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Sui sentieri della meraviglia.

di Luciano Rossi
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Pubblicato il 13/05/2021 11:28:37

Se fosse sufficiente filosofare, le cose sarebbero più facili. Severino del resto non lo ignora. Ma il Nulla che egli affronta ha a che fare anche con gli dei, temibili convitati.

Ed appunto la prima nota che in Severino si coglie è la paura, il thauma che ci assale di fronte all’ignoranza e da cui si cerca subito riparo.

Egli l’annota con chiarezza: “riprendendo uno spunto di Platone, Aristotile dice che gli uomini sono spinti a filosofare dalla meraviglia. Meraviglia che essi provano quando, di fronte agli accadimenti del mondo, ne ignorano la causa”.

Meraviglia? Che parola è mai questa?

In realtà il termine thauma “ha un significato molto più intenso [di meraviglia]: indica anche lo stupore attonito di fronte a ciò che è strano, imprevedibile, orrendo, mostruoso. Se infatti non si conoscono le cause […] allora l’accadimento delle cose diventa la fonte di ogni terrore. E anche di ogni dolore”.

Da cosa nasce infatti il dolore? Nasce dal prendere atto che ogni cosa è soggetta al divenire, alla morte, terribile suono, a cui è necessario opporre almeno una piccola speranza.

Dobbiamo ad Eschilo la prima proposta di un riparo dal pericolo.

Non solo infatti Eschilo ci mostra il sentiero dell’Errore su cui cammina la terra, destinata, a causa dell’Errore, a un doloroso annientamento. Egli ci mostra anche il rimedio: “Conoscendo le cause del divenire, l’imprevedibile diventa prevedibile” e quindi evitabile: conoscendo il futuro sfuggiremo al danno, alla perdita, talora alla morte.

Conoscere le cause di un evento vuol dire prevederne gli sviluppi, il decorso, possedere la verità, l’epistéme, il faro che illumina la via.

Per secoli il sentiero della terra sarà rischiarato dell’epistéme. Almeno fino a Schopenhauer e Leopardi.

Ma “se Schopenhauer inaugura la consapevolezza che l’epistéme non può essere efficace rimedio contro il dolore del divenire, Leopardi non solo partecipa a tale inaugurazione, ma anticipa [il successivo] percorso”.

Nell’ultimo tratto di questo “sentiero della notte” cammina dunque Leopardi che, come Eschilo, decreta l’inevitabile fallimento dell’Occidente.

I rimedi di entrambi, diversi fra loro, sono però solo momentanei palliativi, non rimedi duraturi.

Per Eschilo è la conoscenza certa quella che consente di prevedere ed evitare il danno.

Per Leopardi (all’opposto) è proprio l’epistéme a costituire il dolore. Dunque dal doppio orrore della visione (il responso irrevocabile), e nell’attesa dell’annientamento, il palliativo per Leopardi potrà essere solo l’illusione, la negazione della verità angosciosa: ossia la poesia, ultimo rifugio. L'epistéme per lui è solo la dominazione del nulla, che annienta l’ultima fase dell’Occidente, la cosiddetta civiltà della Tecnica, la cui essenza è la Ragione.

Quel che l’uomo del suo tempo non coglie è il carattere annientante della Ragione.

Leopardi è certo consapevole che la poesia è solo un rimedio temporaneo. Segnato dagli dei, silenzioso e immenso come lo spazio che immagina, ben conosce il dolore che lo consuma. Ed è ad esso che oppone la grazia della poesia. Illusione e grandezza, per lui. Illusione soltanto, per chi poeta non è.

Due vie dunque, verità e illusione, che falliscono entrambe, lasciando esausti sul terreno i resti dei loro rimedi.

Come potremo allora proseguire? Avremo altri profeti? Disporremo di altre strade, che abbiano luci, questa volta, non transitorie? Non sappiamo forse da sempre che non è il dolore inflitto dalla realtà, per quanto orribile esso sia (perdita, divenire, impermanenza), a costituire il vero problema? Non sappiamo forse che il danno più grande viene dal desiderio (che il divenire terreno arresti il suo fluire) e dai rimedi finora adottati?

Sì, lo sappiamo.

Per chi crede che si venga dal Nulla e si torni al Nulla, il dolore massimo e terribile della scomparsa definitiva, dovrebbe essere considerato o un dato immutabile della realtà o un errore della ragione: una freccia che ti colpisce da fuori, scoccata dalla natura matrigna senza difesa alcuna che non sia il contenimento greco del tragico. Per chi crede questo, la faccenda dovrebbe finire qui e concludersi con l’accettazione sapienziale della realtà apparente. Il ferito, divenuto saggio, non colpirà nuovamente se stesso, da solo, con la seconda freccia del desiderio.

Resta da vedere il secondo errore: l’idea che si venga dal Nulla e si vada nel Nulla. Alcuni filosofi lo hanno combattuto, da Parmenide in poi. Oggi lo combatte anche la scienza. La fisica dell’ultimo secolo ha compiuto, in tale direzione, non pochi passi inattesi.

Ci restano, allora, per il nostro futuro, non miseri ceri, ma fiamme luminose e possibili.


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