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10 luglio 2020: 149 anni dalla nascita di Marcel Proust
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Noi Stessi come Altri

di Teresa Nastri
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Pubblicato il 21/11/2014 18:27:13

Lo sviluppo psichico dell'individuo è segnato da momenti di "illuminazione" interna, in cui si direbbe che concorrano simultaneamente processi intuitivi e percezioni sensibili di varia origine. Il risultato è che l'intima essenza della  sua natura gli si rivela con chiarezza, anche se poi di quel momento prezioso di auto-agnizione resterà solo una consapevolezza sbiadita - come di immagine colta nel breve trascorrere di un "flash".

Ma nell'immediatezza del momento fenomenologico in cui si consuma tale esperienza, la parte di verità che ci si è disvelata ci pervade fino a riempirci di sé: il Sé del nostro Io - due entità di fronte, per un istante che può valere un lungo tratto di vita.

Tuttavia, ogni Sé ha bisogno dell'Altro che in qualche modo lo convalidi; una specie di attestato di autenticità, che è necessità fatale dell'Homo Socialis : l'Anerkennung !

Essa però non si attualizza se non attraverso un processo dinamico che richiede una serie di condizioni, tanto difficili a darsi tutte insieme da finire per lo più col vanificare la possibilità fondativa di nuova conoscenza, di cui perciò finiremo noi stessi per essere sempre meno certi.

In termini diversi: gli altri sono lo specchio in cui abbiamo bisogno di trovare riflessa quell'immagine - o idea - rivelatrice della nostra stessa essenza. Implacabilmente, però, essa ci viene restituita deformata, rispetto all'evidenza (per noi) originaria.

Ogni volta che ciò accade, sperimentiamo come un morire a noi stessi, un ritrovarci - a noi stessi - estranei, diversi, altri.

 

Se l'Essere può conoscersi solo attraverso l'Ente, la pluralità in cui si scinde non ha ancora trovato la capacità di sintesi che la sappia esprimere. Ma quando questa facoltà fosse conquistata, allora l'Essere tornerebbe tutto in sé, e gli Enti non avrebbero più la loro funzione conoscitiva.

[Dio ci ha creati per conoscerLo... recitava un'antica formula catechistica.]

 

Era tuttavia qualcosa di parzialmente diverso ciò che intendevo chiarire. Volevo parlare di un problema molto concreto, come  quello di salvaguardare il nucleo di sé che - faticosamente conquistato ad istanze contrapposte - costituisce la parte più essenziale del nostro essere. Come, ad esempio,  un certo orientamento verso una tale o tal'altra pratica esistenziale, che - non appena percepita con chiarezza - non lasci alcun residuo dubbio sulla sua assoluta autenticità. Tale certezza, infatti, viene ineluttabilmente minata dal mancato riconoscimento dei nostri simili più prossimi; e lo sforzo di difenderne la reale sussistanza - contro il misconoscimento che si replica con sfumature sempre differenti - ci diviene odioso e insopportabile, tanto che ci lasciamo indebolire al punto da rinunciare a una difesa scaduta a "funzione d'ufficio". Ossia: rinunciamo a quella parte d'identità, visto che gli altri non intendono ( = non sanno, non possono, non vogliono - e i motivi da parte loro possono essere innumerevoli) riconoscerla.

E' la più grave sciagura per l'individuo dotato di forte capacità di autoriflessione: conoscersi, in questi casi, significa non già possedersi, ma essere costretti a perdersi.

 

30/1/92


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