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Scrittura come messaggio?

di Bianca Mannu
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Pubblicato il 16/05/2015 21:30:03

Ricorrentemente mi aggiro in un luogo mentale indefinito, un alcunché attraversi senza denotati fisici il nodo sensibilità-mente-memoria-lingua, una sorta di città delle parole come labirintico laboratorio mentale, nel quale sono nate, per esempio  i testi di Tra fori di senso, (di cui immodestamente sono autrice). Da una siffatta officina possono tuttora nascere per essere scambiate/fruite riflessioni, narrazioni, poesie e altro ancora, di quanti militino nel difficile incrocio tra linguaggio/parola, ingranaggi dell’immaginario  e inquieti cimenti su/per/contro/oltre l’accidia del senso comune che allude alla più opaca e a noi più contigua cosa, in forma di problema sempre aperto e congetturale: la realtà, la quale involve anche il fare scrittura.   

  Ricorrentemente farnetico tutta sola con la mia ossessione: i possibili sensi del messaggio poetico, se e quando esso può considerarsi messaggio; vale a dire, discorso “che vuol dire”, che parte da un emittente per incontrare dei riceventi/lettori e persino eventuali corrispondenti.  E pur oscillando sui dubbi, insisto nel pensare che le opere poetiche (esiti di attività manipolatorie a più livelli), anche quando, in apparenza, non vogliono comunicare specifiche cose o vogliono apparire sfiati di interne e personali tensioni o nenie per l’autoconsolazione del-la poeta bambino/a, sempre sono messaggi, in sosta per imminente partenza o avviati a incontrare il proprio compimento  in chi avrà il capriccio o la volontà di farsene destinatario e interprete. Senza un siffatto destino, l’opera (a meno che non scompaia nello status di feto abortito, e allora non sia), è e resta un “carme presunto”, come sostiene J. L. Borges.

Questo che dico è un punto di vista che non si propone come salvacondotto per qualsiasi cosa venga prodotto in nome della letteratura e della poesia. Al contrario, insiste nell’accollare agli autori la responsabilità – sia pure non totale né esaustiva - di costituirsi come possibile provocatore-interlocutore di umani, viventi e futuri, oltre i tempi/luoghi generazionali e oltre i tempi/luoghi delle culture particolari. Questa possibilità mi affascina perché mi pare suscettibile di attivazioni che non prevedono conclusioni e apre a uno spazio malsicuro e tuttavia affascinante.

 


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