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Cinque inediti


Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 26/04/2021 12:00:00

 

A mia nonna


È domenica, mia nonna muore
sulla sedia - e di lei mi resta
la sedia - accanto tiene il suo
breviario e bruciano insieme.
Di lei condivido l’intuizione
di mezzo seme. È domenica
e di questo ceniamo, senza
fame e senza dire grazie a chi
non ci ha dato pane; e con la
nausea di ieri ad affogare le narici
mi racconta di quella volta;
di quella volta senza pane
e mentre parla mi domando
quante volte. È domenica
ma non il suono delle campane,
eppure dice
sarebbe di scena
ma nulla o forse il dubbio che anche
il prete non abbia inghiottito cena.
È domenica e gli chiedo di sabato
del millenovecentosessanta e penso
a quando mi chiederanno; che già
non ho forza di dire il presente,
e imploro il mio breviario di bruciare
col suo perché la risposta sia niente.
Del presente posso dire il tragico
odore di felce azzurra di quando
si lavava, e io qui ancora a lavarla
e a pensare al niente di lei -
e alle sue volte, e a come le mie,
e a se saranno, se profumate o luride -
nell’attesa che qualcosa affranchi
la cifra della mia nullitudine.


 

 

*

 

Siamo già luce estinta
o il suo efebico firmamento.
Siamo lo sguardo caduto
degli angeli, i loro occhi incolti,
il sorriso adolescente dei morti.


 

 

Ganimede

 

L’amore non conosce lutto
nel nostro alfabeto,
I corpi smagriti restano in punta
di lingua ad amarsi in segreto.


Ho stillato ogni lettera del tuo nome
Ho strillato ogni lettera del tuo nome


Le parole restano uguali
Ma di te non riemerge che il suono
di quattro vocali.


 

 

*

 

Ancora mi chiedi dove ho riposto
la mia tenerezza, madre.
Si è frantumata quando hai smesso
di deflettere questa pena e il tuo
carico si è fatto mio e lì è restato
inesauribile dentro la carne.


E dove ti ho cercata
se non in ogni altro amore.


Lì dove ti insinuavi e inoculavi
vita, restano labbra corrose
e l’infelice estratto delle tue sembianze.


Non fu ultimo il tuo travaglio:
Bacia in silenzio le guance di Niobe.


 

 

Lettera a mio figlio


Diffida del Dio che ossessiona,
che esaspera le sfumature dei tramonti.
Non indagarli, e godi degli affronti:
non cercare impronte nella sabbia del cosmo,
ma danzaci sopra con la disperazione
di un neonato che ha scoperto il dolore.
Diffida da chi sacralizza il silenzio:
poiché scoprirai che è l’unico rumore
capace di spiegarci.
Allontana chi cercherà con certezza
di dare un volto al nulla:
le maschere son fatte per gli uomini
incapaci di specchiarsi.
A te basterà guardare un palmo
o due occhi che ti amano,
per allontanare il timore dell’insensatezza.
Diffida da chi ti spronerà a soffrire,
ciò che ci rende più forti
ci rende anche più deboli.
Piuttosto, cospargiti del dolore
e graffialo, rigurgitalo,
spronalo tu a lanciarsi altrove.
Diffida da chi vorrà ammutolire la carne:
ti accorgerai che gli incontri tra anime
saranno sempre preceduti da quelli tra i corpi;
Ché i primi dettagli che inizierai ad amare
saranno sempre quelli di un viso imperfetto,
e non quelli d’ombre inconsistenti:
In quelle giaceranno già i morti.
E infine, diffida da me,
da chi ti ha gettato tra i frammenti
di un cristallo che deteriora.
La vita non conclude, neanche ora,
ed io non potrò più riemergere
dalla materia che dorme:
abbiamo solo un tempo,
una combinazione
per donare i nostri atomi
di amore informe.


Non agitarti, non nausear nelle mie parole:
io son sempre stato qui, a guidarti
tra i surrealismi di questi rintocchi,
ma la mia carne adesso ammutisce
nell’imperfezione dei tuoi splendidi occhi.


Potrai mai perdonarmi
per averti donato
il diritto di soffrire?


 

Riccardo Delfino

Riccardo Delfino in uno scatto di Samuel Cimma

 


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