parte seconda

di Salvatore Solinas
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Pubblicato il 11/05/2022 11:25:14

 

VIII

 

Adelina scherza con l’aldilà



Michele scosse il capo senza fare alcun commento e i suoi occhi diventarono due fessure dove a stento penetrava la luce.

Quando ebbi finito di raccontargli della misteriosa telefonata di Coito e della mia sensazione di essere spiato nel buio, commentò che era incredibile. 

Si scusava ma non poteva parlare perché le indagini richiedevano segretezza. 

“Va bene, segretezza! Intanto io ne faccio le spese e tu non mi vuoi dire che cosa sta accadendo”

“Accade, accade che è un bel casino. Troppe persone si mettono in mezzo a cose che non le riguardano. Questo genera confusione.”

Davanti al gelato che si squagliava, gli occhi persi oltre la vetrata del bar, non ascoltavo più quello che Michele stava dicendo. Ero carico d’astio, odiavo quel suo tono professionale, disprezzavo il suo atteggiamento da burocrate della polizia.

Tre piccioni cercavano nel mezzo del mattonato arroventato dal sole qualche insetto che placasse loro la fame. Pensai che io, come loro, cercavo nelle fessure di quella triste vicenda o faccenda, come la definiva Cabrini, qualche vermiciattolo, un indizio che placasse la mia paura.

Michele, forse per compassione del mio stato, disse che avrebbe rivelato un segreto d’ufficio: aveva sulla scrivania un plico di carte in cui lettere, conti, certificazioni false mettevano in causa Mario Cabrini. Apparentemente importanti ma, a una lettura più attenta, non significavano nulla. Forse quelle carte erano la causa che aveva scatenato il casino. Forse c’era dietro un tentativo di ricatto. Cabrini tuttavia ne usciva pulito. 

Quando lasciammo il locale, Michele mi diede una manata sulla spalla e mi disse di stare tranquillo perché aveva una carta che per ora non poteva giocare. Non domandai in cosa consistesse perché era implicito nel discorso che tutto era segreto a causa dell’etica professionale, dei doveri d’ufficio.

Il pensiero di quella carta che Michele non poteva giocare mi tormentò per parecchi giorni. Ne parlai ad Adelina e lei diede la stura alla sua fantasia. Adelina era una specie di vaso di Pandora. Quando sollevavi il coperchio, ne uscivano meravigliose immagini, bellissime fiabe, racconti del terrore di cui lei stessa rabbrividiva. Rimettevo su il coperchio con poche parole del tipo: che immaginazione! Oppure: che sciocchezze, nessuno potrebbe crederci, siamo seri! Lei taceva per qualche minuto con aria offesa, poi ridevamo abbracciati. Fin tanto che eravamo capaci di ridere e divertirci insieme, le cose andavano bene e la nostra unione filava liscia e forte attraverso le vicende burrascose di quei giorni. Eravamo così felici nello stare insieme che non ci capitava mai di pensare a un possibile futuro l’uno senza l’altro.

Soltanto una volta Adelina mi parlò del tempo in cui uno di noi due sarebbe morto, con un’espressione così seria e addolorata sul viso che le sue parole mi impressionarono. Diceva che quando sarei morto, forse sarei capitato in mezzo ai miei familiari: ai miei genitori, che mi avrebbero indicato i nonni, irriconoscibili nel nuovo aspetto che la dimensione ultraterrena conferiva loro; “Quella è tua bisnonna e tuo bisnonno, Quell’altra a destra è tua trisavola, e poi tutti gli antenati fino ad Adamo e Eva. Immagini che palle? E tu dirai adirato come sempre, quando certi discorsi ti danno fastidio:  Vi pare che io sia venuto qui per sentire questa nenia? Immagini che faccia faranno i tuoi parenti?”

Ecco, aveva cominciato con tono patetico per terminare nello scherzo. Ora devo dire che Adelina non parlava mai seriamente della morte, eppure era credente e avrebbe dovuto pur pensare ogni tanto al giorno in cui in teoria sarebbe stata faccia a faccia col Dio Creatore.

A proposito di questi discorsi ricordo quanto mi disse zio Cosimo un giorno che lo incontrai seduto in fondo alla sala della trattoria dove di solito andava a consumare a mezzogiorno un pasto frugale costituito da minestrina di riso e una sogliola al vapore. Mi disse che i suoi figli lo consideravano un bambino e forse era vero. “Forse si diventa vecchi e contemporaneamente si ritorna bambini fin tanto che al momento della fine la morte e la nascita, l’inizio e la fine si fondono insieme a chiudere il cerchio. Allora tutti i punti, che sono gli attimi della nostra esistenza, divengono immutabili. E’ forse questo l’imbroglio geometrico dell’eternità che ci è stata promessa” Concluse con aria malinconica palpandosi il fegato sotto la giacca.





 

 

 

 


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