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Il flauto nel bosco

di Grazia Deledda 

Proposta di Franco Bonvini »

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Pubblicato il 29/11/2017 22:28:37

Per sfuggire, o tentare almeno di sfuggire ad una infelicità che la sorte le aveva mandato gratis, la giovine donna se ne procurò un'altra al prezzo di lire sei mila.

Sei mila lire per due mesi d'affitto di una villa in una stazione climatica di lusso non è molto: il guaio è che la stazione climatica era lontana tre chilometri, e la villa si riduceva ad una casetta bella di fuori con la sua brava torre merlata e la loggia di marmo, e dentro una topaia senza luce, senza acqua, col nido della civetta nella terrazza, le pareti schizzate di zanzare morte, e una temperatura da fornace.

Ma la donna era orgogliosa e non tornò indietro; e a tutte le sue conoscenze mandò la cartolina illustrata dove si vedeva questa sua villa che rassomigliava a lei; bella ed elegante di fuori, e dentro piena di topi e di pipistrelli.

Per compenso, per andare allo stabilimento di cura c'era un viale di castagni e di abeti, la cui fresca e solitaria bellezza dava conforto. Di tratto in tratto non mancava modo di potersi riposare: una panchina, un paracarri, il parapetto basso di un ponticello.

Ella amava sedersi su questo muricciolo, davanti e dietro il quale fra due frangie di giunchi e gli sfondi verdi del bosco chiazzati dell'azzurro del cielo, si torceva un serpente d'acqua verdognola. I merli, gli usignoli e le gazze vi davano concerto. E un giorno, verso la fine di luglio, ai canti degli uccelli si unì d'improvviso, anzi li fece tacere, il suono di un flauto.

Ella sollevò la testa perché le parve che venisse dall'alto, non sapeva se da destra o sinistra, ma certo dall'alto, come il canto dell'usignuolo dalla cima degli abeti e dei castagni del bosco. Ed era un motivo breve, variato, ma poi sempre ripetuto, e dolce appunto come il canto dell'usignolo; e a lungo andare, in quel silenzio, in quella solitudine, dava l'impressione che fosse davvero il canto di un uccello misterioso, fantastico, come quello delle fiabe; un uccello che forse un giorno era stato un uomo e che un incanto malefico aveva tramutato in bestia. E raccontava, con la sua musica, la sua storia. -

La mia storia è apparentemente eguale a tutte le storie, eppure come diversa! Come non c'è foglia eguale ad altra foglia, e onda eguale ad altra onda, così non c'è una storia d'uomo eguale ad altra storia d'uomo. La mia è questa: sono stato anch'io fanciullo e felice; eppure perché piangevo così spesso? Sono stato giovine e felice; e non piangevo più; eppure questa era la mia pena; non poter più piangere come da bambino.

Allora, per sfogarmi, cantavo; ma né la parola né la musica potevano dire ciò che veramente mi stava nel cuore, la passione, il desiderio, l'ansia verso una gioia che non sapevo dove e come fosse, ma senza la quale credevo di non poter vivere. Solo quando cominciai ad amare, intravidi un po' questa gioia, ma sempre come la luna fra le nuvole, lontana fuggente.

Ed io la volevo, come il bambino vuole la luna, e tentavo di volare per afferrarla. Cadevo e mi sollevavo; soffrivo e amavo di soffrire; e credevo di essere il più infelice degli uomini, smarrito sulla terra mentre avrei voluto essere un astro fra gli astri dell'infinito. Finché un giorno in una foresta nell'ascoltare il canto dell'usignolo mi venne da piangere: così trovai un po' di bene. Ma volli andare a veder l'uccello meraviglioso; e una fata malefica che s'aggirava nel bosco tramutò anche me in uccello.

Così canto la mia storia che è apparentemente eguale a tante altre storie, eppure così diversa. E la donna, poiché quel suono era come l'eco del suo soffrire, si mise anche lei a piangere: anche lei ritrovò nel pianto un po' di bene. Ma un fischio sonoro la richiamò in sé. Era un monello scalzo che correva nel viale e fischiava contro la musica misteriosa, e, a lei parve, anche contro il suo intenerimento. Tuttavia si alzò confortata ed ebbe pietà del mendicante cieco che si lamentava nel crocevia del viale, e al quale prima non dava mai l'obolo. Questa volta, invece, gettò nel vaso del vecchio cappellaccio rovesciato, un pugno di monete.

