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Nuove Nomenclature e altre poesie

Poesia

Anna Maria Curci (Biografia)
L’arcolaio

Recensione di Franca Alaimo
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Pubblicato il 02/12/2016 12:00:00

 

La severa, difficile, spesso ruvida poesia, nonostante la  sofisticata trama sonora, di Anna Maria Curci si esprime in questa silloge (il cui titolo Nuove nomenclature ed altre poesie già si fonda, almeno per quanta riguarda il primo sintagma su di un’ambigua o, meglio, ambivalente lettura definitoria e/o ideologica) attraverso un abbondante ricorso alla figura della metafora.

Quest’ultima talvolta cede il passo all’impianto narrativo di una fiaba prossima all’immaginario inventivo dei Grimm, ma riadattata allo scopo, come accade nel testo a pagina 70, in cui la Fata-Musa Talia preconizza il destino letterario, (che somiglia, fra l’altro, ad un sintetico e più che calzante giudizio critico) della Curci, offrendole così il suo singolare dono: “Sia la tua veste fatta di percalle”, e, qualche verso dopo, un altro strano personaggio, Obliquo, ribadisce: “Non cercare tra sete il tuo tessuto”. Il messaggio è chiarissimo: la Curci avverte il lettore della sua poesia che si troverà di fronte ad un textum poetico (textum, appunto, come tessuto) fittissimo fatto di una notevole quantità di fili mescolati insieme, eppure finissimo nel suo esito finale.

In questo modo la Curci oggettiva e “drammatizza” la consapevolezza della sua diversità, più volte orgogliosamente ribadita, e della sua creativa follia, che anch’essa si oggettiva in una figura (Halde, pag. 28) che si aggira in una discarica abusiva, intenzionata a resistere ai miasmi, e a “volteggiare” “sulla lordura”.

La lordura che la poesia della Curci intende sorvolare, librandosi in cieli più netti e confortevoli, si riferisce tanto a quella dell’assetto politico del mondo contemporaneo (è utile a questo proposito leggere il testo Assetto a pag. 21) ed ad ogni sua “sottaciuta, pervicace, scostumatezza possibile, tara d’ideologia e tabe del Potere”, come scrive il prefatore Plinio Perilli (spiegando, così, l’allusivo riferimento della Curci alla nomenklatura sovietica nella scelta del titolo), che a quella della poesia contemporanea: “aria fritta (…)con blatte” o, se si vuole, nonostante o proprio a causa del vacuo eccesso del verseggiare contemporaneo, “muto impasto e sale”.

Già il testo d’apertura Sotto coperta mi sembra possa essere letto in due modi:  una prima lettura confermerebbe una risentita stigmatizzazione dell’ipocrisia politico-morale sulla questione dei profughi e dei clandestini (su quest’ultimi l’autrice ricama un bel testo sull’etimo del termine ‘clam- destino’); una seconda lettura, più incline a ravvisare una significazione metaforica, potrebbe alludere alla clam-destinità di un coro di poeti sommersi ai quali chi sta meritatamente o no alla guida del marchingegno culturale appena rivolge una “lieve degnazione”.

Volare alto, librarsi sopra, essere Fuori classe (pag.53) richiede, di fatto, una forte dose di resistenza, un’abnegazione feroce, poiché l’idillio di natura non ristora/ chi sceglie l’auto-inferno. Al lettore Anna Maria ha il coraggio di ammettere (pag.50): Pare facile, dici,/ dispensare bellezza/ da una corda di basso./ Ma il drappeggio è salato, dove il termine ‘drappeggio’ ancora una volta richiama il textum del testo, ed il termine ‘salato’ il  verso dantesco ‘quanto sa di sale lo pane altrui’ e, perciò, di fatto, includerebbe  quell’atteggiamento di aristocratico e puro auto-esilio della scrittrice all’interno della società letteraria.

Certo ci vuole una grande perizia nel portare avanti con rigorosa eleganza la composizioni di versi insieme aspri e sonanti, una virile disposizione alla lotta che ricorda la forza vitale del Tirso, bastone sacro di Dioniso e delle seguaci del suo culto: le Menadi. In un testo (pag. 68) la Curci scrive: Con Pastior porto le civette ad Atene; gelosamente, al ritmo di Tirso, verso che conferma, fra l’altro, quel profondo spessore culturale, così abbondantemente dispiegato in questa silloge, talvolta nella filigrana nascosta della costruzione verbale; talvolta, e in modo evidente, attraverso precisi riferimenti ad altre culture ed autori ed opere letterarie.

L’immaginario di questa duttile poesia spazia dalla mitologia all’etimologia, dalla storia antica a quella privata (bellissimi i testi che ricordano l’esperienza infantile della seconda guerra mondiale, come a sottolineare una lontana iniziazione al male e al dolore), e da questa alla cronaca contemporanea, dalla geografia privata a quella globale, dalla pittura al cinema fino alle molte letture di un fecondo percorso culturale e molto altro ancora.

Esso, inoltre, trova, una varietà sorprendente di esiti espressivi, quali settenari, distici, endecasillabi, che si avvicendano in testi di varia lunghezza: dalla brevità dei distici (a volte aforistici) alla distesa musicalità dei testi dell’ultima sezione: Canti dal silenzio.

Quanto finora detto potrebbe far supporre al lettore di trovarsi di fronte ad una poesia algida, tutta partorita “di testa”; ed, invece, la laboriosa  ricerca della parola, la rifinitura sapiente, il lessico spesso corrosivo, se disciplinano, non comprimono la partecipazione vibrante, la passione civile ed esistenziale, l’empatia con le creature viventi, e, soprattutto, l’incandescenza del sentimento della poesia con la quale la Curci traccia una cartografia della realtà: è con quest’ultima che l’autrice ingaggia una lotta senza quartiere a difesa di una nuova etica che la rinnovi, che la sacralizzi nuovamente a cominciare dall’ascolto del silenzio, dal quale soltanto può di nuovo, come scrive Perilli, rigermogliare la Voce.

 


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