Il fatto si ripete nei giorni seguenti. E non è lei sola a godere e soffrire; anche i passeggeri romantici, le coppie furtive, le vecchie signore straniere con un libro od una macchinetta per fotografie in mano, tutti insomma quelli che attraversano il viale, sono affascinati dal suono misterioso. Qualcuno interroga il mendicante: il mendicante non sa nulla, anzi non ha neppure una lontana idea della cosa perché oltre all'esser cieco è anche quasi completamente sordo.

La donna, che avrebbe voluto godere da sola l'incantevole musica, si irritava per la curiosità e le ricerche altrui: ma a poco a poco curiosità e ricerche cessarono; ella osservò tuttavia che il viale era sempre più frequentato. Un giorno vide presso il mendicante il ragazzo sbilenco e straccione che aveva fischiato la musica del flauto e il dolore e l'intenerimento di lei: gli diceva qualche cosa all'orecchio, ma invece di gridare parlava sottovoce. Respinto dall'altro, gli si attaccava di più, come una mosca autunnale; finché non ottenne qualche moneta. Allora se ne andò di corsa, fischiando, e la donna lo vide sparire nel bosco come un animale selvatico. Pensò che egli sapesse qualche cosa del suonatore misterioso e attese di rivederlo per interrogarlo: egli però non ricompariva.

D'altronde che le importava di conoscere il suonatore? Poteva essere uno stravagante nascosto tra i cespugli del bosco e magari appollaiato su un albero. -

Che t'importa di conoscermi? - le diceva il suono del flauto. - La mia storia è, in fondo, come la tua; e perché vuoi darmi la caccia come io all'usignuolo? Sta attenta che la fata del bosco, irritata, non ti faccia pentire. La mia storia, in fondo, è come la tua. Eppure anche lei era curiosa. Tutto in noi è curiosità; e si dimentica il danno di un furto per l'investigazione del come i ladri l'hanno compiuto; e si ricercano le cause di una malattia quasi che il conoscerle possa farci guarire. La curiosità di sapere chi suonava il flauto guastava alla donna il piacere di ascoltarne la musica. Forse era anche un senso di diffidenza, ma forse era anche il principio di un sogno.

Ed ecco un giorno il ragazzo sbilenco si presentò proprio alla villa: aveva da vendere un coniglio, certamente rubato, e del quale d'altronde chiedeva un prezzo tre volte superiore al giusto. La cuoca stava per scacciarlo indignata, quando sopraggiunse la signora pronta per andare allo stabilimento. - Va bene, - disse, - compreremo il coniglio, purché tu mi dica chi è che suona il flauto nel bosco. Il ragazzo la fissò coi suoi occhi verdi sfrontati e non rispose. - Prendi il coniglio, - disse la signora alla cuoca, - e tu, ragazzo vieni con me. Egli volle i denari, prima di consegnare la bestia, poi andò con la signora: per farlo parlare occorse però la lusinga di un biglietto da cinque lire, che la donna si passava da una mano all'altra e ripiegava e spiegava. - Venite con me - disse infine precedendola: e con un dito le accennò di seguirlo.

S'internarono in uno dei tanti piccoli sentieri che s'intrecciano come vene fra i cespugli del bosco: e di passo in passo questo diventava così fitto, scuro e spinoso, che la donna aveva quasi paura a proseguire. D'un tratto qualcuno la incoraggiò, anzi parve chiamarla e attirarla; il suono del flauto spandeva la sua chiara melodia nel silenzio, e rischiarava l'ombra sinistra del bosco coi suoi raggi d'argento.

E come al chiaro di luna le cose prendevano un aspetto di sogno; i sentieri si allargavano, i cespugli dei rovi parevano i rosai di un giardino incantato. Ma il suonatore aveva un udito finissimo: si fermò, una prima volta, quando il ragazzo disse sottovoce alla donna: - Andate fino a quell'albero mozzo e guardate in su verso l'abete accanto: io non posso venire oltre perché quello se mi vede mi ammazza. E al fruscio dei passi e delle vesti di lei il suono cessò del tutto: ella riuscì solo a vedere, fra le grandi piume spioventi dell'abete una specie di scimmiotto che la fissava dall'alto con gli occhi verdi come quelli del ragazzo. - Tu ti burli di me - ella disse alla sua guida, che l'aspettava nascosto e voleva le cinque lire. - Vi giuro che no. È mio cugino, diavolo! Suona per conto del mendicante che gli dà mezza lira al giorno; è per attirare gente nel viale.

 

TRATTO DA: "Novelle - Volume quarto" Ilisso Edizioni, Nuoro, 1996

EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 24 giugno 1998

LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/


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